Dalla condivisione alle rivendicazioni: se le polemiche offuscano il 13 luglio

La restituzione del Narodni Dom alla comunità slovena di Trieste avverrà lunedì prossimo ma sul confine orientale le rivendicazioni e le polemiche non sembrano placarsi. Il quadro di ciò che c'è stato, c'è e (non) ci sarà

Più che una giornata storica quella del 13 luglio 2020 sarà ricordata per l’ennesima pagina di contrapposizione politica dal sapore post-ideologico. Dall’entusiasmo sbandierato a Trieste per la visita congiunta dei presidenti Sergio Mattarella e Borut Pahor al monumento alla foiba, si è passati all'aggiunta della cerimonia davanti al monumento che ricorda i martiri di Basovizza, inserendo il tutto all'interno del cerimoniale della restituzione del Narodni Dom alla comunità slovena nel giorno del centesimo anniversario del rogo di matrice fascista. Tra accuse, lamenti e dossier, le diverse anime associative, culturali e politiche del confine orientale hanno iniziato ad alzare i toni della polemica, rischiando di trasformare l'importante evento in un'interminabile e quantomai tradizionale lista di rivendicazioni. 

Accesso vietato alla stampa

Facendo leva ufficialmente sul rispetto delle normative anti CoViD, il cerimoniale per il 13 luglio ha negato l’accesso alla stampa a Basovizza e nei luoghi dove avverrà la firma per l’ex hotel Balkan, e ha “estromesso” i rappresentanti degli esuli, della comunità slovena e più in generale di chi vorrebbe poter dire qualcosa in merito. Un protocollo blindato insomma, il cui lockdown è stato deciso, con ogni probabilità, con l'obiettivo di isolare una giornata che, oltre alle solite polemiche, nei giorni che precedono lunedì dovrà fare i conti anche con alcune manifestazioni di protesta, tra tutte quella organizzata dall'associazione Pro Patria in programma venerdì 10 luglio in piazza Dalmazia.  

Al dissenso che verrà messo in scena a due passi da via Filzi dalle 19 alle 20, si uniranno anche gli esponenti neofascisti di CasaPound, I Dalmati e la Fondazione Rustia Traine capeggiati da Renzo de’ Vidovich. Nonostante la manifestazione si preannunci come “apartitica” e “apolitica”, è molto probabile che al presidio partecipino, da privati cittadini, diversi esponenti della destra locale. 

La posizione dell'Unione degli Istriani

Nel panorama della destra triestina sono in molti ad aver espresso posizioni di assoluta contrarietà rispetto all’operazione Narodni Dom. L'Unione degli Istriani, se da un lato riconosce l'importanza della visita del presidente Pahor alla foiba di Basovizza, non nasconde alcune perplessità legate al cerimoniale del 13 luglio, manifestando inoltre una certa distanza dal dissenso in merito all'operazione Narodni Dom. Da ultime indiscrezioni sembrerebbe che alcune delegazioni di esuli verranno ricevute dal presidente Mattarella ma ad oggi, 9 luglio, nessun sodalizio degli esuli sembrerebbe aver ricevuto il formale invito. Frizioni che non gioverebbero alla causa, né alla posizione di una Lega Nazionale che, da statuto e secondo le voci che circolano nell'ambiente, non starebbe rispondendo alle criticità che emergono dalla situazione. 

No fight, no party

Un confine orientale incapace di raggiungere la pace, insomma. Nell’ala cosiddetta “moderata” del dissenso (meglio definirla competente ndr), alcuni storici di professione come Diego Redivo sostengono che “il 13 luglio non rappresenterà una data di pacificazione, bensì rischia di incendiare per l’ennesima volta l’atmosfera”. Il compromesso della visita ai fucilati di Basovizza – che la destra identifica come “terroristi” del Tigr – non è andato giù a tanti e il lavoro delle diplomazie, anche escludendo il mondo del giornalismo triestino, prova ad ottenere il silenzio ufficiale nel nome di una “rappacificazione” pubblicamente cara anche al sindaco, che in questa partita ha giocato un ruolo ufficiosamente di primo piano, Roberto Dipiazza. 

I nodi: "D'Annunzio, 12 giugno e 10 febbraio"

Dall'altra parte della "barricata", lo "schieramento" della comunità slovena sembrerebbe vivere i giorni che precedono la cerimonia in maniera silenziosa (banalmente la maggior parte dei triestini non è in grado di parlare, né tantomeno di leggere lo sloveno, fenomeno che in occasione di polemiche rischia sempre di produrre uno sbilanciamento ndr). La cornice all’interno della quale viene dipinta l’operazione Narodni Dom ha, contemporaneamente, radici lontane e contemporanee derive. Non è un mistero quello per cui alcune scelte della giunta a trazione leghista della città abbiano sollevato un vespaio di polemiche storiche: l’area di sinistra (in cui confluiscono tradizionalmente diverse anime della comunità slovena ndr) non ha mai digerito la statua di D’Annunzio, l’istituzione del 12 giugno come festa della Liberazione della città (anche se pubblicamente salutata con condivisione ndr) e soprattutto la trasformazione del 10 febbraio da Giorno del Ricordo a, come era stato definito, “comizio da propaganda elettorale” (sul banco degli imputati erano finiti l’allora ministro Matteo Salvini e il forzista Antonio Tajani nel 2019, e il governatore del Fvg Massimiliano Fedriga nel 2020 ndr).

La complessità delle vicende

Situazioni e relazioni complesse che ripropongono scontri ideologici, posizioni che mischiano la storiografia alla politica e che, come è sempre accaduto a Trieste e dintorni dal Secondo dopoguerra in poi, servono precise cause elettorali. Nel frattempo, l'operazione Narodni Dom va avanti, con la nascita della Fondazione che andrà a gestire gli enormi spazi dell’edificio di via Filzi. I retroscena avvelenano i protocolli e neutralizzano cerimonie i cui toni, quando si tratta del Novecento del confine orientale, si alzano neanche fossimo di fronte ad un progressivo automatismo. 

Conclusioni

In conclusione, ci permettiamo di aggiungere alcune interlocutorie a cui qualcuno, non il 13 luglio visto che non ci sarà spazio per le domande, forse potrà rispondere: se la definitiva pacificazione passasse attraverso la relazione umana e il confronto, e non in virtù di j’accuse digitali, comunicati stampa e dossier? Se ognuno di noi provasse a scendere dagli scranni ideologici per riprendere in mano l’idea che si possano superare divisioni e lotte, anche attraverso il confronto maturo? Le contrapposizioni alimentate dalla politica servono alle associazioni di riferimento così da poter chiedere (ed ottenere) i finanziamenti necessari alla loro sopravvivenza, visto che in molti casi gli eredi di un certo jugoslavismo, o della "causa" istriano-dalmata sono sempre di meno? Bastava la realizzazione del teatro sloveno a titolo compensativo per l’incendio del Balkan oppure no? Per quale motivo il registro digitale utilizzato da associazioni di esuli manifesta una continua ricerca della requisitoria chiedendo l’indignazione, piuttosto che spingere a favore della condivisione?  

La lista potrebbe essere infinita. Il 13 luglio però, hanno fatto sapere, le domande non si potranno fare e, aggiungiamo, forse non sono gradite.  

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