Crisi industria, USB: "1000 posti a rischio, presidio il 13 novembre"

Un'iniziativa organizzata separatamente dal presidio di venerdì 15 novembre indetto da CGIL CISL e UIL i quali, secondo USB, avrebbero "chiuso accordi al ribasso scaricando le colpe più sulla politica che sulle aziende stesse"

Emiliano D’Ambrosi e Sasha Colautti

“Un migliaio i lavoratori sono a rischio nel comparto industriale triestino in seguito alla crisi di grandi aziende come Wartsila, Ferriera, Flex, Burgo, Sertubi e Principe. Di questi, 400 appartengono ad aziende in appalto di cui purtroppo si parla molto poco”, per questo motivo USB organizza uno sciopero per tutta la giornata del 13 novembre, con un presidio in piazza Oberdan dalle 10 alle 13, in concomitanza con il tavolo di crisi convocato su Wartsila, “dove saranno fatte possibilmente convergere tutte le aziende in crisi e non solo”. Un'iniziativa organizzata separatamente dal presidio di venerdì 15 novembre indetto da CGIL CISL e UIL, da cui USB vuole rimarcare una fondamentale differenza di vedute.

Le colpe della politica

Come dichiarato dal segretario provinciale Sasha Colautti “gli altri tre sindacati attaccano la governance politica, ma non le aziende, che secondo noi sono le prime responsabili della crisi in corso. Quando c'è la destra al potere, CGIL CISL e UIL tendono ad attaccare per partito preso ma le scelte vengono operate dalle aziende mentre la politica ha un compito di sostegno in tempi di crisi. Cosa che la Regione ha fatto, soprattutto presenziando ai tavoli per la Ferriera e per Flex. Sicuramente ci sono delle debolezze di visione strategica da parte delle istituzioni ma Comune e Regione hanno determinati e limitati mezzi a disposizione e li hanno sempre usati, anche sotto altre bandiere politiche”.

Oltre 600 posti di lavoro a rischio tra Ferriera, Wartsila e Flex

"Accordi al ribasso"

L'accento, per USB, è quindi da spostare sulle responsabilità delle aziende, oltre che di “una Confindustria completamente assente dal dibattito”. In particolare, relativamente a Wartsila “Le altre OOSS hanno fatto un accordo al ribasso – ha spiegato Colautti - ed è stato chiuso un percorso di 30 esuberi. Noi non l'abbiamo sottoscritto perché mancava una visione futura sul come evitare altri esuberi, infatti poco più di un mese dopo il problema si è riproposto. È facile sottoscrivere accordi che fanno comodo solo alle aziende e poi scaricare sulla politica”. Altrettanto facile, secondo i rappresentanti sindacali, “delegare tutte le soluzioni al Porto di Trieste,una distorsione che rischia di rivelarsi un grave errore, e di deresponsabilizzare i soggetti coinvolti”.

"In Wartsila situazione insostenibile"

Tra questi soggetti, nella conferenza stampa odierna indetta da USB si è parlato molto di Wartsila, che viene accusata di avere “un'impostazione da multinazionale, che presegue il guadagno a scapito delle maestranze”. In particolare Emiliano D'Ambrosi, referente USB in Wartsila, riferisce che “l'azienda ha venduto due capannoni su tre e ci ha garantito che la produzione in un unico capannone sarebbe stata sostenibile. Adesso per i lavoratori la situazione è insostenibile mentre l'azienda, oltre alla vendita, ha beneficiato di soldi pubblici e ciononostante continua a parlare di esuberi. Dall'ultimo tavolo ministeriale l'azienda ha ricevuto cospicui finanziamenti pubblici anche per costruire un grande motore ibrido, salvo poi scoprire che il prodotto non sarà realizzato a Trieste e che quel denaro non ricadrà sul territorio”.

“Le aziende non possono incamerare soldi pubblici, come i due milioni che Wartsila ha ricevuto dal MISE per ricerca e sviluppo, senza rendere conto di come vengono spesi, come RSU ci batteremo perché questo avvenga” sintetizza Colautti, insistendo anche sulla necessità di “realizzare un nuovo prodotto ecosostenibile per uscire dalla crisi perché vista l'attualità della tematica ambientale è evidente che i nostri prodotti sono destinati a diventare di nicchia”.

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