Domenica, 19 Settembre 2021
Cronaca

Vent'anni fa il giorno che cambiò il mondo: tra Talebani e "Usa under attack", l'11 settembre nei ricordi di un triestino

In occasione dei vent'anni dall'attentanto alle Torri Gemelle, pubblichiamo l'affascinante racconto di Paolo Del Core (Doro Balkan su Facebook), che quel giorno si trovava in Pakistan, a pochi chilometri dal confine afghano.

In occasione dei vent'anni dall'attentanto alle Torri Gemelle, pubblichiamo l'affascinante racconto del triestino Paolo Del Core (Doro Balkan su Facebook), amministratore del gruppo "Misteri e Meraviglie del Carso", che quel giorno si trovava in Pakistan, a pochi chilometri dal confine afghano.

Il 10 settembre 2001, come un nomade sull'antica via che collegava Istanbul alle Indie, mi trovavo a Quetta nel Belucistan pakistano a pochi chilometri dal confine afghano e da Kandahar. Prima di andare al consolato talebano per avere un visto giornaliero del costo di dieci dollari per fare capolino oltre il famigerato confine, ci recammo in stazione per prenotare un treno verso Lahore e l'India. Il caso volle che l'unico convoglio disponibile partisse proprio quella sera e decidemmo così di andarcene. Passammo l'intero 11 settembre sulle rotaie nel deserto, arrancando di stazione in stazione prima verso il mitico Khyber pass e poi giù verso la piana dell'Indo.

Ad ogni fermata allarmanti capannelli di militari armati indicavano che qualcosa di grave doveva essere successo; giungemmo stanchini a Lahore dopo 36 ore, era già buio e decidemmo di investire una ventina di dollari per concederci un hotel meno infimo dei soliti... La camera dell'"Oriental" appariva grandiosa rispetto alle spelonche precedenti, lo sciacquone del cesso in ghisa, una doccia che funzionava, addirittura una tv satellitare dove zappando recuperai la CNN... Non feci più di tanto caso a quelle scene da film catastrofico pensando ad un trailer, poi mi teneva di cagare e il cesso era ancora occupato. Sentii finalmente lo sciacquone andare ma in quel preciso momento vidi chiaramente sul video il banner fisso "America under attack" con uno scorrevole che sembrava elencare un numero infinito di morti e la loro età. Non cagai più o perlomeno non nella mezzora successiva. Corsi al net coffee dell'albergo e mi attaccai alla mia nutrita mailing list, social arcaico che c'informò dell'accaduto.

Il Pakistan era uno stato canaglia, ecco il motivo dello spiegamento di forze militari, il consiglio era di andarcene il prima possibile. La mattina, sognando bombardamenti americani di ritorsione, fummo invece svegliati dai tuoni del monsone. Scendemmo a cercare un caffè e un giovane pachistano mi abbracciò dicendomi che lui ed il suo popolo erano innocenti. Mi commossi. Nel pomeriggio partimmo verso Amritsar e il golden temple. Al confine pedonale di Attari i doganieri indiani stupiti di vedere due occidentali appiedati provenire da ovest ci chiesero informazioni sulla situazione in Pakistan. Raccontammo quello che avevamo visto ad un gruppo di poliziotti sikh dai grandi turbanti ed importanti baffi che andava via via aumentando. Eravamo l'attrazione di quel giorno, due giullari giramondo entrati a piè pari nel paradosso della storia.

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