Vertice Balcani, Silp Cgil: «Malori da arsura e condizioni disumane per operatori della sicurezza»

Il sindacato denuncia la disorganizzazione della questura: turni massacranti sotto il sole e colleghi aggregati con alloggi anche in provincia di Udine

polizia

«Il Prefetto annuncia: "Una giornata da incorniciare" e il Questore replica: "L’organizzazione attuata per garantire sicurezza dell’evento è stata impeccabile e tutti hanno lavorato in modo egregio" (ma quanto siamo belli, ma quanto siamo bravi)». Così esordisce un vibrante comunicato di Silp Cgil a proposito della gestione della sicurezza durante il "Western Balkan Summit".

«Dopo la scontata “auto-incensazione” - continua il sindacato -, non una parola è stata spesa per ringraziare tutte le colleghe ed i colleghi (assieme a tutti gli altri operatori dell’apparato sicurezza) che, come al solito, hanno dovuto far fronte alla disorganizzazione della Questura di Trieste con spirito di adattamento e sacrificio: personale impiegato di servizio con giubbotti antiproiettile e mitra, al caldo di luglio, per la vigilanza ai metal detector installati ai varchi della cosiddetta “zona rossa” (guardie giurate, queste sconosciute)».

Ma le dure accuse non finiscno qui. Si parla di «servizio mensa arrivato al limite del collasso, con code di oltre 45 minuti e personale che ha letteralmente fatto i salti mortali per poter garantire un pasto dignitoso a chi avrebbe dovuto affrontare (o appena finito di farlo) l’implacabile calura estiva, in posti fissi di vigilanza collocati sotto il sole a picco, senza acqua (il nostro pensiero va anche a chi è costretto a svolgere il servizio di vigilanza nelle medesime condizioni al muro di cinta della Colonia Ebraica di Opicina). Colleghi che si sarebbero anche sentiti male a causa delle condizioni estreme di lavoro (e delle divise indossate),  orari e turni di servizio comunicati ben oltre i limiti previsti, comunicazioni radio difficoltose e colleghi aggregati costretti a raggiungere improbabili alloggi reperiti fuori provincia all’ultimo momento, a causa dell’indisponibilità di alloggi in città provocata, sembra, dal mancato pagamento di debiti pregressi».

Questa la lapidaria sintesi dei sindacalisti: «Un fallimento in termini di utilizzo e impiego delle risorse umane disponibili, con violazioni in danno di tutti i poliziotti, con la consapevole violazione delle norme sull'orario di servizio, con colleghi impiegati in servizi per i quali già si sapeva che l'orario non sarebbe stato rispettato (ad esempio sera, mattina in straordinario, pomeriggio, eccetera)  e non certo per questioni emergenziali. Tutto questo per un evento per il quale ci sembra strano non si sapesse per tempo quanto personale sarebbe stato necessario per far fronte alle varie modalità di impiego».

«Attendere anche cinque ore - si continua - (dopo aver terminato il turno) per sapere il turno del giorno successivo, dovendo anche andare a dormire in provincia di Udine, ci ha riportato indietro nel tempo, quel tempo buio in cui i diritti delle lavoratrici e lavoratori della Polizia di Stato non esistevano. Di certo sentir dire dal Prefetto che è stata una giornata da incorniciare e dal Questore che l’organizzazione è stata impeccabile, ci fa sorridere amaramente, soprattutto pensando che, mentre i vari servizi di catering e rinfreschi erano stati garantiti (e pagati per tempo),  tanti agenti "sono stati lasciati per ore sotto al sole con temperature proibitive, con una bottiglietta da mezzo litro d'acqua e qualche biscotto, e chi, ha dovuto sborsare di tasca propria i soldi necessari all’acquisto di un po’ di acqua fresca dai bar della zona per potersi dissetare (quasi un euro per un bicchiere o due per una bottiglietta d'acqua), visto che proprio la Prefettura non aveva previsto (o autorizzato) l’acquisto di acqua per il personale impiegato in servizio o che era addirittura terminato il cibo nelle mense».

«Noi invece - conclude Silp Cgil - sentiamo di dover ringraziare di cuore tutte le colleghe e colleghi che si sono sacrificati per garantire la sicurezza dell’evento, anche a chi l’ha fatto lavorando a San Sabba, all’interno di un vergognoso container dal quale avrebbe dovuto garantire la sicurezza di tutta la Caserma, diventata per tre giorni il cuore della “macchina della sicurezza” triestina».

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