Storie e mitologia a Trieste, la leggenda di Bora

La bora è un vento catabatico di provenienza est/nord - est, è una delle caratteristiche e una delle particolarità della nostra bella Trieste. Il termine deriva da Borea, personificazione del vento del nord nella mitologia greca. Scopriamo la sua leggenda

La bora è un vento catabatico di provenienza est/nord - est, che soffia con particolare intensità, specialmente verso l'Alto e Medio Adriatico e verso alcuni settori dell'Egeo in presenza di forti gradienti barici tra continente e mare. Il termine deriva da Borea, personificazione del vento del nord nella mitologia greca. La bora è una delle caratteristiche e una delle particolarità della nostra bella Trieste. È un vento discontinuo, soffia a raffiche alle volte molto forti, viene chiamata bora scura in presenza di cielo coperto, pioggia o neve, oppure bora chiara se il cielo è sereno. È un elemento essenziale per questa città, forse perché scatena emozioni vere, totalizzant e intense. La luce diventa cristallina, il mare acquista riflessi e sfumature incredibili. Se è invernale, le sue sferzate ti lasciano senza fiato, il suo ululato ti dà la misura della sua intensità, insomma, si tratta di energia allo stato puro. Molti scrittori e poeti di ogni genere hanno dedicato versi e brani a questo vento, quasi fosse un personaggio in carne ed ossa. Esiste una leggenda legata alla bora, ormai diventata parte integrante e affascinante della tradizione triestina, questa, incuriosisce, spesso, turisti e non solo, scopriamola.

La leggenda della bora

La leggenda racconta di Eolo, padre dei venti che girava per il mondo con i suoi figli, tra questi la sua preferita era la giovane Bora. Molti anni fa Eolo, scorrazzando per il mondo con i suoi figli, capitò in un verde altipiano che scendeva ripido verso il mare. Bora, la più bella e amata figlia di Eolo, incantata dalla bellezza del paesaggio, si allontanò dai fratelli per correre nel cielo a scombussolare le nuvole a pecorelle e a giocare fra i rami degli alberi che si agitavano allegri al suo passaggio. Stanca di correre, Bora entrò in una grotta dove, sulla via di ritorno dall'impresa del Vello d'Oro, stava riposando l'umano eroe Tergesteo. Tergesteo era così forte e così bello e così diverso da tutte le creature che Bora aveva visto e conosciuto fino a quel momento, che di colpo se ne innamorò. Amore che Tergesteo ricambiò con uguale passione. I due vissero felici in quella grotta tre, cinque, sette splendidi giorni felici. Quando Eolo si accorse della fuga di Bora, si mise tempestosamente a cercarla, fino a quando un cirro - nembo brontolone, infastidito da quel gran putiferio che lo stava scuotendo su e giù per il cielo, gli svelò il rifugio dei due amanti. Eolo giunse alla grotta e, come vide Bora abbracciata a Tergesteo, la sua rabbia crebbe e diventò un ciclone che si avventò contro l'umano, sollevandolo e scagliandolo contro le pareti della grotta, più e più volte, finché l'eroe restò immobile al suolo, senza più vita. Dopo essersi calmato, lasciò Bora al suo destino. Quest'ultima, straziata dal dolore, incominciò ad urlare e a piangere tanto forte che ogni sua lacrima si trasformava in pietra. Nel tentativo di consolarla da tanta disperazione, Madre Natura, dal sangue di Tergesteo fece nascere il Sommaco, che da allora inonda di rosso l'autunno del Carso. Ma Bora piangeva ancora e le pietre erano ormai talmente tante, da ricoprire tutto l'altipiano. Allora Madre Natura, angosciata da tutti quei sassi che andavano a rovinare i suoi verdi prati in fiore, concesse a Bora di rimanere per sempre vicina al corpo di Tergesto. Ma Bora non smetteva i suoi lamenti, tanto che persino gli dei si preoccuparono. Allora, per riparare la situazione, Eolo concesse a Bora di rivivere ogni anno quei tre, cinque, sette giorni d'amore fra le braccia di Tergesteo. Nettuno ordinò alle Onde di ricoprire con conchiglie, stelle marine e verdi alghe il corpo dell'eroe affinché diventasse un alto colle, il più bello di quest'angolo di mondo. Finalmente Bora si placò, ma lasciò per sempre l'eco dei suoi lamenti nel fruscio delle fronde.

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