Università, Flc Cgil: «Stabilizzati 33 amministrativi, ma la situazione resta grave»

«Aperti anche concorsi per 27 ricercatori, ma non è abbastanza: in 10 anni il personale universitario è diminuito di quasi un terzo»

Sono 33, tra tecnici e ammninistrativi, i dipendenti dell'Università che firmeranno un contratto a tempo indeterminato, dopo collaborazioni pluriennali con contratti precari. «Un'importante vittoria - dichiara Matteo Slataper di Cgil Flc (Federazione lavoratori della conoscenza) - che abbiamo condiviso con altre sigle sindacali, soprattutto Cisl e Uil. Un percorso avviato nel 2014 con la norme sulla stabilizzazione della legge Madia, l'assoluta necessità di queste figure in organico ci hanno permesso di regolarizzarle. Siamo orgogliosi del nostro contributo all'università italiana, che tuttavia soffre ancora una grave carenza di personale, e con i pensionamenti in arrivo sarà ancora peggio, il turn over è praticamente inesistente. Il lavoro ricade ». 

«Per quanto riguarda invece i ricercatori - rivela il rappresentante sindacale - sono state annunciati dai media locali "27 nuove assunzioni", ma lo sono solo in parte, alcune sono solo stabilizzazioni, e sono numeri del tutto insufficienti. La categoria, in particolare, soffre delle conseguenze della legge Gelmini del 2010, che ha eliminato i ricercatori a tempo indeterminato. Dal punto di vista delle docenze molti corsi di laurea devono fare i salti mortali per entrare nei numeri obbligatori previsti dalla legge. Non si possono fare corsi di laurea pirata chiamando persone a caso, coì si riduce l'offerta formativa e la possibilità di avere studenti»

Questo il tema affrontato all'"assemblea dei precari dell'Università" il 4 luglio,organizzata da Cgil Flc e Adi, dove sono stati rivelati alcuni dati importanti. «Dal 2008 a oggi - spiega Slataper - il personale tecnici amministrativi ammontava a circa 960 unità, e un migliaio di docenti. Adesso ne sono rimasti 680, e altrettanti docenti. Il settore universitario ha subito tagli enormi, è stata fanalino di coda tra gli investimenti nel pubblico impiego. 10 anni va l'investimento nazionale per l'università ammontava a 7 miliardi, ora poco più di 6. Come Cgil chiediamo si ripristini il precedente livello, anche se sarebbe comunque insufficiente rispetto alla spesa degli altri atenei europei».

In europa, questi i dati diffusi in assemblea da Cgil Flc, la spesa pubblica per l'Università si attesta tra il 2 e il 3% del Pil, comprensivo della quota del privato, che è inoritaria. In Italia siamo a meno dell'1% e l'investimento privato è praticamente inesistente. In sostanza, per arrivare agli standard europei si dovrebbe di fatto raddoppiare la spesa. «Non si pretende di farlo dall'oggi al domani - conclude il sindacalista - ma bisogna progressivamente investire nell'innovazione e nella ricerca, che purtroppo in questo paese la si vuole legare a mercati residuali ma potrebbe produrre grande prestigio a livello internazionale». 

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