Cronaca

Da quasi due secoli sul fondo del mare: la storia del veliero triestino naufragato alle Tremiti

Ricorre in questi giorni l'anniversario della tragedia che colpì il brigantino comandato dal capitano Giacomo Covacich, partito da Alessandria d'Egitto nel dicembre del 1824 e disperso in Adriatico il 7 gennaio di 196 anni fa. La storia ricostruita dall'ingegner Michelangelo De Meo

“[…] al giorno di venerdì sette del corrente che allo spuntar dell’alba mi si spezzo in quattro parti la randa, e si chiuse; scoprii l’isola della Pianosa per scirocco, e l’isola di Tremiti per libeccio, e perciò convenne risalvermi rifugiarmi nel luogo di Tremiti, giacchè continuavano sempre l’oragano di vento, e i furiosi colpi di mare, a tanto che non mi rendeva più possibile prendere altra salvezza […]”. 

Un naufragio dimenticato

Inizia così la storia dimenticata del “Stefano”, brigantino di 210 tonnellate guidato dal capitano triestino Giacomo Covacich che esattamente 196 anni fa, di ritorno da Alessandria d’Egitto, fu protagonista di un tragico naufragio al largo delle isole Tremiti nel quale persero la vita Antonio Vidosich e Andrea Mascardin, due dei dieci membri dell’equipaggio. Le testimonianze dell’episodio sono state divulgate già nel 2012 dall’ingegner Michelangelo Di Meo, appassionato ricercatore ed originario di Manfredonia in Puglia che, grazie alle scrupolose ricerche iniziate negli archivi di Stato, è riuscito a ricostruire con precisione l’accaduto.

La ricostruzione dell'episodio

Il carteggio originale è stato infatti trascritto in toto da De Meo ed oggi, complice l'anniversario, riemerge con forza a distanza di quel drammatico 7 gennaio 1825. Il brigantino venne salvato dal tempestivo intervento di un gozzo che, ordinato da Gaetano Ros e Stefano Rolli, rispettivamente Comandante della piazza di Tremiti e Tenente dei Dazi Indiretti, raggiunse i naufraghi al largo dell'isola di San Nicola. L’operazione di salvataggio venne condotta “con grande travaglio ed a rischio della propria vita” da quattro coraggiosi marinai del posto. 

Brigantino Stefano Michelangelo De Meo-3

Il viaggio: da Alessandria a Trieste

A bordo del veliero, assieme al capitano Covacich – capo della spedizione per conto del ricco commerciante triestino Agostino Gadina ndr – vi erano anche Antonio Zagai di Rovigno, Antonio Derensin di Volosca, Martino Morella e Marco Gerbas di Lussino, Vincenzo Mavirch di Laurana, Giovanni Carli di Ragusa e Francesco Rizzo di Genova. “Partii d’Alessandria il giorno 12 dicembre 1824 – si legge nel carteggio pubblicato da De Meo di cui una parte si può leggere a questo link – con carico di novecento ardeb di semi di lino, cento balle di cotone macò, quaranta casa **e dattili e una cassa merci […]”. 

L'importanza del carteggio

L’eccezionale documento è particolarmente interessante in quanto aggiunge particolari alla ricostruzione di quelle floride relazioni mercantili tra il Mediterraneo orientale ed il porto dell'Impero asburgico. Inoltre, tra gli storici della marineria suscita grande interesse la puntuale relazione del Covacich che descrive le condizioni metereologiche adriatiche, le tecniche di navigazione del tempo e, non ultimo, l'aspetto emotivo scaturito da un naufragio del tutto inaspettato. 

Michelangelo De Meo foto Facebook-2

L'inizio della fine

Il 5 gennaio si trovano a navigare a metà strada tra le isole di Curzola e Lissa. Un violento uragano li sorprende. In poco tempo, nonostante i tentativi del Covacich, si spezzano “il pennone di Maestra, la vela di trinchetto del terzarolo” e “mi svolò il parochetto per l’aria”. Passano la notte in preda alla tempesta che non tende a placarsi neanche l’indomani. Il capitano intravede l’isola di Sant’Andrea a circa venti miglia ma “l’aria Borrascosa” e “un colpo furioso di vento” spezzano nuovamente il pennone di Maestra (che nel frattempo il Covacich era riuscito a sistemare ndr) e fanno volare il trinchetto.

Il 6 e 7 gennaio

Il 6 gennaio lo trascorrono ancora in preda al maltempo e all’alba del fatidico giorno, al brigantino si spezza, in quattro parti, anche la randa. Il bastimento si è aperto ed inizia ad imbarcare acqua: “[...] tre palpate all’ora” è il ritmo con cui cresce il suo livello. In preda al panico, Covacich scorge le isole Tremiti come ultimo possibile rifugio. Gli restano solo uno “straccio di parochetto basso, il fiocco e la trinchettina” ma lo stato del bastimento ed il continuo imperversare della burrasca mettono a dura prova l’equipaggio fino al terribile schianto nei pressi di uno scoglio. Alcuni marinai si rifugiano proprio su un altro scoglio, altri finiscono in mare tra i resti del brigantino. Durante il naufragio muoiono in due. 

Editori interessati? 

Il carico viene perduto e finisce in fondo al mare assieme al brigantino che oggi riposa tra i 55 e i 75 metri di profondità al largo di punta del Fico. Lì sotto ci sono i resti di una storia di casa nostra e, che nel corso degli ultimi due secoli, è stata dai più dimenticata. Grazie al carteggio riscoperto da De Meo, la vicenda del brigantino è riemersa dal fondo dell'Adriatico e, come sostiene lo stesso ricercatore, ove ci fosse l'interesse da parte di qualche istituto storico o editore, potrebbe diventare un libro. 

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