Riflessioni sui diritti e le prospettive nel mondo degli Esuli. Una Sonora Sconfitta!

Antonio Ballarin, Presidente Nazionale della FederEsuli, analizza la difficile situazione venutasi a creare al domani della decisione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. L'istanza degli Esuli infatti è stata rigettata senza motivazioni. Da qui dunque si riparte cercando nuove strade percorribili per dare giusta dignità e consapevolezza a questa parte, dimenticata, di Italiani

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha rigettato senza motivazioni il ricorso, presentato un anno fa dopo la sentenza negativa della Corte di Cassazione, sugli ulteriori indennizzi agli esuli per gli espropri patiti alla fine della seconda guerra mondiale.

Nemmeno di una sentenza si tratta e per tal motivo questa decisione della Corte Europea suona come una sonora sberla presa in piena faccia e che riporta alla realtà: gli esuli di lingua italiana dell’Istria, di Fiume del Quarnaro e della Dalmazia non contano nulla, sono una trascurabile entità.

Questo popolo autoctono e variegato che ha patito sulla propria pelle la persecuzione nel secondo dopoguerra e che ha pagato, in più generazioni, per l’intera nazione italiana, i debiti di una guerra tutt’altro che voluta, non possono avere giustizia per via giuridica. Questi esuli, le loro famiglie ed i loro discendenti, hanno subito le conseguenze morali e materiali di uno Stato che si è comportato e, tranne pochissime eccezioni, continua a comportarsi, come un signorotto feudale nei confronti dei ‘propri’ servi della gleba. Questi esuli rappresentano un mondo da dimenticare. Sono ‘vecchi’, non solo e non proprio anagraficamente, ma in ciò che essi rappresentano. Sono noiosi. Hanno segnato il loro tempo. Sono dei ‘vinti’ e come tali vanno trattati: senza pietà, senza giustizia e, soprattutto, nella dimenticanza.

Quel poco che si è riuscito ad ottenere - qualche legge per la tutela della nostra storia e della nostra cultura, una legge in difesa della memoria, degli indennizzi ridicoli spezzettati in molti, moltissimi, troppi anni - è frutto di una costante, pervicace, continua sollecitazione, da parte di quelli che dentro questo popolo proprio non si sono potuti arrendere, verso quella politica, purtroppo minoritaria, che un minimo di senso morale lo detiene ancora.

Non vi è dubbio, cercare qualcuno che, seguendo una via giuridica onesta ed a misura d’uomo, offra conforto a chi ha patito, in sé è un’idea che merita lode. Ma poi occorre essere realisti: chi dovrebbe giudicare? Portare le offese subite al cospetto di tribunali che avrebbero dovuto fare giustizia? Ma quali tribunali? Tribunali che rappresentano organismi che hanno causato questo disastro? Lo Stato italiano o quello di un’Europa in cui le minoranze hanno voce solo se sono supportati dalla politica estera degli Stati in cui quelle minoranze vengono ospitate?

Non siamo in un film di Hollywood, dove potere politico ed organi giudicanti vengo rappresentati come separati ed autonomi, molto di più di quanto non lo siano nella realtà americana o nella nostra Europa. È difficile pensare che qui da noi un tribunale neghi l’operato di uno Stato e le sue scelte politiche soprattutto quando si tratta di politica internazionale, così complessa e così condizionata dai trattati internazionali bilaterali. È ancor più difficile pensare che un magistrato proveniente da un certo Paese, sia svincolato da un seno nazionale che porti a difendere le proprie radici, cioè la propria personale identità, come è successo, evidentemente, a Mirjiana Lazarova Trajkovska, relatrice della Corte di Strasburgo e proveniente proprio dalla ex-Jugoslavia.

È stata un’illusione ed ora ci risvegliamo con una bocca ancor più amara.

La batosta è ancor più grave se si considera il fatto che la notizia è stata riportata in una paginetta di cronaca locale di un giornale regionale. Il resto dei media? Silenzio globale. Unica eccezione per un articolo apparso su Il Giornale, testata nazionale che comunque, nel complesso, non ha posto grande enfasi all’accaduto.

Dovremmo domandarci come mai, invece, gran rilievo abbia suscitato tutt’altra sentenza della corte di Strasburgo per altri diritti negati, quelli offesi in merito agli eventi accaduti nella scuola Diaz nel G8 del 2001. Grande violenza anche in quell’occasione, eppure nessun infoibato.

La negazione della Corte Europea non è l’unico danno patito. In questi anni il dibattito su cosa fare, come tutelare la nostra memoria e le nostre aspettative, come far giustizia dei torti subiti, ecc. - da cui l’iniziativa che ha portato alla catastrofica sentenza di Strasburgo - ha prodotto come effetto quello di alzare sistematicamente il livello dello scontro all’interno della comunità degli esuli, portando divisioni proprio dentro questo piccolo mondo. Tutto ciò non ha generato unità, ma anatemi reciproci, dispersione delle poche forze a disposizione, insofferenze crescenti per dissociazioni spesso inconcepibili e basate su personalismi.

Insomma, la decisione della Corte Europea ha scoperto un mondo debole (già delicato), diviso, che non conta nulla.

È questo lo scenario, ora. È questa la realtà.

Eppure, proprio una maturazione della consapevolezza dei nostri diritti negati sta generando, da qualche anno a questa parte, un risveglio identitario, un rifiorire nelle generazioni successive del desiderio di riaffermare l’appartenenza a questa storia - ben confermata nelle celebrazioni del Giorno del Ricordo di quest’anno - od una memoria collettiva che va al di là di quella meramente famigliare. Vediamo attorno a noi, in tutta Italia ed anche fuori, un gran numero di iniziative che coinvolgono sempre più persone, che conquistano sempre più l’attenzione di un ‘grande pubblico’ lasciato distratto ed ignorante da chi ha avuto per anni il controllo delle leve della comunicazione di massa.

Una strada realisticamente percorribile

Cosa fare, dunque? Cosa fare per continuare sulla strada segnata dalle semplici parole chiave, ‘memoria’, ‘identità’, ‘prospettiva’, sempre più comprese e condivise nel nostro mondo e nelle realtà dove ci troviamo a testimoniare la nostra esperienza umana? Cosa fare per rendere salda l’eredità derivata dal sacrificio dei nostri cari che anziché sparire registra, appunto, una memoria inattesa e carica di una visione positiva?

Sia chiaro: nessuno ha una formula magica in tasca.

Oggi, a distanza di decenni da quanto accadde, siamo ancora alla fase in cui dobbiamo difendere quei pochi diritti riconosciuti e progredire passo dopo passo in una faticosissima tela da ricamare giostrando da un’Istituzione all’altra, in un lento processo dove la liturgia di una kafkiana burocrazia, sempre a nostro danno, regna sovrana.

Il Tavolo Governo - Esuli è una delle poche e rarissime occasioni da curare con estrema attenzione. Esso rappresenta quell’unica via, politica e pomposamente burocratica, oggi possibile e tesa alla ricerca della soddisfazione dei nostri diritti. Una ricerca che già sappiamo non si esaurirà con i lavori di questa commissione mista.

Quel Tavolo, oggi, procede nei suoi lavori. Dopo l’incontro del 12 febbraio scorso, le Associazioni storiche, tutte insieme e di comune accordo, hanno presentato, come richiesto dagli esponenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un documento di cinquantasei pagine (eppure riassuntivo!), entro cui sono stati articolati tutti i punti in discussione e, cioè:
1.    L’Accordo di Roma del 1983 - Promemoria sui beni italiani passati agli attuali Stati successori della Jugoslavia oggetto del debito sloveno e croato verso la Repubblica Italiana;
2.    Gli indennizzi per i beni abbandonati;
3.    Lo stato dell’arte della Legge 191 del 2009;
4.    La nostra storia ed il mondo della scuola;
5.    I problemi anagrafici;
6.    La cittadinanza italiana;
7.    La medaglia d’Oro al Valor Militare alla città di Zara;
8.    Le onoranze ai caduti ed i sacrari di guerra;
9.    I contributi previdenziali dell’INPS per i deportati in Jugoslavia;
10.    I Consolati;
11.    La proroga della legge per le domande di assegnazioni delle onorificenze alle famiglie degli infoibati.

Concettualmente, alcuni di questi temi sono di più semplice e diretta soluzione, altri presentano una maggior complessità. Tutti, però, richiedono da parte nostra pazienza nell’interlocuzione, dedizione, costanza, buona volontà da parte delle Istituzioni nel risolvere le questioni aperte. Non possiamo nemmeno aspettarci che una tale ragionevole ‘buona volontà da parte delle Istituzioni’ sia resa disponibile a nostro favore. Spetta a noi attivare anche questa ed i membri consapevoli ed attivi delle nostre Associazioni sanno bene cosa significa muoversi, per questo nostro senso di appartenenza, con passione, gratuitamente in maniera volontaria, giorno dopo giorno, mettendo da parte atteggiamenti da primadonna - troppo in uso nel nostro mondo - cercando una necessaria coralità e senso di squadra, unica modalità che permette alle nostre istanze di essere perlomeno non bypassate, cioè eluse od aggirate.

I temi di maggior complessità

Tra i temi di maggior complessità spiccano inevitabilmente i primi due: il Trattato di Osimo ed i beni abbandonati.

Per i beni abbandonati la richiesta è semplice, chiara e diretta: perché esiste una sperequazione tra cittadini italiani? Perché non viene applicato coerentemente l’articolo 3 della Costituzione italiana nei nostri riguardi? Perché profughi da altri Paesi hanno avuto la possibilità di risarcimenti di gran lunga più generosi di chi ha lasciato l’Istria e la Dalmazia?

È del tutto ovvio che la ‘guerra’ non va scatenata verso i destinatari di una simile sperequazione: ben venga che quanti siano stati cacciati dalla Libia coloniale siano giustamente risarciti. Ma perché un popolo autoctono, il nostro, non può avere lo stesso riconoscimento per un dramma peggiore?

Ebbene, indipendentemente dalla situazione economica dello Stato, che sembra perennemente in crisi quando si parla della nostra causa, è un nostro preciso dovere richiedere l’applicazione di tutti i trattati, le leggi e le norme burocratiche che ci riguardano per essere, infine, ‘giustamente’ ed ‘equamente’ compensati per un lutto che purtroppo in molti di noi mai finirà.

La questione del giusto ed equo indennizzo per i beni abbandonati, svela anche parte della strategia della ‘dimenticanza’ attuato dallo Stato a nostro discapito. Infatti, la richiesta di questi indennizzi non è una petulante e retorica pretesa, ma è connessa con un debito di guerra che l’Italia post bellica ha, fino ad ora, fatto pagare solo alla nostra gente. Perché per i danni dovuti alla ex-Jugoslavia e causati da una balorda guerra perduta non è stato incrementato il debito pubblico dello Stato? Perché far ricadere tutto sulle nostre spalle, su chi ha lasciato beni e proprietà acquisiti in secoli di lavoro? Se questa non è un’altra violazione di uguaglianza allora che cos’è? Tale disparità ha costituito un indubbio ostacolo di ordine economico e sociale che ha limitato la libertà e l’eguaglianza ed ha, altresì, impedito il pieno sviluppo della persona umana.

Sarebbe anche ora di dire basta ad una simile perpetrata disuguaglianza.

Sul Trattato di Osimo, invece, è tutta un’altra partita.

Non è intenzione richiamare tutta la vicenda in quest’intervento, tuttavia è necessario porre un minimo di chiarezza su ciò che ci si aspetta.

Il Trattato, o meglio, la sua applicazione prevista dall’Accordo di Roma del 1983 sancisce un credito acquisto dall’Italia verso gli stati successori dell’ex-Jugoslavia. Gli argomenti sul tavolo sono tanti e toccano questioni complesse come: gli espropri illegittimi, le opzioni, i casi esclusi dai trattati bilaterali, il rispetto della restituzione dei beni definiti in ‘libera disponibilità’, la validità stessa dell’accordo messo in dubbio dalla sua non ottemperanza, le somme da acquisire, ecc.

Certo è che il Trattato stipula un nesso tra gli stati in cui si sviluppava la ex-Zona B e, cioè: Italia, Slovenia e Croazia.

Supponiamo che il nostro mondo - quello legato per appartenenza identitaria o per amore ad una causa - sostenga la nullità dell’Accordo di Roma e spinga per rimettere in gioco il nefasto Trattato di Osimo. Riusciamo ad immaginare uno Stato italiano dalla voce grossa circa la rivendicazione territoriale a sud di Muggia ed a nord del fiume Quieto? Riusciamo ad immaginare uno Stato italiano che si faccia portavoce di una simile istanza quando non è in grado di farsi ‘restituire’ due soldati imprigionati ingiustamente in India? Riusciamo ad immaginare uno Stato italiano così forte ed in grado di tessere lobby a livello internazionale per una simile causa?

L’amara ilarità che suscita un’immagine del genere è la risposta che ci viene data dall’evidenza di una realtà ingiusta, ma, purtroppo, realtà.

Dunque, sembra proprio che al perfezionamento del Trattato non ci sia un’alternativa né ragionevole né valida. Se così è, quindi lo Stato dovrebbe incassare i milioni previsti, erogati dalla ex-Jugoslavia come compenso per i beni di quella Terra.

Stiamo parlando di circa 21 centesimi di dollaro per metro quadrato di proprietà. Una ridicola miseria che insulta il nostro dramma.

Supponiamo, tuttavia, che lo Stato incassi tale somma. Già sappiamo che essa verrebbe acquisita in un qualche conto intestato al Ministero dell’Economia e delle Finanze ed inscritta nel bilancio dello Stato.

Ora, il Trattato non pone alcuna indicazione sulla destinazione di tale somma. Esiste, certamente, un obbligo morale da parte dello Stato nel destinare questi fondi agli aventi diritto, ma non esiste alcun obbligo giuridico.

La Fondazione

Le nostre aspettative sono che l’eventuale incasso delle somme, dovute in base all’impegno a suo tempo assunto dalla Jugoslavia e quindi trasmesso ai successori, non potrebbe che andare a beneficio dei soggetti espropriati. Nel caso specifico questi sarebbero i cittadini provenienti dall’ex Zona B.

A questo punto, però, è necessario porsi due domande, una tecnica ed una più impegnativa poiché sollecita la nostra morale, privata e collettiva.

Prima questione. I destinatari dei fondi derivanti dal Trattato di Osimo sono i cittadini provenienti dall’ex Zona B e su questo non vi è dubbio. Ma se quel cittadino fosse deceduto, oppure se i suoi eredi non si trovassero, oppure, ancora, se quel cittadino non li volesse perché, magari, riterrebbe la miseria erogata un insulto alla propria dignità, i soldi rifiutati, allora, a chi andrebbero? Siamo certi che nessuno di noi desidererebbe vederli incamerati da uno Stato che ha dimenticato per decenni la nostra storia.

Seconda questione. Perché un cittadino nato o proveniente da Verteneglio, Buje o Cittanova, per esempio, avrebbe maggior diritto ad intascare qualcosa - qualsiasi sia la miseria della somma - rispetto ad un altro cittadino di Pola, Albona, Fiume o Zara? Ovvero, sarebbe giusto dividere l’insieme degli italiani colpiti dalle misure espropriative? Ovvero sarebbe giusto escludere quelli rientranti nei territori ceduti nel 1947 in base al Trattato di pace? In fin dei conti se la ex-Jugoslavia stabilì una cifra da ‘ridare’ all’Italia, lo fece anche grazie al sacrificio di chi fu costretto ad abbandonare il resto dell’Istria e della Dalmazia.

Questi quesiti non possono non far emergere un dibattito in seno al nostro mondo e dentro ad ogni famiglia. Non possiamo far finta di essere un insieme di individui piuttosto che una collettività. Sarebbe un torto alla nostra identità più mittel-europea che mediterranea, più tesa alla coesione che alla divisione, come, invece, purtroppo, ci è stato insegnato dai modelli e dai comportamenti individualisti di questa nostra Italietta.

La soluzione salomonica sarebbe semplicissima:
    Fare in modo che lo Stato incassi il dovuto;
    Emanare, ancor prima dell’incasso, una norma che preveda il trasferimento dei fondi di Osimo ad una fondazione creata secondo le linee normative già in vigore per le fondazioni bancarie;
    Dare libera scelta ad ogni singolo avente diritto ex-cittadino della ex-Zona B - che se ne assumerebbe totale responsabilità davanti a tutto il nostro mondo - di acquisire quanto previsto per legge oppure di lasciare la propria quota parte in dotazione alla fondazione;
    Fare in modo che una simile fondazione versi in un fondo vincolato, cioè intoccabile ed inerodibile, i corrispettivi resi disponibili ed utilizzare i proventi finanziari e solo quelli per progettare e realizzare opere a tutela della nostra storia e della nostra identità, facendo in modo che, finalmente, si possa tornare alla nostra Terra in autonomia e libertà.

Sulla questione di un’ipotetica fondazione è stato detto tutto ed il contrario di tutto, fino ad ora. Sono stati usati sproloqui e illazioni ingiuste, spesso prive di fondamento ed orchestrate ad arte.

Ragioniamo con freddezza. La costituzione di una Fondazione degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia - che aiuti e sostenga gli esuli ed i loro discendenti sotto il profilo storico, culturale, politico, giuridico, economico e sociale - costituisce il miglior strumento a livello nazionale ed internazionale per perseguire l’azione attuata dal nostro mondo, proprio in difesa dei nostri diritti e delle nostre aspirazioni.

Chi sono i ‘nemici’ di una simile idea? È facile immaginarlo: coloro che non vogliono più sentir parlare di noi, dei nostri diritti, della nostra appartenenza alla Terra a cui apparteniamo - che, come dicono gli indiani d’America, non è nostra ma di cui siamo parte integrante - della nostra storia, ecc. Non vi è dubbio, una simile fondazione non avrebbe vita facile, ma, del resto, l’affermazione della nostra identità, fino ad ora, l’ha mai avuta?

È ovvio che sarà necessario individuare le persone di specchiata onestà, adeguata professionalità e totale dedizione da mettere alla guida di una simile struttura. Ma questa è un’altra storia.

In conclusione resta solo un amaro commento di fronte a tante polemiche sorte in questi ultimi mesi.

Cosa sarebbe successo se la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo avesse rigettato le nostre istanze in un tempo successivo alla creazione di un’ipotetica fondazione? Beh, a quanto pare non è andata così ed è meglio per tutti perché sono state risparmiate ridicole dietrologie ed ulteriori elementi per sterili polemiche. La realtà, purtroppo, ci racconta che noi rappresentiamo i ‘vinti’ che abbiamo pochissimi spazi di manovra, scarsi interlocutori, deboli lobby e, nonostante la tanto conclamata civiltà in cui viviamo, restiamo confinati nell’ambito dei perdenti, con tanto di limitazione di sacrosanti diritti validi, invece, per realtà che alla Patria hanno dato poco o nulla se confrontato con la nostra pulizia etnica.

 

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Commenti (1)

  • Avatar anonimo di Fabio Rocchi
    Fabio Rocchi

    Una Fondazione non serve agli esuli ma solo a chi già si è riempito le tasche, per continuare a farlo.

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