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Cinghiali, LAV: "Il problema non si risolve con le doppiette"

La LAV di Trieste risponde alle affermazioni della consigliera regionale di Forza Italia Mara Piccin sull' uso delle doppiette quale unica soluzione al problema dei cinghiali su tutto il territorio Regionale e Nazionale.

Riceviamo e pubblichiamo integralmente la replica della LAV di Trieste alle affermazioni della consigliera regionale Mara Piccin

La sede Territoriale della LAV di Trieste ritiene siano preoccupanti, infondate ma soprattutto fuori luogo, le affermazioni della consigliera Regionale di Forza Italia, Mara Piccin, sull' uso delle doppiette quale unica soluzione al problema dei cinghiali su tutto il territorio Regionale e Nazionale.

La Legge Nazionale, e la relativa Legge Regionale, già prevedono una forte azione di abbattimento nei confronti dei cinghiali, sia nel normale periodo di caccia tradizionale che va da settembre a dicembre, sia nel periodo di caccia di selezione, che prevede il prelievo di tutte le classi di sesso ed età da maggio a dicembre. Quindi la caccia al cinghiale viene già effettuata per otto mesi all’anno.

A questo punto chiunque si dovrebbe chiedere se il problema non dipenda da altri fattori. La sede LAV di Trieste si meraviglia come la consigliera Piccin non sappia, (o non voglia sapere?), che il problema cinghiali sia esclusivamente dovuto all’attività venatoria: alla possibilità data ai cacciatori di introdurre animali per le loro attività e all'affidamento sotto loro responsabilità del censimento dei selvatici. Hanno prodotto il problema cinghiali e la consigliera vuole dare loro la possibilità di continuare a sparare tutto l'anno, a tutte le ore del giorno e della notte.

Troviamo grave anche l’assoluta disinformazione che la consigliera ha sulla gestione dell’ambiente e degli animali che lo abitano, asserendo che non esistono metodi alternativi, non cruenti e meno costosi, metodi che sono già stati più volte presentati dalla nostra e da altre Associazioni ai tavoli d'incontro, in Provincia prima ed in Regione poi, come ad esempio i metodi di sterilizazone. Abbiamo più volte evidenziato i motivi del fallimento della soluzione venatoria riportando gli studi di molti scienziati, come il professore universitario citato nell articolo della giornalista Annalisa Appignanesi di Centropagina,i il 25-6-2019: “La caccia ai cinghiali favorisce la proliferazione della specie. A dirlo è stato niente meno che il professor Andrea Mazzatenta, docente della facoltà di Medicina veterinaria all’Università di Teramo ed esperto di “feromoni”. L’occasione è stato il recente convegno sulle “Ragioni biologiche della diffusione del cinghiale e i problemi giuridici annessi”, tenutosi a Vasto, in Abruzzo. «Nella sua relazione il professor Mazzatenta dimostra con dati e grafici inequivocabili come l’aumento della popolazione del cinghiale non dipenda affatto dalla presenza di aree protette dove questi animali trovano rifugio, come finora è invece stato sempre sostenuto sia dai cacciatori che dai politici, quale pretesto per aprire la caccia anche nei parchi o nelle riserve naturali».

Come spiega il docente nella sua ricerca, i branchi di cinghiali sono dominati dalle femmine matriarche che sono le uniche a riprodursi proprio grazie all’emissione dei feromoni. I cacciatori, «introducendo per i loro interessi venatori la specie di cinghiale ungherese in Italia, molto più grossa e prolifica di quella italica, conoscono bene questo fenomeno. Infatti, durante le loro braccate al cinghiale, abbattono volutamente le femmine matriarche, creando quindi la disgregazione dei branchi e innescando una reazione liberatoria nelle altre femmine di rango inferiore, che vanno subito in estro, riproducendosi più volte nello stesso anno e formando a loro volta altri branchi”.

Consiglio Direttivo LAV Trieste

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