Cronaca

I genitori litigano per le visite e il bimbo finisce in casa famiglia

Una sentenza stabilisce che dopo sette anni di convivenza con la mamma, il bimbo rimarrà per tre mesi in una struttura protetta e poi affidato al papà, verso cui aveva manifestato un atteggiamento oppositivo. La perizia: "La madre ostacola rapporto padre - figlio"

Un bimbo di 7 anni viene affidato a una struttura protetta, per almeno tre mesi, perché i genitori non raggiungono un accordo sulle visite. Una sentenza che fa discutere, quella emanata il 16 dicembre in sede collegiale dal Tribunale di Trieste, e che secondo i giudici Anna Lucia Fanelli, Monica Pacilio e Sabrina Cicero, è ascrivibile a un “grave pregiudizio della bigenitorialità” da parte della madre, ossia un presunto atteggiamento manipolatorio nei confronti del bimbo, per allontanarlo dal padre. Motivo per cui il bimbo, dopo sette anni di convivenza con la mamma e il fratello maggiore, non solo sarà collocato per tre mesi in casa famiglia o struttura affine, ma al termine di questo periodo sarà affidato totalmente al padre.

Per un quadro chiaro della situazione è necessario partire dalla nascita del bimbo, cresciuto dalla madre nei primi anni di vita e riconosciuto dal padre solo al compimento del terzo anno di età. A quel punto i genitori presentano subito difficoltà ad accordarsi sulle visite, tanto che nel 2018, al quinto anno del bimbo, il padre chiede l'intervento del Giudice, che dispone l'affidamento condiviso. Nei genitori permane comunque una conflittualità e il bambino inizia a mostrare atteggiamenti di ribellione quando visita suo padre: si rifiuta di mangiare e di espletare le funzioni fisiologiche nella casa paterna, motivo per cui la madre si oppone alla richiesta dell'uomo di vedere il figlio per più di due volte alla settimana. Dopo un lungo periodo di discussioni tra i due, con tentativi di mediazione da parte dei rispettivi legali (Giovanna de'Manzano per la donna e Mariapia Meier per il padre), la decisione è passata al Collegio che, basandosi su una perizia psicologica che ha valutato le dinamiche relazionali in famiglia, ha emesso nei giorni scorsi il drastico provvedimento.

Come emerge dalla stessa sentenza, la madre si era opposta a un aumento delle visite non solo per gli atteggiamenti oppositivi del bimbo ma anche perché, come si legge nella perizia, “temeva per l'incolumità fisica del bimbo” a causa delle “mancate competenze genitoriali del padre”, riferendosi a fatti accaduti diversi anni fa. La donna, inoltre, chiede un'altra perizia psichiatrica per l'ex dopo una prima valutazione positiva, che però risale a qualche anno fa.

Secondo il documento stilato dalla psicologa, tuttavia, i comportamenti del bimbo sarebbero stati in qualche modo indotti dalla madre, definita “genitore dominante”, che si sarebbe sempre “opposta all'instaurarsi di un vero rapporto tra padre e figlio”. La dottoressa, a difesa di questa tesi, dichiara che “quando il padre è entrato nella vita del bambino, “non ha manifestato disagio a scuola”, continuando a comportarsi come un ragazzino “sereno, sorridente, curioso e propositivo”.

Dopo sette anni di convivenza con la madre, ora il bimbo sarà repentinamente collocato in casa famiglia (il periodo di tre mesi potrebbe anche essere prolungato in base alle valutazioni degli assistenti sociali) e poi affidato interamente al padre, poiché la perizia psichiatrica giudica prioritario “liberarlo dall'influenza del genitore dominante”. Scelta che si spera non si ripercuota negativamente sulla serenità e propositività riferita dalla stessa psicologa, come suggerisce l'avvocato de'Manzano: "Ritengo il provvedimento assolutamente privo di proporzione tra il bene perseguito e i danni irreversibili che andrebbe a causare al minore, che già comunque vedeva il padre. Il fatto di venir strappato dall'amore e dalle cure della madre e staccato dall'amato fratello maggiore sarebbe un trauma dalla portata smisurata".

Ora la madre dovrà pagare non solo 3000 euro di spese processuali, ma anche un assegno di mantenimento di 200 euro mensili all'ex compagno quando il figlio gli sarà effettivamente affidato, il tutto in una condizione reddituale ancora precaria. Come confermato dal legale, si prevede ora il ricorso in appello.

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