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Giovedì, 18 Agosto 2022
Le porte dell'inferno

Sul Carso un'altra giornata di fuoco: il racconto dalla prima linea

Centinaia di persone sono state costrette ad abbandonare le loro abitazioni

TRIESTE - Mentre centinaia di persone sono costrette ad abbandonare le loro abitazioni, l'aria si fa sempre più irrespirabile e dal cielo piove cenere. L'ultima volta che il Carso è stato vittima di una devastazione così violenta era più di un secolo fa. Qui, tra il maggio del 1915 e l'autunno del 1917 oltre 250mila tra fanti e bersaglieri italiani incontrarono la morte, a due passi da Trieste. Dentro all'incendio che sta imprigioando il capoluogo del Friuli Venezia Giulia ci sono anche loro, le bombe inesplose, sepolte sotto la poca terra che questo altopiano calcareo conserva. 

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Il Carso brucia da giorni. Jamiano, Sablici e Medeazza sono tre paesi in territorio italiano completamente evacuati; cinque sono quelli in Slovenia. "Mio figlio ha deciso di restare - così una residente di Jamiano - ma se le cose peggiorano mi ha giurato che verrà via anche lui". Trieste è isolata. I collegamenti ferroviari sono stati sospesi, l'autostrada è interdetta e le strade statali funzionano a singhiozzo. Alcuni collegamenti vengono fatti via mare. Da Grado e da Monfalcone vengono assicurate le corse per il capoluogo giuliano. Sui social gli utenti parlano di catastrofe. Non si sa quando si potrà tornare alla normalità. 

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Le nuvole nere si alzano in cielo ed oscurano il sole. Qui non piove - come Dio comanda - da sei mesi. L'Isonzo, fiume caro alla Patria, soffre come non mai. La Vipava, subito oltre il confine di Merna, non sta meglio. Manca l'acqua, e manca l'aria. Questa mattina (20 luglio) a Monfalcone si sono registrati valori di pm10 superiori di 25 volte rispetto ai limiti consentiti dalla legge. La sindaca Cisint ha ordinato a tutti di portare le mascherine. Nel mezzo della più grande crisi industriale che il confine orientale ricordi, Fincantieri ha chiuso il cantiere. La città natale di Gino Paoli questa mattina sembrava il Vietnam. 

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"Verrà interrotta la fornitura di elettricità - ha dichiarato il sindaco di Trieste, Roberto Dipiazza - e speriamo di non dover fare lo stesso con l'acqua". I canadair volteggiano sul golfo di Trieste da giorni. Vigili del fuoco, Protezione civile, Corpo forestale regionale, carabinieri, polizia, tutti lavorano incessantemente per spegnere l'inferno del Carso. Quando un focolaio viene vinto, ne scoppia uno qualche centinaio di metri più in là. C'è chi intravede la mano di uno o più piromani, ma le mafie a nordest sembrano intenzionate più a riciclare denaro che a trasformare le ex province asburgiche in una nuova Terra dei fuochi. 

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A San Giovanni di Duino si trova la foce del fiume Timavo, lingua d'acqua che nasce in Croazia e, dopo decine di chilometri di corso sotterraneo, fuoriesce con rabbia. Quell'acqua dolce e l'altopiano carsico, oggi hanno segnato l'ennesimo confine: è il Carso che brucia, sono, come scriveva Fritz Weber dalla cima del monte Hermada bombardata dall'artiglieria italiana, le porte dell'Inferno. 

Foto di Giovanni Aiello

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