La strage di piazza Fontana fu "ideata" a Trieste

Il 12 dicembre di 49 anni fa nella sede della Banca Nazionale dell'Agricoltura a Milano esplose un ordigno che uccise 17 persone. Qualche tempo prima il terrorismo nero progettò un attentato alla scuola slovena di via Caravaggio a San Giovanni. La storia

foto Silvia Di Marino (tratta da Google)

Il 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano esplodeva una bomba uccidendo 17 persone e ferendone 88. L’attacco terroristico viene ricordato come uno dei fatti di sangue più violenti del Novecento italiano. Le indagini e i successivi procedimenti giudiziari portarono, molti anni dopo, ad una serie di condanne che individuarono i responsabili nella matrice dell’eversismo di estrema destra. Non tutti sanno però che, nella ricostruzione della strage, emersero particolari che collegavano l’attentato milanese ad un fatto accaduto circa due mesi prima proprio a Trieste.

La visita di Saragat

All'inizio del mese di ottobre dello stesso anno era prevista la visita del capo dello stato Giuseppe Saragat nel capoluogo regionale. Gli estremisti di destra piazzarono un ordigno nei pressi della scuola materna slovena nel rione di San Giovanni. Il custode della scuola di via Caravaggio rinvenne sul davanzale di una delle finestre una cassetta sospetta.

Il ritrovamento della bomba

I Carabinieri intervennero e trovarono al suo interno sei candelotti di esplosivo, un detonatore e un orologio da polso, come pubblicato nel rapporto nel Nucleo Investigativo dei militari dell’Arma nel 1970. Vicino alla struttura vennero ritrovati alcuni volantini contro il viaggio del Presidente Saragat in Jugoslavia, firmati dal “Fronte Antislavo”. La bomba, formata da quasi sei chilogrammi di esplosivo, non funzionò solamente per un difetto tecnico e fortunatamente la strage prevista non si consumò.

Piazza Fontana e San Giovanni sono collegate

Anni dopo, proprio durante l’iter giudiziario, emerse che l’attentato di San Giovanni avrebbe dovuto assumere i connotati di una prova. Un test per la bomba di piazza Fontana, insomma. Il tentativo di strage preparato per la scuola slovena venne inserito all’interno dell’istruttoria aperta contro Freda e Ventura che, assieme ad altri terroristi “neri”, vennero coinvolti nella strage milanese.

Le prove per l’attentato milanese

La quantità di esplosivo contenuta nella cassetta ritrovata in via Caravaggio era di quattro volte superiore a quella che venne innescata a Milano nella sede della Banca dell’Agricoltura. Nella indagini venne coinvolto anche Martino Siciliano, che a tutti gli effetti, fu ritenuto uno dei basisti per l’attentato alla scuola slovena. Di seguito la deposizione che rilasciò agli inquirenti.

Le parole di Siciliano

“Il 2 ottobre 1969 Zorzi mi parlò della necessità di effettuare un atto dimostrativo al confine orientale in funzione di contestazione alla preannunciata visita di Saragat a Tito. La visita poi non si verificò comunque, ma per motivi che non attenevano al nostro fallito attentato. Fui incaricato da lui di realizzare col pantografo dei volantini manoscritti anti-Tito da lasciare in loco. Ne parlò solo a, me ma ci mettemmo d'accordo per partire il giorno dopo, insieme a Giancarlo Vianello, con la macchina di Maggi”.

Da Venezia a Trieste

“L'appuntamento era a Piazzale Roma, dove io, Zorzi e Vianello arrivammo in autobus e presso il garage San Marco c'era la macchina di Maggi. Nel baule della stessa vi erano due contenitori metallici del tipo per nastri da mitragliatrice, di colore grigio/verde, riempiti di bastoni di gelignite con un timer già approntato al quale mancava solamente di essere attaccata la batteria. Chiesi a Zorzi perché vi erano due ordigni al posto di uno e mi risponde che uno dovevamo deporlo a Trieste e l'altro a Gorizia. Preciso che i soldi per la benzina, l'autostrada e il mangiare furono forniti da Maggi. Zorzi, poiché glielo chiesi, mi disse che gli ordigni erano stati preparati dallo Zio Otto che ribadisco essere Digilio (ritenuto poi il responsabile della strage di piazza Fontana). Poiché avevo paura di poter saltare in aria innescando l'ordigno, espressi le mie preoccupazioni a Zorzi il quale mi tranquillizzo dicendomi che tutto era stato preparato dalla solita persona. Io non sapevo come effettuare il collegamento dei timers agli ordigni, ma lo Zorzi mi spiegò come i due poli dovessero essere collegati alle batterie. Non sono in grado di spiegare perché fossi stato prescelto”.

Il viaggio verso il luogo dell’attentato

Saliti in macchina andiamo a Trieste ove abbiamo appuntamento con dei locali e cioè Neami e Portolan, quest'ultimo ci portò a casa della nonna o della zia, deceduta da poco per cui la casa era libera e dove fu effettuato il collegamento del primo ordigno. Dagli stessi siamo stati chiamati a questa scuola di lingue slovena ove l'ordigno è stato collocato se non erro su una finestra. Non ricordò chi lo collocò, io ho lasciato nelle adiacenze i volantini”.

Le fotografie

“Riconosco i fogliettini con scritte che furono redatti da me con scritte antislave ed abbandonati sul posto. Io avevo iniziato a scrivere i foglietti con un pantografo, ma dopo poco mi stufai e continuai a scriverli a mano a stampatello. Riconosco altresì la cassetta portamunizioni, i candelotti e il congegno di accensione, quest'ultimo che ebbi occasione do osservare da vicino prima di effettuare personalmente il collegamento dei fili. L'orologio era stato munito di un perno per costituire il contatto. Eravamo convinti, andando via, di sentire un boato che avrebbe dovuto verificarsi quando noi uscendo da Trieste saremmo stati ormai sulla strada per Gorizia. Il tempo programmato non era molto, meno di un'ora, forse 40 o 45 minuti, ma comunque non sentimmo nulla”.

La bomba avrebbe dovuto esplodere poco dopo

“Prendo atto che il congegno non esplose in quanto la batteria era quasi del tutto scarica e che ciò è stato accertato dalla perizia. In merito non so cosa dire; io ero convinto che il congegno esplodesse tanto è vero che ho avuto paura di saltare in aria innescandolo, ma evidentemente qualcuno aveva programmato l'azione in modo diverso perché mi sembra difficile che possa avvenire un errore del genere. Come è noto, io e Delfo Zorzi, sulla base delle dichiarazioni di Gabriele Forziati, fummo indiziati in istruttoria di tale attentato doversi anni dopo lo stesso. Fummo prosciolti, ma Forziati in realtà aveva detto il vero. Egli non aveva avuto alcun ruolo nella vicenda, ma evidentemente nell'ambiente di Trieste, che era piccolo, aveva avuto delle confidenze esatte. Subì anche una bastonatura per ritorsione che proveniva ovviamente dall'ambiente di Ordine Nuovo di Trieste. Preciso che sui quotidiani locali apparve la notizia che la bomba avrebbe dovuto esplodere intorno a mezzogiorno causando vittime fra i bambini che frequentavano la scuola. Ciò non è assolutamente esatto perché l'ora prevista di scoppio non era certo mezzogiorno, ma intorno a mezzanotte e cioè poco dopo che l'ordigno era stato deposto e innescato. D'altronde la posizione del perno non consente un periodo di attesa superiore ad un'ora in quanto veniva usato un comune orologio da polso”.

La Venezia Giulia divenne un test per tutta la penisola

Trieste e le zone limitrofe furono il teatro di una strategia della tensione che mirava a scardinare l’ordine pubblico e a fare pressione sullo stato. Il coinvolgimento delle matrici eversive fu reale, come testimoniato dal ritrovamento di arsenali bellici in Carso, la strage di Peteano e i movimenti continui di cellule terroristiche, con il coinvolgimento – in quello che rappresenta il più classico elemento dei misteri italiani – anche dei servizi deviati.

La bomba a San Giovanni non esplose. Nella storiografia del Novecento italiano e nelle informazioni emerse durante le deposizioni processuali, la scuola elementare slovena avrebbe dovuto essere il teatro di un test per piazza Fontana.  

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