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La sentenza

Centro islamico, sì del Tar alle preghiere in piazzale, resta il divieto sull'edificio

La sentenza sul caso di Monfalcone è arrivata. L'avvocato della comunità islamica: "Viene sconfessata la linea del Comune", ma il divieto di utilizzo del centro rimane. Nessun cantiere nel piazzale, quindi si può pregare

TRIESTE - Un paio di colpi al cerchio e uno alla botte. La prima sezione del Tar del Friuli Venezia Giulia ha annullato il divieto di preghiera all'esterno dei centri islamici di Monfalcone, confermando quello di utilizzo dell'edificio di via Primo Maggio perché "privo di certificato di agibilità". E' questa la sintesi dell'ennesimo capitolo della querelle tra la sindaca Anna Maria Cisint e la comunità islamica di Monfalcone. La sentenza è stata pronunciata in camera di consiglio il 20 marzo scorso e comunicata nell'udienza di oggi.

Il ricorso

Il ricorso era stato presentato dal Centro Culturale Islamico Baitus Salat, difeso dall'avvocato Vincenzo Latorraca, contro il Comune bisiaco, difeso dall'avvocato Teresa Billiani. L'ordinanza di inibizione dell'utilizzo dell'immobile di via Primo Maggio era stata firmata il 7 dicembre scorso. I motivi del ricorso del centro culturale sono stati definiti "fondati", con il tribunale che ha ritenuto "insussistenti i presupposti per inibire l’utilizzo dell’immobile nella sua interezza, anche alla luce della sua destinazione – nota al Comune – all’esercizio di diritti di rango primario quale la libertà di riunione, di associazione e di culto".

Dentro no, fuori sì

"La mancanza delle condizioni di agibilità dell’edificio - scrivono i giudici - non può giustificare l’emanazione di un provvedimento che precluda anche l’utilizzo di un’area esterna pertinenziale, salvo non sussistano esigenze di sicurezza che siano specificamente riferibili a tale area. Nulla in proposito si rinviene nel provvedimento, che riscontra, genericamente, la “carenza sostanziale dei requisiti prescritti dalle nonne tecniche in materia di sicurezza, salubrità ed igiene” con riguardo ai locali dell’immobile, di per sé non idonea a porre a rischio l’incolumità di chi occupi l’antistante cortile".

La polemica

Il Comune di Monfalcone aveva emanato l'ordinanza di inibizione dell'area "per ragioni di tutela della pubblica incolumità, di rispettivo della normativa edilizia e degli obblighi in materia di salute e sicurezza sui luoghi di lavoro". Il 16 marzo aveva resistito al ricorso con una memoria, ma l'udienza di oggi ha ribaltato, ancora una volta, la questione. "Non si comprende - ancora i giudici - come il Comune possa ritenere tuttora “efficace” la S.C.I.A. del 17 gennaio 2018, nonostante ne abbia riscontrato la definitiva inidoneità a fungere da titolo abilitativo dell’intervento, per carenza dei presupposti di legge". L'efficacia della stessa, continua il Tar, "sarebbe venuta meno per effetto del decorso di tre anni dalla relativa “data di presentazione” (senza che rilevi, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa comunale, il momento di definizione del contenzioso giurisdizionale)". 

"Faremo appello"

Nessun cantiere, quindi, insiste nell'area e quindi va esclusa l'applicazione della normativa in materia di sicurezza sul lavoro. "Quanto alla permanente apposizione, sulle recinzioni dell’area, di una cartellonistica di cantiere, trattasi di circostanza che non può influire su una qualificazione legata al solo dato sostanziale dell’esistenza di lavori" scrivono. I materiali edili rinvenuti dalla polizia locale non sono sufficienti "a tramutarla in un cantiere, né tantomeno ad inibirne l’uso generalizzato". Per tutto ciò, il Tar ha dato ragione al centro culturale, annullato l'ordinanza sindacale, vietando però l'utilizzo dell'edificio. "Di fronte alla decisione del TAR, che riguarda il profilo urbanistico della pertinenza esterna - così l'ufficio stampa della Cisint -, il Comune di Monfalcone, considerando valide le proprie motivazioni, ritiene che ci siano le ragioni per presentare appello al provvedimento". 
 

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