“Lucia di Lammermoor” debutta al Verdi con un tenore degno di Pavarotti

Teatro pieno e applausi a scena aperta per il capolavoro di Donizetti

Foto: Teatro Verdi

Donizetti fa il bis a Trieste per questa ricca stagione lirica al Teatro Verdi con il quinto titolo in cartellone, “Lucia di Lammermoor”. Oltre ad essere un'opera simbolo del repertorio italiano tra le più amate e rappresentate  del celebre compositore bergamasco fin dal suo debutto avvenuto nel 1835 al Teatro di San Carlo di Napoli, “Lucia di Lammermoor” è uno di quei titoli immancabili nei principali teatri, che garantisce sempre un pubblico numeroso. E così è stato anche per la prima a Trieste, caratterizzata da un teatro piacevolmente pieno e da un pubblico che ha saputo apprezzare con lunghi applausi un lavoro messo in scena con raffinatezza, capacità artistiche e buon gusto (pur con qualche debolezza), e soprattutto, con la ferma  e riuscitissima volontà di rendere l'opera nella sua versione più pura, senza tagli, contaminazioni, reinterpretazioni, modernismi.

In questo c'è stato sicuramente il  tocco, oltre che dell'abile regista Giulio Ciabatti, del maestro concertatore Fabrizio Maria Carminati, che della decontaminazione delle opere del belcanto italiano ne ha fatto una vera e propria crociata personale. Ottima scelta dunque quella di affidare la bacchetta al Maestro Carminati, artista molto apprezzato a Trieste a cui già era stata consegnata l'apertura di stagione con lo straordinario “Evgenij Onegin”. L'orchestra ha risposto con grande intensità e vigore, da segnalare in particolare i solisti all'arpa e al flauto dolce. Ottima anche la performance del coro, particolarmente suggestiva nella scena del matrimonio e ricca di profondità negli interventi drammatici. 

La vicenda, tratta dal romanzo storico di Sir Walter Scott, “The Bride of Lammermoor”, e magistralmente adattata a libretto da Salvatore Cammarano, non è solo un suggestivo capolavoro del belcanto, ma un'opera in cui il virtuosismo vocale diviene uno strumento espressivo di grande efficacia. Pur se molto curato nel personaggio e nella dizione, il soprano polacco Aleksandra Kubas-Kruk, nei panni di Lucia, ha però dato una prestazione non sempre all'altezza del personaggio, con alcuni passaggi troppo gridati e qualche nota imperfetta, in particolare nella scena della pazzia, quella che poi tiene solitamente il pubblico col fiato sospeso. Nell'insieme la Kubas-Kruk ha comunque offerto una buona performance. 

A distinguersi per slancio, intensità e straordinarie capacità canore è stato invece il tenore Piero Pretti che ha saputo interpretare un Edgardo virile,  deciso, solido, ma anche emotivo e commovente,  e  sempre  tecnicamente perfetto (guadagnandosi lunghi applausi a scena aperta). E' stato lui l'unico interprete di questa riuscita stagione lirica triestina a regalarmi  quel piacevole “brividino” lungo la schiena con la celebre aria “Tombe degli avi miei”. E pensare che questa era l'aria preferita da Pavarotti, a cui a mio avviso Pretti non ha nulla da invidiare, a parte forse il nome e il conto in banca. Un po' rigido e a tratti non abbastanza “malvagio” nella recitazione, nonostante l'imponente aspetto fisico, il baritono Devid Cecconi nei panni di Enrico, fratello di Lucia, che ha comunque dato buona prova delle proprie capacità canore. Molto bene il resto del cast. 
Minimaliste e raffinate  le scene di Pierpaolo Bisleri.  La rappresentazione, che ha ricevuto lunghi applausi, replica fino al 31 marzo. 
 

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