Le vite degli invisibili: il regista Mauro Caputo racconta "No Borders", il docufilm sui migranti in Carso

Il giovane triestino ha trascorso 18 lunghi mesi sui sentieri a raccogliere le testimonianze del transito della Rotta balcanica alle spalle di Trieste. Una dedica al "profugo" Giorgio Pressburger. L'intervista

Mauro Caputo è una delle persone che può affermare di conoscere le vite delle migliaia di migranti provenienti dalla Rotta balcanica e passati attraverso i sentieri del Carso nell’ultimo anno e mezzo. Il regista triestino è l’autore del docufilm dal titolo “No Borders. Flusso di coscienza” (prodotto da Vox e A_Lab), pellicola che racconta le storie invisibili di chi giunge in Italia alla fine del “The Game”, il viaggio che intraprendono dai campi profughi della Bosnia nord-occidentale e che li porta nei paesi dell’Unione Europea. Per realizzare il film, Caputo è andato lì dove non va quasi nessuno: le tracce nascoste attraversate dai migranti, i luoghi dove abbandonano i loro vestiti e i passaggi impervi dove decidono di passare. Un lungo viaggio durante il quale il regista ha raccolto documenti, fotografie, decreti di espulsione e molto altro così da ricostruire quelle mute testimonianze del loro transito. Un lavoro che è impreziosito dalla voce narrante fuori campo, prestata per l’occasione dall’attore triestino Adriano Giraldi. “L’intervista classica non c’è nel film – racconta – perché altrimenti c’è il rischio che venga manipolata. Tutto quello che si può vedere è il risultato delle informazioni raccolte sul campo. C’è di tutto”.  

Perché hai deciso di realizzare quest’opera?
 
Abito qui e la curiosità mi ha spinto a voler comprendere meglio cosa sta succedendo ormai da anni in tema di migrazioni. Il film è dedicato ad un caro amico "triestino", Giorgio Pressburger, raffinato intellettuale ungherese, con il quale ho avuto il privilegio di collaborare per anni e con cui ho realizzato ben tre pellicole. Lui mi diceva sempre, con un certo vanto ed orgoglio: “Sono arrivato in Italia da profugo e senza una lira in tasca”, una frase che mi è rimasta impressa da quella volta. Ho iniziato quindi a ragionare su come avrei potuto raccontare questo fenomeno così poco conosciuto al pubblico. Poi è stata una necessità, un dover raccontare nel modo più onesto e sincero quello che ho trovato e capito in questo lungo periodo, prima che si trasformi, come sta purtroppo già accadendo, in un terreno di propaganda politica.

Una delle prime domande che i triestini si fanno è sui vestiti. Qual è l’idea che ti sei fatto in merito all’abbandono dell’abbigliamento nei boschi?
 
Dopo un lungo viaggio attraverso le foreste è ovvio che i vestiti siano sporchi e usurati, banalmente è anche per questo che, subito dopo l'ingresso in Italia a pochi metri dal confine, i migranti si cambiano. Un’altra ragione riguarda il controllo e l’identificazione: infatti non si disfano esclusivamente dell’abbigliamento, bensì anche di tesserini, biglietti di treno ed autobus, oggetti di ogni tipo o, in generale, di documentazione. Pensa che, ad esempio, sul Carso triestino ho raccolto alcuni decreti di espulsione dall’Italia emessi dalle autorità nazionali solamente 24 ore prima. Questo lo dico perché ho capito che in effetti le espulsioni servono a poco, se una persona vuole ritornare lo fa abbastanza agevolmente. 

Quali destinazioni ricercano i migranti? 

Qui da noi si fermano in pochi e spesso perché bloccati da ragioni burocratiche. La stragrande maggioranza punta ad andare in altri Paesi europei, alcuni cercano di raggiungere amici, conoscenti o di ricongiungersi con la propria famiglia già presente in Francia o in Germania ad esempio. Ci sono anche casi particolari, un giorno ho trovato i documenti di una giovane ragazza tunisina proveniente da una città sul mare molto vicina a Lampedusa. Anche lei come tanti suoi connazionali, considerate le difficoltà aveva intrapreso la Rotta balcanica preferendola al mare. Si tratta di un fenomeno molto più grande di quello che pensiamo, mi piace paragonarlo al flusso di un fiume. L'acqua non si può fermare, ma devierà, sceglierà altre strade ed alla fine, come in questo caso della ragazza tunisina, arriverà comunque dove doveva arrivare.

Oltre ai segni del loro passaggio, cos’è che hai trovato? 

Una delle cose che mi hanno colpito maggiormente, nei 18 mesi di sopralluoghi e di lavoro passati nei boschi, è stata la totale assenza di controlli lungo i sentieri e le vie di passaggio utilizzate a ridosso del confine italo-sloveno. A tutte le ore del giorno e della notte, non ho mai incontrato nessuno, per questo la sensazione che ho avuto è che forse non ci sia un concreto interesse a fermare i migranti. D’altronde, se sai che quella persona preferisce “puntare” ad altri Paesi europei, allora forse è meglio non vedere. 
Il film racconta proprio i fantasmi, quelli che le persone armate di cellulare non vedono mai. 

Nel dettaglio cos’hai trovato sui sentieri?
 
Nei boschi ho trovato di tutto, cose che ti fanno capire senza alcun dubbio che molte delle informazioni che vengono diffuse, soprattutto sui social nerwork, sono a tutti gli effetti delle fake news. Ho trovato perfino moltissimi scontrini dei capi d’abbigliamento comprati nei negozi di Bihac, power bank, cellulari, spazzolini da denti, biberon, pannolini, integratori alimentari, vitamine e quaderni dove si esercitano in alcune frasi da pronunciare in francese ed in inglese, una prima forma di integrazione che avviene già nei boschi. Raramente ho trovato tracce di elementi religiosi. Ho trovato questionari compilati dove si capisce molto bene la loro reale meta: non ce n’è uno che abbia scritto Italia. Una volta ho raccolto un biglietto aereo Katmandu-Zagabria via Dubai: la persona di nazionalità nepalese, si era imbarcata su un volo e, una volta in Croazia, aveva evidentemente camminato nei boschi fino alle spalle di Trieste. 

Nel film non si vede nessun migrante, ma solo le tracce lasciate lungo il percorso. 

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Ho voluto raccontare con la massima sincerità quello che si vede nei boschi, così ho lasciato queste vite e queste storie senza nome come le percepiamo realmente, "invisibili". Purtroppo non conosciamo nulla di loro, di queste famiglie, uomini donne e bambini che provengono da luoghi che non avrei mai immaginato. Se solo potessi mostrare i loro volti, le foto che ho trovato...Non ci sono neanche scene di città, ma solo il bosco, i paesi di questo bellissimo e particolare territorio, le vite e le storie degli invisibili che sono passati sul Carso e da qui se ne sono andati chissà dove.

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