Al Miela va in scena "La fabbrica dei preti" di e con Giuliana Musso

  • Dove
    Teatro Miela
    Indirizzo non disponibile
  • Quando
    Dal 09/02/2017 al 11/02/2017
    21.00
  • Prezzo
    Prezzo non disponibile
  • Altre Informazioni

La scenografia è essenziale: sul palco sono in vista alcuni schermi di proiezione degli anni Sessanta ed abiti maschili appesi, una tonaca, un vestito da sposo, un clergyman, una tuta da operaio. Al centro di tutto è l’attrice – ed autrice – dell’eccellente esempio di teatro di narrazione e d’indagine che è “La fabbrica dei preti” di Giuliana Musso con cui – giovedì 9 febbraio alle 21:00 con repliche fino a sabato 11 – si apre il trittico di spettacoli della stagione altripercorsi dello Stabile regionale ospiti al Teatro Miela, grazie alla collaborazione con la Cooperativa Bonawentura. Saranno tre spettacoli declinati al femminile, tre grandi interpretazioni che dopo Giuliana Musso, vedranno sul palcoscenico Piera Degli Esposti con Wikipiera e Ottavia Piccolo con il suo Donna non rieducabile dedicato ad Anna Politovskaja.

Nel suo itinerario di ricerca, trasformato in uno spettacolo di grande intensità, Giuliana Musso affronta il tema della dimensione umana dei sacerdoti e ce lo restituisce intrecciando tre linee diverse: un reportage della vita nei seminari declamato dal “pulpito” (ispirato ai racconti di Don Bellina nel libro “La Fabriche dai Predis” in cui ripercorre i suoi anni di seminario), la proiezione di tre album fotografici e la testimonianza vibrante di tre personaggi cui la protagonista, con grande capacità espressiva e versatilità, dà vita. Il tutto è preceduto da un prologo in cui si ripercorrono le novità del Concilio Vaticano II (che si è chiuso nel 1965).

Tessendo queste linee Giuliana Musso si addentra nei seminari degli anni Cinquanta e Sessanta, quelli concepiti “pre-Concilio”, secondo un rigore quindi che appartiene al passato. E racconta le vite di preti che ne sono usciti proprio negli anni del Concilio, una generazione che ha conosciuto lo smarrimento di chi è stato formato secondo un modello immediatamente “superato” e poi si è dovuto confrontare con una realtà del tutto nuova, contemporanea, in mutamento continuo e potente.

I tre personaggi che si succedono sul palcoscenico, sono un timido ex-prete, un ironico prete anticlericale ed un prete poeta\operaio: sono ormai anziani e sanno raccontare con franchezza i tabù, le regole e le gerarchie della giovinezza trascorsa in seminario, la dissociazione – dolorosa, soprattutto per i più giovani e fragili – del loro naturale mondo affettivo dalla loro dimensione spirituale e devozionale…

Raccontano poi con altrettanta obiettività l’impatto con il mondo “reale”, così imprevedibile, e con le donne, e sanno restituirci con umanità le grandi frustrazioni di questi incontri, ma anche la ricerca e la scoperta di una personale forma di felicità umana. Alla fine, è l’essere umano che Giuliana Musso pone nel cuore del suo spettacolo e la necessità di portare i suoi bisogni al centro o, meglio, al di sopra di ogni norma e ogni dottrina.

Oggi, nel 2017, le immagini di quei seminari degli anni Cinquanta e Sessanta si rispecchiano certo nelle rigidità e nelle contraddizioni del nostro modello etico, che da lì proviene, ma si confrontano anche con l’evoluzione della Chiesa. Il messaggio dello spettacolo assume allora un valore ancor più universale e quel rigore seminarile può farci riflettere sulla durezza eccessiva e ottusa di ogni modello educativo asfissiante. «Lo spettacolo – conclude l’autrice nelle sue note – mentre racconta la storia di questi ex-ragazzi, ex-seminaristi, ci racconta di noi, delle nostre buffe ipocrisie, paure, fragilità... e della bellezza dell’essere umano. E così mentre ridiamo di loro, ridiamo di noi stessi e mentre ci commuoviamo per le loro solitudini possiamo, forse, consolare le nostre».

Giuliana Musso è una tra le maggiori esponenti sul piano nazionale, del teatro di narrazione e d’indagine che si colloca al confine con il giornalismo d’inchiesta, tra la ricerca e la poesia, la denuncia e la comicità. Vicentina di nascita e udinese d’adozione, è autrice e interprete, ma innanzitutto attenta ricercatrice: «Ho il desiderio di un teatro che ci guardi negli occhi e che ci ascolti – scrive infatti nel suo sito – di una drammaturgia che nasca dall’indagine e trasferisca sulla scena la testimonianza di chi vive. So di condividere questo desiderio con molti altri artisti che resistono spontaneamente alla seduzione dell’autoreferenzialità per arrendersi con gioia a un teatro che ama osservare più di quanto ami farsi osservare. Diamoci occasioni per spostare il baricentro: dal virtuosismo al contenuto, dal grande teatro a una comunità che si riunisce».

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