"Sette giorni in rosa", Fabiola Faidiga: artista visiva, ideatrice di "Ultima"

Sette donne e sette giorni, il nostro viaggio verso la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne continua, per raccontarvi sette professioniste che occupano una posizione di rilievo a Trieste, ma che nella quotidianità sono soprattutto donne

Dopo l'intervista con Hermine Gebdo, mediatrice culturale e componente del direttivo della associazione di promozione sociale Casa Internazionale delle Donne di Trieste, il nostro viaggio verso la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne continua con un'artista visiva ideatrice di diverse performance di carattere sociale.

Artista visiva, Fabiola Faidiga inizia il suo percorso con il maestro Nino Perizi presso la Scuola libera di figura del Museo d'Arte Moderna Revoltella di Trieste, perfezionandosi poi nell'ambito del Gruppo78 - International Contemporary Art. Partecipa a numerose collettive internazionali ricevendo alcuni importanti riconoscimenti. Nel 2013 fonda l'ass.culturale “CASA C.A.V.E. - Contemporary Art VisoglianoViżovlje Europe” e cura la Rassegna L'ENERGIA DEI LUOGHI. Ideatrice di diversi progetti a carattere sociale, ci parla del suo pensiero sulla violenza di genere che, in realtà, vuole essere un pretesto per soffermarsi sulla ricerca della causa di questo problema. Tra le sue numerose iniziative, "Ultima" è stato un progetto presentato nel 2012 in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Qual è la tua esperienza relativa alle donne che hanno subito maltrattamenti?

"Fortunatamente non ho avuto esperienze personali e dirette ma ho incontrato in alcune mie amicizie femminile momenti di grande difficoltà all'interno del rapporto di coppia, dove ho potuto dare il mio aiuto per trovare una dimensione di libertà. La violenza psicologica e fisica, collegata ad una dimensione affettiva, è la combinazione peggiore per vincolare l'essere umano. Quando mescoli affetività e violenza, il lavoro interiore da fare per ritrovare l'autonomia persa è estremamente pesante e grande".

Raccontaci di "Ultima", il tuo progetto artistico contro la violenza sulle donne

"Il mio lavoro dedicato a questo argomento risale al 2012 con "Ultima", un progetto nato su mia ideazione realizzato con la collaborazione di altre artiste che operano nel territorio come Lucia Krasovec Lucas, Paola Pisani, Leandra Bucconi e il fotografo Luigi Tolotti . In quegli anni finalmente si parlava in maniera importante della violenza sulle donne. Se ne parla tutt'ora ma, nonostante ciò, sembra che non si riesca a trovare alcuna soluzione.
L'idea era quella di far riflettere non solo sulla violenza femminile, ma, in maniera più ampia, di quello che è il degrado dei valori. Proprio per questo, in Ultima, le 7 virtù venivano uccise in posti centrali della città, tutti luoghi abbandonati a se stessi. Con questo si voleva ricordare che la violenza non nasce solo perchè c'è un maschile che si antepone, ma perchè non siamo riusciti a costruire nella società un discorso di umanità e di virtù, siano esse teologali, laiche o filosofiche.
Chi ha avuto occasione di vedere la mostra, esposta al Magazzino delle idee, ha avuto l'opportunità di riflettere sul concetto stesso della violenza, legato anche alla mancanza di valori e del rispetto verso l'altro, inteso non solo come essere umano, ma anche come ambiente".

Virtù from paola pisani on Vimeo.

Secondo te come bisognerebbe intervenire per arginare il problema?

"L'artista ha lo stimolo nel vivere, proprio per questo non si ferma mai. Nella stessa maniera non ci dovremmo fermare ad una protesta o un corteo che sono, sì, necessari, ma vengono colti da un campo che già conosce questo tipo di importanza e desiderio di trasformazione. Ed è per questo che dovremmo arrivare all'altra parte, quella maschile.
Avevo proposto recentemente un progetto che si poneva domande quali: dove sta l'uomo violento? C'è sempre stato? Mi sono chiesta se avesse mai voluto risolvere questa sua fragilità/problema. E poichè per il mondo femminile ce ne sono tanti di avvisi, avevo pensato di esporre una serie di volti maschili con la scritta " fermati a pensare" con accanto un numero da chiamare".

"Nella vita, per alcuni uomini, i rapporti sono un veicolo per liberare la violenza. Questa sarebbe stata, a mio parere, una forma per sollecitare anche il mondo maschile. Infatti, mentre la donna, avendo accanto a sè amiche o riferimenti come il Goap, riesce a sfuggire dalla violenza esterna; l'uomo, che invece la possiede interiormente, dove dovrebbe andare? Non si parla di questo".

"La società oggi non offre degli strumenti culturali adatti per affrontare il problema, anzi lo strumentalizza per fare televisione.
Penso ad "Amore criminale": vengono mostrate donne uccise, coltelli, sangue, sceneggiature esasperate con queste attrici che raccontano le loro esperienza...Eppure alla fine non c'è alcun numero, nessuna psicologa che parli della sindrome di Stoccolma. Siamo sempre lì: spettacolo e mai informazione.
Si dovrebbe, invece, parlare di uomini violenti che sono riusciti a superare il loro problema, intervistare donne che sono riuscite a liberarsi dal vincolo della violenza, affichè ci sia una ricerca della soluzione. Tutto questo sceneggiare l'omicidio coinvolgendo persone che stanno attraversando un momento di grande dolore non serve a nulla se non a fare audience. La donna quindi viene strumentalizzata due volte: la prima mentre è vittima di violenza, la seconda con queste trasmissioni senza alcun riferimento culturale".

"Credo che si possano incontrare le masse anche elevandole, facendole uscire da questa società che io denomino "di sospesi": se riproponi il problema senza dare indicazioni, la questione resta, appunto, in sospeso".

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