Opera: “La fille du Régiment” al Verdi raccontata dal maestro Simon Krecic (INTERVISTA)

Il giovane direttore sloveno, attualmente alla direzione artistica del teatro di Maribor, ha diretto il “Macbeth” firmato da Dario Argento e una “Cenerentola” in Cina.  A Trieste darà vita alla brillante opera buffa di Donizetti

Foto: Teatro Verdi

Va in scena al Verdi, dal 16 al 24 febbraio, l’opera buffa “La fille du Régiment” di Gaetano Donizetti, brillante commedia degli equivoci ambientata in Svizzera, che narra di una giovane trovatella allevata dai soldati del reggimento savoiardo. La produzione sarà quella firmata da Sarah Schinasi (scene di Pier Paolo Bisleri), e l’orchestra sarà diretta dal maestro Simon Krecic. Un Donizetti comico, eppure non privo di momenti lirici, come sottolinea il giovane direttore sloveno, che a 38 anni vanta un curriculum di tutto rispetto.

Attualmente direttore artistico del teatro dell’Opera di Maribor, Krecic ha diretto l’orchestra nel “Macbeth” con la regia di Dario Argento (la prima prova operistica del cineasta horror), e nella scorsa stagione si è cimentato in “Das Rheingold” a Maribor, “Cenerentola” a Lubiana e “Un ballo in maschera” in Cina. Ama definirsi «un direttore senza repertorio, è il repertorio che sceglie me di volta in volta. All’inizio dirigevo molta musica sinfonica e contemporanea, ora principalmente opera».  

Quale sarà il suo personale contributo a questa “Fille du Régiment”?
«Voglio collegare i punti comici del testo con quelli della partitura. Il soggetto si presta molto: si parla di una ragazza cresciuta da un gruppo di uomini, e all’epoca la donna non era dedita a mestieri maschili come adesso. Questo ha una gran portata rivoluzionaria, innesca  facili equivoci e momenti umoristici. Quest’opera è famosa soprattutto per l’aria tenorile “Ah! Mes amis, quell jour de fête!”che contiene nove do di fila, ma studiando la partitura ho trovato anche tanti momenti lirici, che non mi aspettavo e mi hanno colpito per la loro bellezza. Ho intenzione di valorizzare questi momenti al pari delle arie più celebri».

Un’opera francese scritta da un italiano: quanto è importante la fusione tra culture per creare un capolavoro?
«La combinazione tra queste due culture è molto fortunata, durante le prove sto chiedendo molto all’orchestra di trovare quel timbro e quei colori tipicamente francesi, e l’opera secondo me funziona molto meglio in francese che in italiano. Tuttavia l’italianità di Donizetti è inconfondibile ed è parte del suo grande genio. La riuscita sta nell’incontro».

Donizetti buffo o Donizetti drammatico?
«Scelta non facile.  Preferisco il suo repertorio drammatico ma l’opera buffa è più difficile: bisogna trovare il giusto equilibrio e non essere nè troppo banali nè eccessivi, sennò si scade nel ridicolo. Molti libri insegnano come rendere al meglio la tragedia, ma la commedia non te la insegna nessuno. È sicuramente una sfida più stimolante».

Com’è stato lavorare con Dario Argento?
«In Slovenia non è tanto conosciuto come in Italia quindi mi sono approcciato a lui in maniera molto rilassata. Di lui mi ha colpito il punto di vista “cinematografico”: privilegiava le espressioni facciali, sacrificando tutta la gestualità ampia tipica del teatro, come davanti a una macchina da presa. Lo spettacolo aveva tinte molto forti, come i suoi film.  Abbiamo creato un bel rapporto, è una persona molto collaborativa».

Lei è già stato al Verdi. Com’è stato ritornare?
«Qui mi trovo bene con tutti, dai solisti ai tecnici, sono fiero di essere il terzo direttore sloveno mai salito sul podio di questo teatro. Ultimamente le collaborazioni tra Trieste e la Slovenia si stanno intensificando, specialmente col teatro di Maribor. Ho la sensazione che le persone giuste si siano ritrovate al momento giusto, Trieste in generale sta allacciando grandi rapporti artistici con i paesi confinanti, Austria compresa. L’arte risolve le questioni politiche da sempre, e da sempre si muove al di sopra dei confini».

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