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Martedì, 5 Luglio 2022
Caso maxi multa: cosa ne pensa la città del caffè?

“Ridotta conoscenza e attenzione alla qualità”: le riflessioni di Franco Bazzara sulla maxi multa al costo di un decaffeinato

La polemica impazza sui social: fare la multa è stato corretto oppure no? Lo abbiamo chiesto a Franco, assieme al fratello Mauro, titolari della storica torrefazione triestina in un’intervista

Caffè e maxi multa: questa la polemica che impazza da qualche giorno sui social e scoppiata a Firenze dopo che il titolare della caffetteria Ditta Artigianale si è visto notificare una multa da mille euro per il costo del suo caffè, 2 euro. Un cliente, su tutte le furie per il costo di un decaffeinato, ha chiamato i vigili urbani. È stata la mancata esposizione del listino prezzi che ha portato alla multa e lo stesso titolare dell'attività, Francesco Sanapo, ha sollevato il caso.  

Sanapo, volto noto nel settore perché più volte campione italiano di caffetteria, su Facebook ha fornito la sua versione dei fatti. "Mi hanno fatto una multa perché hanno pagato il mio espresso 2 euro. Non può passare questa cosa, non può succedere. Ancora oggi, una persona si indispettisce se paga due euro un decaffeinato (processo di estrazione ad acqua) di una piantagione messicana preparato con molta professionalità dai miei baristi". E prosegue: "Ci si può infastidire così tanto da mobilitare una pattuglia della polizia municipale di Firenze, costretta ad intervenire e trovarci (giustamente secondo una legge datata) in errore, in quanto non esponevamo il prezzo del decaffeinato sul menu esposto dietro banco (presente però nel menu QR code)?

Il presidente di Confartigianato Imprese Firenze, Alessandro Vittorio Sorani, parla di un “fatto grave. Non considerare la qualità di un prodotto dove c'è un grande lavoro dietro è qualcosa che mi amareggia profondamente. La qualità si paga ed è a vantaggio di tutti”.

La questione ha sollevato non poche polemiche e noi che viviamo nella capitale italiana del caffè non potevamo non fare una riflessione sul tema. A tal proposito abbiamo deciso di chiedere il parere di un esperto che a Trieste di caffè se ne intende, Franco Bazzara, Presidente dell’omonima azienda, divulgatore e scrittore.

Quello del caffè è un tema che secondo me riguarda tutti gi italiani. Francesco Sanapo è un amico e un professionista della filiera, affascinato e colpito dal mondo del caffè, ha partecipato a diversi campionati che lo hanno reso pioniere nel settore, un creatore di eventi in molti locali d’eccellenza dove non vai soltanto a bere il caffè, ma vai a degustare, concetto chiave della questione”.

La lunga fase di lavorazione

La qualità è l’aspetto fondamentale. Oggi, entrando in qualsiasi realtà, bar e coffee shop compresi, bisognerebbe pagare di più per avere e pretendere un prodotto e un servizio eccellente. Ma il punto fondamentale è: quanto deve costare una tazzina di caffè? Sì, mediamente costa 1.20/1.30 euro, ma purtroppo noi italiani dimentichiamo che dietro il prodotto finale si nasconde un enorme lavoro e moltissimi professionisti che si impegnano per far arrivare al consumatore un prodotto di qualità. E come ogni lavoro che si rispetti è corretto che questo abbia un prezzo giusto. 

Prima che il caffè venga servito c’è tutto un processo che non può essere dimenticato: il seme va piantato e curato, poi arrivano i sacchi nei centri di raccolta, selezionato e pulito, viene fatta la spedizione e il prodotto arriva nel porto di Trieste; poi avviene la grande trasformazione e la metamorfosi dei chicchi nelle varie torrefazioni che infine, arrivati in bar, necessitano di numerose e particolari attenzioni. Al cliente arriva il prodotto finale, ma questo in estrema sintesi. Da non dimenticare inoltre il peso della burocrazia e i costi d’impresa per le aziende e il barista. Per mantenere standard qualitativi alti si spende molto anche nelle attrezzature, un piccolo esempio è una macchina da caffè che può costare come una berlina, dai 15 ai 20.000 euro”.

Perché non si parla di qualità?

Dunque, più che sul prezzo, bisognerebbe indagare sulla qualità del caffè: perché siamo disposti a pagare un buon bicchiere di vino e non un buon caffè? Sposterei qui l’ago della bilancia e lo ripeto da tempo anche attraverso i nostri libri. Quando vai al bar devi esigere la perfezione, secondo me. Bisognerebbe imparare a capire il caffè, prendersela se il prodotto che degustiamo è cattivo, dovremmo imparare quindi a bere buon caffè, a berlo puro, ad esempio, per conoscerne il suo vero aroma.

Vivere o esistere? Degustare un caffè per me equivale al fare un viaggio. Degustare il caffè è un’esperienza, vai al bar, il barista scambia due chiacchiere con il cliente e offre un prodotto fatto e servito con eccellenza. Purtroppo queste riflessioni non avvengono tra la maggior parte degli italiani perché manca in primis la cultura del caffè. Per esigere bisogna anche conoscere quello che si ordina e il mondo sommerso che c’è dietro”.

Poca conoscenza comporta poca consapevolezza?

Purtroppo di caffè si parla e si conosce poco. Il caffè è un’eccellenza italiana e se ne deve parlare, proprio qui diventa fondamentale anche il ruolo delle istituzioni e dei media che dovrebbero avere il compito di divulgare e aiutare quindi quella che è una vera e propria arte del made in Italy, capace di regalarci quotidianamente piccole gioie. 

E se noi serviamo ottimi caffè, perché non siamo consapevoli di questa grande ricchezza e del patrimonio che possediamo? Nel resto d’Europa questo prodotto costa di più. In Germania, ad esempio, un caffè seduto al tavolo costa cinque euro, al banco 2.50 euro circa. 

Dunque, quello che mi chiedo è, in un ‘Paese di sommelier’, perché in Italia esiste la cultura del vino e non quella del caffè? Il caffè è anche più quotato in borsa, per fare un piccolo esempio. L’esclusione del caffè per ora come patrimonio Unesco, a mio avviso, è stato un grande peccato perché il caffè è un prodotto d’eccellenza che può soltanto portare ricchezza al nostro bel Paese, un comparto complesso che può solamente dar prestigio all’Italia, cosa di cui dovremmo andare più che fieri”.

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