Migranti: un esempio di “accoglienza possibile” al Villaggio del Pescatore

Una tesi di laurea racconta l'accoglienza diffusa di 18 ospiti a Duino Aurisina. Schiavone (Ics): «1000 richiedenti asilo a Trieste non sono un'emergenza. Gli organi di stampa sono fuorvianti»

Il Villaggio del Pescatore, piccolo centro turistico nato negli anni 50 per dare asilo agli esuli istriani, si è reso nuovamente protagonista di un’esperienza legata all’immigrazione dal 2014 al 2016. Per un anno e mezzo 18 richiedenti asilo da Gambia, Pakistan e Afghanistan sono stati ospitati dall’hotel Baia degli Uscocchi e inseriti in un programma di accoglienza diffusa che ha raccolto testimonianze positive sia dalla comunità ospitata che da quella residente.

La dottoressa Alessandra Rita Sardina, nella sua tesi di laurea intitolata “Storie di accoglienza possibile”, ha raccontato come gli immigrati di ieri hanno accolto quelli di oggi. Il lavoro è stato presentato ieri pomeriggio ad Aurisina alla Casa della Pietra, in un dialogo con il professor Michele Gangale. Presenti anche il presidente dell’Ics Gianfranco Schiavone, l’assessore all’istruzione del comune di Duino Aurisina Marija Doroteja Brecelj e la presidente dell’associazione Casa Cave Contemporary Art Visogliano/Vizovlje Europe, Fabiola Faidiga.

«Inizialmente la reazione dei residenti all’arrivo dei richiedenti asilo è stata negativa – ha raccontao Sardina - specialmente tra le ultme generazioni. In un blog frequentato dai giovani del luogo si leggevano frasi come “Se arrivano i profughi io libero i cani”, e in risposta: “Non farlo, te li cucinano allo spiedo”. Ho cercato di intervistarli per capire le loro motivazioni, ma tutti si sono rifiutati di collaborare. L’idea che mi sono fatta è che le ragioni fossero per lo più socioeconomiche: una competizione per l’accesso a risorse scarse e la ricerca di un capro espiatorio per questa scarsità».

Le reazioni della gente hanno poi preso una piega differente grazie alla collaborazione tra associazioni volontarie e istituzioni: Tra queste il Comune di Duino Aurisina, la Regione, la comunità islamica, il movimento dei Focolari e la citata Casa Cave. La parrocchia locale, innanzitutto, è stata determinante, come ha testimoniato la dottoressa: «Un’istituzione tradizionale che, nella persona di Don Fabio la Gioia, si è premurata di introdurre il nuovo promuovendo un incontro di benvenuto. Questo non ha comunque attirato quei giovani così agguerriti sul web, ma vi hanno partecipato con entusiasmo molti anziani. In seguito, la Regione e il Comune hanno sostenuto dei corsi di lingua tenuti da volontari, che hanno fornito ai richiedenti la possibilità di comunicare ed empatizzare con gli autoctoni».

Essenziali sono state alcune iniziative organizzate dall’associazione culturale Casa Cave, a partire da “Laboratorio colore”, in cui 10 residenti e 10 richiedenti asilo hanno collaborato nella produzione di opere astratte e figurative, e “Piacere di conoscerti” che ha portato a un’interazione tra i gruppi ancora più profonda. I giovani immigrati sono stati infatti invitati a fotografare il territorio ospitante con i loro telefoni cellulari, nell’intento di capirne meglio la storia, non troppo dissimile dalla loro.

«Nelle testimonianze che hanno corredato la mostra fotografica – ha precisato Sardina – le storie degli esuli istriani residenti parlavano di famiglie arrivate in barca e alloggiate in gruppi di 7 dentro ad alloggi di 40 metri quadri, in un paese che li classificava come estranei (da ricordare il tipico monito dei genitori ai figli: “Fai il bravo sennò gli esuli ti sbranano”). Situazioni a tratti sovrapponibili a quelle dei richiedenti asilo di oggi. Un lavoro che ha portato i due gruppi ad avvicinarsi molto».

«In altri casi – ha continuato la neolaureata – alcuni esuli hanno rifiutato i nuovi immigrati, e questo perché la migrazione è un processo traumatico che lascia una ferita aperta e questo a volte genera rifiuto in ciò che la ricorda o la rappresenta. In generale, questo esperimento di accoglienza diffusa – ha concluso – non ha generato nessun episodio violento o spiacevole, i richiedenti asilo non hanno percepito ostilità e dopo essere stati ospitati per un anno e mezzo hanno lasciato l’Italia, tranne due che sono stati impiegati tra il personale dell’hotel che li ha accolti».

Hanno concluso l’incontro gli interventi dell’assessore Brecelj e del presidente Schiavone. 
«Le esperienze positive di solito rimangono in ombra perché fanno meno notizia – ha dichiarato Brecelj - qui la prima reazione all’arrivo dei richiedenti asilo è stata negativa e poi positiva. Questa società porta a considerare se stessi come persone singole e a vedere l’altro come un estraneo che turba il nostro quieto vivere. Infatti qualche mese dopo questa grande soddisfazione c’è stata l’enorme polemica sollevata dalla questione dei senegalesi a Duino: per me una delle esperienza più brutte degli ultimi 5 anni».

«Ho apprezzato questa ricerca perché ha monitorato un microcosmo – ha invece asserito Schiavone - il quale a sua volta riflette il paese intero. Il problema di questo paese è nella percezione della realtà: rimuoviamo quella parte della nostra storia che non vogliamo vedere e questo paese non ha mai fatto i conti con il suo passato. Tra rifugiati e richiedenti asilo abbiamo 1000 ospiti a Trieste, che sono una percentuale infima rispetto alla popolazione e non costituiscono un’emergenza. Ciononostante gli articoli pubblicati dai giornali sono stati ben più di 1000, come se ognuna di queste persone avesse ricevuto un articolo a lei dedicato. C’è un’evidente deformazione della realtà da parte degli organi di stampa, esperienze come questa dimostrano che l’inclusione attiva è possibile – ha concluso - ed è l’unica alternativa i centri d’accoglienza».

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