Lunedì, 14 Giugno 2021
Cronaca

L'ombra del lavoro nero tra gli oss, l'accusa del titolare di una casa di riposo

"Sappiamo per certo di operatori che lavorano in diverse case di riposo, uscendo con la divisa e probabilmente portando il virus da una struttura all'altra". Non si fanno i nomi. Se confermata, la testimonianza risulterebbe particolarmente grave

Per evitare questa situazione bastava organizzarsi per tempo con sanificazione e protezione e vigilare sul personale, che a volte si comporta irresponsabilmente. Sappiamo per certo di operatori che lavorano in nero in diverse case di riposo, uscendo con la divisa e probabilmente portando il virus da una struttura all'altra. Da noi il Covid 19 non è entrato perché abbiamo sempre rispettato le regole”. Questa è la testimonianza di V.G., titolare di due case di riposo, che non solo ci racconta la sua esperienza 'virtuosa', ma punta il dito su alcuni esempi da non seguire, situazioni non conformi in altre case di riposo, che potrebbero aver portato alla diffusione del contagio tra i soggetti più fragili. 

Gli occhi della città sono puntati sulle residenze per anziani quali potenziali focolai di Covid 19: 24 strutture sulle 96 presenti in città sono state colpite da contagio, ma non mancano esempi di residenze che hanno attuato stretti protocolli alle prime avvisaglie di epidemia. Per questo il virus non si è finora insinuato tra le loro mura. È proprio il caso di queste due residenze che ospitano poco più di una ventina di anziani. 

Noi abbiamo preso precauzioni già in febbraio  spiega il titolare -, alle prime notizie di contagio in Italia. Abbiamo prescritto le mascherine al nostro personale, a cui abbiamo raccomandato di non frequentare luoghi affollati e a rischio, molto prima del lockdown e dei regolamenti. Ora continuiamo a seguire i protocolli Asugi, che sono in continuo aggiornamento. Ancora oggi arrivano nuove disposizioni e noi continuiamo a stare al passo. Abbiamo sempre ricevuto tutto il supporto dell'Asugi e del distretto 1”.

Secondo questa testimonianza le piccole case di riposo non godono di una fama meritata: “Dicono che siamo più a rischio di quelle più grandi, che vorrebbero eliminare la nostra concorrenza, ma a differenza loro non riceviamo contributi regionali e siamo stati comunque in grado di affrontare l'emergenza senza chiedere aiuto a nessuno. Sappiamo che in alcune grandi residenze alcuni operatori vanno a lavorare 'in nero' presso altre strutture, senza informare i datori di lavoro, e in questo modo la malattia si espande ed è difficile tracciare la rete di contagi. Senza contare che queste persone escono e vanno a fare la spesa in divisa per poi rientrare, comportamento molto a rischio. Sono cose che ho visto e che tutti sanno, ma nessuno ne parla. Succede soprattutto con gli oss, di cui c'è stata molta richiesta nell'ultimo periodo. Noi, proprio per questo, abbiamo deciso di affrontare l'emergenza da soli senza assumere nuovo personale: non abbiamo voluto fidarci”.

V.G. non ha voluto fare nomi e per questo, nonostante la sua testimonianza rappresenti un grave j'accuse per cui si dica di sapere, l'informazione, che abbiamo deciso di pubblicare, potrebbe apparire incompleta. “Chiaramente nelle strutture più grandi è più difficile monitorare tutti – spiega – ma in questi luoghi le rette sono altissime, come i contributi che ricevono, e i parenti degli ospiti, che pagano anche oltre 2500 euro al mese, si aspettano maggiori garanzie. Sappiamo che molti contagi sono avvenuti anche dopo l'entrata in vigore delle direttive, il che è ancora più grave”.

Ma per quale motivo strutture piccole come queste sono riuscite ad arrivare indenni alla fase due? “Mi ha aiutato la mia esperienza lavorativa precedente, mi occupavo di trasportare pazienti in ospedale, sapevo quali mascherine erano adatte e quali no. Abbiamo sempre usato detergenti consigliati da esperti, nessun ospite esce da due mesi anche se due di loro stanno soffrendo più degli altri per questo, perché hanno esigenze particolari. Tuttavia la priorità è salvare le loro vite oltre alle nostre. Anche con i parenti non abbiamo fatto eccezioni per nessuno. Visto il tipo e la dimensione della struttura non avremmo neanche l'obbligo di avere personale medico (che le grandi case invece devono avere), ma noi abbiamo voluto comunque avere un'infermiera nella nostra squadra. Il risultato è che tutti abbiamo fatto i tamponi e nessuno di noi, tra ospiti e operatori, è positivo”.

Non un percorso facile, neanche per riuscire a trovare mascherine e Dpi: “C'è stato un brutto momento, circa un mese fa, in cui le mascherine scarseggiavano in tutta la regione ed era difficile per tutti trovarle, ora sembrerebbe risolto. All'epoca abbiamo scritto una lettera al sindaco Dipiazza, che per fortuna ci ha messo subito in contatto con chi di dovere e la Protezione Civile, che ringraziamo, ci è venuta in aiuto in tempo utile. Siamo in ogni caso convinti che i focolai potevano essere evitati da tutti come li abbiamo evitati noi”. 

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