La burocrazia libanese stoppa la solidarietà triestina: gli aiuti tornano a casa

Il container di 12 metri con oltre 800 pacchi di aiuti raccolti da Lorenzo Gentile fa marcia indietro a causa degli intoppi burocratici. "Mi è crollato il mondo addosso, spero che il Libano risorga più forte di prima"

"Un appello fatto con dolore: non spedite aiuti umanitari in Libano". Il carico che l'associazione "Triestinontheroad" aveva fatto arrivare a Beirut in segno di solidarietà verso il Paese duramente colpito dall'esplosione dello scorso 4 ottobre, è tornato indietro senza che la popolazione lo potesse ricevere. A darne notizia è il triestino Lorenzo Gentile, animatore dell'iniziativa che nel capoluogo regionale del Friuli Venezia Giulia aveva raccolto più di 800 pacchi tra generi alimentari, vestiti, prodotti per l'igiene personale, carrozzine per disabili e molto altro fino a riempire un container della lunghezza di 12 metri. 

L'iniziativa di solidarietà

Dopo il lancio della raccolta e l'entusiamo iniziale, ecco che Gentile ammette il fallimento della spedizione, innescato dalla burocrazia e le stringenti normative attuali. "Mi è crollato il mondo addosso - racconta - quando mi sono sentito dare del folle ad aver mandato aiuti in Libano perché ci sono decine di container bloccati al porto da mesi e che la cosa migliore sarebbe stata rispedire gli aiuti a Trieste". A suggerire a Gentile di rimandare indietro il carico sarebbe stata la stessa ambasciata italiana a Beirut. "Mi ero rivolto direttamente a loro - racconta - perché la missione non si sbloccava ormai da settimane". 

I contatti a Beirut

Una volta giunto in Libano, il presidente dell'associazione triestina prende contatto con associazioni locali  affinché "prendano in carico gli aiuti raccolti". Dopo qualche giorno riesce a trovare quella che sembra essere la più affidabile, "senza coinvolgimenti politici e gestita da religiosi". Arriva il container e, contemporaneamente, iniziano gli intoppi. "Riesco a trovare la necessaria ditta di trasporti locali come riferimento, poi bisogna pagare 500 dollari per la movimentazione del container: a quel punto il trasportatore locale li anticipa ma pretende la restituzione". 

Il container bloccato

A quel punto però, secondo le nuove normative, il container deve essere gestito "dall'esercito, estromettendo tutti". E' qui che Gentile inizia a prendere contatti con diversi generali dell'esercito libanese e arriva a contattare perfino il patriarca maronita, senza che però cambi nulla. "Ho scritto anche una lettera al presidente della Repubblica chiedendo la possibilità di intervento per sbloccare l'impasse". Niente da fare, anche in questo caso il carico non si sblocca. Oltre al danno, arriva anche la beffa rappresentata dai 100 dollari giornalieri che vanno corrisposti al porto dopo la prima settimana in cui il container è rimasto parcheggiato all'interno dello scalo libanese. 

Gli interrogativi

Gentile a questo punto, dopo il suggerimento della diplomazia italiana, decide di rimandare indietro gli aiuti affermando di essersi accollato i costi.  "Viene da chiedersi - conclude il triestino - se vale la pena aiutare questo Paese che, invece di essere grato ed agevolare gli aiuti umanitari, fa di tutto affinché non vengano distribuiti ad una popolazione bisognosa e sofferente. Il Libano - meraviglioso Paese con una popolazione ospitale e generosa -  è ormai in coma per colpa di politici cui l'ultimo pensiero sono i bisogni della gente stessa. È giusto che tutti sappiano, e specialmente i libanesi, che il mondo è pronto ad aiutarli ma qualcuno gli blocca la strada. Spero che il Libano risorga più forte di prima". 

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