Terrorismo, il racconto dei triestini a Vienna durante l'attentato: "Poteva succedere a me"

Un terrore che in pochi minuti si è sparso in tutta la città, anche nelle zone più lontane dal centro. Abbiamo raccolto le testimonianze dei concittadini che da tempo vivono nella capitale austriaca

Vienna messa a ferro e fuoco da attentati terroristici, quattro i morti e oltre 20 i feriti, mentre un terrorista islamico, così definito dal  locale ministero dell'Interno, è stato ucciso dalla Polizia. Scenari agghiaccianti quelli di stanotte, in una città dove molti triestini vivono e lavorano. Trieste Prima ne ha contattati alcuni che, fortunatamente, non si sono ritrovati direttamente coinvolti ma, come hanno dichiarato, "forse per poco". Tramite i loro occhi e le loro sensazioni abbiamo tentato di raccontare più da vicino l'ennesimo incubo che in questo lungo 2020 ha deciso di risorgere ma che, di fatto, non ci aveva mai abbandonati: dopo la seconda ondata di Covid - 19, gli attentati di matrice islamica. 

Quando lo smarworking può "salvare" la vita

E mentre a Trieste il sindaco sospende l'accensione degli abeti e delle luminarie per onorare le vittime di questa follia omicida, i Triestini naturalizzati viennesi raccontano la loro esperienza: Giacomo lavora per una grande compagnia di assicurazioni nella capitale austriaca, uno degli episodi si è verificato proprio sotto il suo ufficio, intorno alle 20, vicino alla frequentatissima Schwedenplatz, uno dei luoghi della cosiddetta movida.

Per fortuna Giacomo era a casa perché al momento lavora in smart working: "Le strade della città erano piene – racconta – perché da oggi inizia il lockdown e la gente probabilmente aveva voglia di godersi l'ultima serata di 'libertà'. La temperatura era di 20 gradi, insolitamente mite per essere novembre. Alcuni miei colleghi erano usciti dall'ufficio da poco, sarebbe bastato fermarsi a fare un po' di straordinario e si sarebbero trovati in mezzo a una tragedia. Per fortuna stanno tutti bene ma qualcuno di loro ha sentito gli spari". 

"Sarebbe prematuro dire che avrò paura a vivere in questa città -, spiega il nostro concittadino - continuo a considerarla un posto sicuro. Inutile correre a conclusioni affrettate, ancora molto dev'essere scoperto. Sicuramente questi fatti lasceranno il segno, sarà difficile guardare con gli stessi occhi zone simbolo della nostra quotidianità, luoghi che tutti frequentiamo".

Ricordi dell'attentato a Trieste nel 1972

Si dice che un triestino non dimentichi mai le sue origini, specialmente di fronte a tragedie che (potenzialmente) uniscono i popoli. Un assioma che sembra trovare conferma nelle parole di Massimiliano Alberti, che frequenta Vienna dal 97 e ora ci vive, ma lavora come capoarea del Südtyrol per un'importante azienda alimentare: "Mi è venuto in mente l'attentato all'oleodotto della Siot nel 1972, molte città hanno passato brutti momenti a causa del terrorismo, anche se saranno le autorità competenti ad accertare di che tipo di attentato si tratta. Io ho sentito l'elicottero sopra la testa anche se non mi trovavo in quella zona, e ho iniziato a ricevere messaggi dai parenti che mi chiedevano se stavo bene. La mia casa è a 15 minuti dalla zona del disastro. Quando una cosa del genere succede sotto il tuo cielo le strade non sembrano più le stesse".

Pizzeria "blindata" e serrande che si chiudono

"Ero in pizzeria insieme alla mia ragazza – racconta infine Leonardo, che si occupa del controllo di gestione di una multinazionale – relativamente lontano dalla sinagoga e da Schwedenplatz. Il primo segnale è arrivato dai cellulari: io ho iniziato a ricevere messaggi da amici e parenti e tutti improvvisamente hanno iniziato a guardare il telefono. Poi la pizzeria è stata chiusa, per proteggerci. La cameriera ci ha detto che se volevamo andarcene era meglio non farlo a piedi e che il personale avrebbe chiamato dei taxi. Per fortuna la mia auto era vicina, così ce ne siamo andati di corsa".

Leonardo vive lontano dal centro, in una zona residenziale al 18esimo distretto, ma in quel momento nessuno a Vienna si sentiva al sicuro: la città si trovava in uno stato di allerta innescato dal tam tam dei social e dei messaggi privati: "I gruppi whatsapp hanno iniziato a essere bombardati da messaggi - spiega -, girava voce che gli attacchi fossero dislocati in più zone di Vienna, quindi gli attentatori avrebbero potuto essere ovunque, anche alle porte della pizzeria. Una mia amica che lavora in una farmacia ha sentito gli spari e si è chiusa dentro il negozio. Molte serrande hanno iniziato a chiudersi una dopo l'altra. Mi ritengo fortunato a poterlo raccontare".


 

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