È Čajkovskij ad aprire la nuova stagione lirica del “Verdi” con “Evgenij Onegin”, affidato alla bacchetta di Fabrizio Maria Carminati, al suo debutto con il capolavoro russo

L'intervista al Maestro Carminati a cura di Alessandra Ressa

Maestro Fabrizio Maria Carminati

A pochi giorni dall'inizio della nuova stagione lirica al teatro “Verdi”  abbiamo incontrato un artista ormai di casa a Trieste,   il Maestro Fabrizio Maria Carminati, impegnato nelle prove dell'opera di apertura “Evgenij Onegin”. Capolavoro indiscusso di Pëtr Il'ič Čajkovskij e tratto dall'altrettanto apprezzato romanzo omonimo di Aleksandr Puškin, “Onegin “ sarà in scena dal 17 novembre per la regia di Vera Petrova e con l'allestimento del Teatro dell'Opera di Stato di Sofia.
Grande esperto di Belcanto e del Novecento Italiano, il Maestro Carminati si troverà a dirigere per la prima volta la raffinata opera del celebre compositore russo. Un vero e proprio debutto per l'artista vercellese, al quale già era stata affidata l'applauditissima opera di chiusura della trascorsa stagione, “Tosca”.

Maestro Carminati, che effetto fa debuttare con l'opera russa?  
«Sto affrontando con molto slancio questa sfida professionale.  Negli ultimi anni  conoscere nuovi repertori ed affrontarli ha caratterizzato il mio lavoro, e, nel caso di “Onegin”, devo ammettere che la mia preoccupazione maggiore era la conoscenza della lingua, un'assoluta novità per me. Studiando quest'opera però mi sono reso subito conto che il russo ben si abbina al canto lirico. E' una lingua molto musicale. Più in generale devo confessare che nonostante le mie preoccupazioni iniziali, mi trovo molto a mio agio con quest'opera». 
Quali sono gli aspetti dell'opera di  Čajkovskij che più si distaccano dalla tradizione lirica a cui è abituato?
«In realtà la visione che Čajkovskij aveva dell'opera lirica era molto simile allo stile italiano, ritrovo in “Onegin” infatti tanti spunti interpretativi della nostra tradizione. È un repertorio meraviglioso, e l'aspetto sicuramente che più rende straordinaria quest'opera è la grande esperienza sinfonica del compositore che fa di “Onegin” l'assoluto punto di arrivo.  

Il compositore disse che il suo lavoro altro non era se non “la riproduzione musicale di sentimenti normali, semplici, universali, lontani dalla tragicità esteriore, dalla teatralità”. Per questa ragione volle affidarne il debutto a cantanti non famosi ma disciplinati e volenterosi, che sapessero recitare in modo semplice e convincente, con costumi e messinscena non fastosi ma fedeli all'epoca, un coro che, usando le parole del compositore, “non fosse un gregge di pecore” ma che prendesse realmente parte all'azione, un direttore che non fosse un segnale luminoso. Quanto fedele al lavoro e alla volontà di Čajkovskij è la rappresentazione che debutta  a Trieste il 17 novembre?
«“Evgenij Onegin” è un'opera molto intimista: amicizia, tradimento e  speranza nell'amore non riconosciuto.  Onegin stesso ha un tipo di recitazione molto declamata, proprio perchè si tratta di un dramma intimo con focalità sulla musica. Questa rappresentazione non si distacca dalle prescrizioni di  Čajkovskij. I ruoli sono infatti affidati a giovani talentuosi di madrelingua al loro debutto. Questo significa più lavoro di equipe, non ci si può permettere atteggiamenti da primadonna, e comunque la frequente presenza in scena di tanti personaggi non lo permetterebbe. L'allestimento è classico e la regia molto rispettosa». 

C'è qualcosa nel corso delle prove di questi giorni su cui è voluto intervenire?  
«Come in tutte le opere ci sono contaminazioni dovute alla tradizione di esecuzione.  In particolare nelle consuetudini di alcuni artisti abituati ad esibirsi in Russia. Queste consuetudini con il tempo si si  sono fossilizzate. Sto pertanto facendo opera di “decontaminazione”per cercare di riportare l'opera alla sua tradizione e alle sue origini. Questa è una cosa a cui mi dedico anche per ciò che riguarda il repertorio italiano, una vera e propria azione epurativa. Purtroppo tutte le opere, in particolare quelle del Belcanto, sono contaminate». 

Come ha trovato orchestra e coro del “Verdi”?
«Sono in forma smagliante come sempre. Ormai il nostro è un rapporto consolidato. Con l'orchestra in particolare si lavora con molta intimità, mi ritrovo come a casa tra amici. Anche il legame con la città è molto forte, e naturalmente con il teatro “Verdi”, che ho avuto la fortuna di conoscere sin dagli esordi, con il Barone De Banfield, anche durante i periodi più difficili».
E del pubblico triestino cosa ci dice? 
«Il pubblico triestino è pronto, è attento al repertorio, sempre aperto alla sperimentazione che il suo teatro offre,  è un pubblico preparato grazie appunto all'esperienza di pluralità teatrale. “Onegin” lo dimostra». 
Cosa ne pensa della mancanza di un ricambio generazionale nel nostro teatro lirico? Qualcuno dice chè quasi esclusivamente frequentato da un pubblico attempato. 
«È ora di sfatare la leggenda del pubblico anziano. Il pubblico del teatro (“Verdi”, ndr) è solo una generazione che è stata più fortunata. Sono persone che hanno avuto la fortuna, il privilegio, di andare a teatro e appassionarsi di opera. Ed è una passione che dura tutta la vita».

Ma allora perchè secondo lei continuano ad esserci pochi giovani all'opera? 
«È fondamentale educare i giovani ad andare a teatro.  Mancano infatti l'abitudine e il piacere di andare a teatro. Sicuramente la colpa è da attribuire alla tecnologia, alla velocità elevata, al tutto subito, manca la pazienza di stare seduti  in un teatro senza schermi luminosi, senza cellulare in mano,  a godere di uno spettacolo di tre, quattro ore, che si sviluppa a poco a poco. Bisogna curare il rapporto tra umanità e tecnologia e trovare il giusto equilibrio, la giusta misura».
Senza giovani che ne sarà del teatro dell'opera in Italia? Quale destino per i nostri teatri? 
«È un momento difficile per il teatro italiano. Si ritrova trascurato, umiliato dalle disattenzioni e procrastinazioni nel tempo, senza ricevere nulla in cambio. I nostri politici non si rendono conto della risorsa economica che i nostri teatri rappresentano. Non capiscono che la “polpetta” a cui dare attenzione è la cultura. Quale destino per i nostri teatri? Se non si riconosce una risorsa fondamentale come quella rappresentata  dai teatri e dalla cultura che essi diffondono in tutto il mondo, in Italia c'è veramente il rischio che chiudano, e che vengano trasformati in autorimesse.

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