Ecco perché Triestina e Alma meritano di giocarsi tutto ai playoff

I risultati di questi ultimi giorni suonano come una rivincita nei confronti dello scetticismo che, in entrambi i casi, era emerso ad inizio stagione. "Come farà Dalmasson con gli americani che non parla inglese" o "Unione da quinto posto", sono i giudizi che oggi stridono. Abbiamo cercato di spiegarne i motivi

Foto Aiello

Parliamoci chiaro. All’inizio delle stagioni sportive di Triestina e Pallacanestro Trieste, quanti sportivi triestini avrebbero scommesso un solo euro sulle rispettive posizioni in classifica? Pochi, è chiaro. Le due compagini hanno ribaltato tutto lo scetticismo che contraddistingue spesso le nostre interpretazioni, un po’ da uomini e donne di confine, diffidenti e perché no, esperti conoscitori di un certo decadente fatalismo.

Lo sport si sa, è emozione e sussulti, gioie pindariche e vorticosi baratri dove rischiare di precipitare ogni qualvolta le aspettative vengano sepolte da un realismo a tratti necessario. Ma il calcio ed il basket nel capoluogo regionale del Friuli Venezia Giulia sono un mondo particolare, per nulla omologato e capace, nelle difficoltà, di mostrare il lato più autentico.

Continuare a sognare perché il basket è una cosa meravigliosa

Partendo dal basket, ai quanti all’inizio dicevano “come farà Dalmasson con gli americani che non parla l’inglese?” oppure il “Da Ros non è da serie A” si sono contrapposti, puntualmente, i risultati spettacolari dati da un impegno unico e da uno stesso pubblico che nel momento del bisogno ha saputo sostenere – e lo farà ancora, ne siamo sicuri – la squadra e i suoi beniamini.

È giusto sognare e continuare a farlo – naturalmente le vicende giudiziarie a monte non possono e non devono essere relegate dietro le quinte, ne va quantomeno del futuro prossimo del basket – perché il cuore può battere ancora, in favore di un rito collettivo che ad oggi si chiama “SiAMO Trieste” e puntualizza come la capacità emotiva possa frantumare i macigni, trasformare quel pesante fardello che si chiama Procura di Napoli in raffiche d’aria leggera, tipicamente triestina.

I ragazzi di Dalmasson meritano di giocarsi tutto ai playoff

Non sappiamo come finirà e in questo momento la pallacanestro giocata sa regalare ancora una volta l’assist per le sorprese, per l’autentica reazione inaspettata. In una telefonata intercorsa tra noi e Daniele Cavaliero, dopo la commovente vittoria contro Cremona – a pochi giorni dal “terremoto” che ha coinvolto i vertici di Alma – avevamo ascoltato il simbolo di questa squadra. “Il basket, come ogni sport, è una cosa meravigliosa”. Quando tutti pensavano di conoscere già il risultato, gli impegni che vengono meno, il sudore che si congela, allora no, ecco che gli uomini sono in grado di ribaltare ogni pronostico. Allora è così, serve continuare a correre verso i playoff, quantomeno perché i ragazzi meritano di giocarsi tutto lì. Poi si tireranno le somme.

"Squadra da quinto posto", così la Triestina era vista all'inizio dell'anno

“Squadra mediocre, da quinto, sesto posto massimo”. Era questo il leit motiv di inizio stagione per quanto riguarda il calcio triestino. Sia chiaro, forse sulla carta – complici anche le rassicurazioni di Pavanel sulla squadra – la vox populi c’avrebbe potuto anche azzeccare. Ternana e Vicenza, che a bocce ferme sembravano le più accreditate per la vittoria finale del girone B di serie C, sono mancate all’appello, lasciando così spazio ad altre compagini.

Il campionato della Triestina è stato strepitoso fino a questo punto della stagione. La capacità dell’allenatore rossoalabardato di “tenere sulla corda” tutti i giocatori, sapere cambiare nel corso dell’anno – accettare alcune realtà evidenti nel momento del bisogno – e ancora, trasferire una mentalità e un carattere in grado di far saltare il banco anche durante i 90 minuti, tutto ciò fa sì che l’Unione abbia raggiunto una posizione di vertice.

Quel pallone dell'umiltà caro a Pavanel

I giocatori si sentono parte di un gruppo vero, di un giro palla che coinvolge tutti, senza dimenticare l’aneddoto di qualche anno fa, quando Pavanel faceva allenare una sua vecchia squadra con un pallone che nell’occasione era stato definito “dell’umiltà”. Perché è così, questa Triestina è umile al punto giusto da poter togliersi ancora qualche soddisfazione. Regalarla ad una città sarebbe la ciliegina sulla torta di compleanno per i suoi primi 100 anni.

Imparare dal basket e riempire il Rocco, ecco cosa manca

Un’ultima cosa: se è vero che basket e calcio si vogliono bene e sono quasi uno stesso mondo, c’è tuttavia una prerogativa cestistica dalla quale i calciofili dovrebbero solamente imparare. Il “palazzo” è quasi sempre sold out – le ultime giornate è diverso, com’è naturale che sia – mentre il Rocco fatica ancora a manifestare una eguale spinta verso l’undici di Pavanel. I ragazzi hanno dimostrato tanto fino ad oggi, ora è giunto il momento che la Trieste del calcio – come quella del basket – trasformi Valmaura in una fortezza. Perché di mezzo c’è sempre un pallone. Perché siamo Trieste e meritiamo palcoscenici migliori.

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