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Roma vuole pace, affari e pochi migranti: da Trieste l'operazione per stabilizzare i Balcani

La conferenza nazionale sulla penisola organizzata al Centro Congressi dal governo ha visto la partecipazione del vicepremier Antonio Tajani, oltre che del Commissario europeo per l'allargamento Oliver Varhelyi. La rotta balcanica solamente sfiorata durante il summit. Tanti i temi, tanti gli interessi in ballo nell'area. Dalla presenza dell'esercito italiano nella "polveriera" Kosovo, fino al summit del 21 marzo a Belgrado, ecco come il governo Meloni lavora per la leadership ad est

TRIESTE - Roma e il confine orientale, atto secondo. La Conferenza nazionale sui Balcani organizzata dal governo a Trieste conferma l'intenzione dell'esecutivo Meloni di ritagliarsi un ruolo rinnovato nello scacchiere dell'Europa dell'est. Annunciando due importanti business forum di carattere internazionale (uno a Belgrado il 21 marzo, l'altro a Pristina in Kosovo nelle settimane successive) e rivendicando un posizionamento geopolitico volto alla normalizzazione dell'area - allargamento e integrazione europea le due parole chiave dell'evento triestino, ma anche no all'immigrazione illegale -, la Farnesina si candida a stabilizzare i Balcani occidentali attraverso un "sistema Italia" che parte da Trieste, città definita "ponte naturale" e "varco" verso est. "L'Italia deve essere protagonista - ha detto il vicepremier Antonio Tajani durante la visita -, se siamo assenti nell'area altri saranno presenti. E' una questione di concorrenza, ma credo sia nostro dovere andare avanti ad occupare spazi che non devono essere lasciati agli altri". 

Il ruolo italiano nella penisola

Insomma, l'Italia punta a tornare protagonista nei Balcani, dettando regole ed agenda. Non bastano i militari italiani rimasti a presidiare la polveriera Kosovo, né gli sforzi di un corpo diplomatico che "non deve far carriera nei palazzi": ciò che serve, questo l'obiettivo del forum giuliano, è una solida presenza di imprese e di investimenti economici, oltre che di una leadership riconosciuta. Per questo si muovono banche, istituzioni e aziende, per mettere in campo azioni concrete al fine di internazionalizzare l'imprenditoria e ridurre la delocalizzazione italiana all'estero. "Torniamo a casa più determinati nel portare avanti un progetto che aiuterà l'Italia - ha detto Tajani - e vogliamo farlo portando pace nei territori più difficili. Senza pace non c'è progresso, né sviluppo economico. La pace ha un valore e noi ci crediamo". Il governo sa bene che non basta portare capitali nell'area, come d'altronde non è sufficiente il marchio del made in Italy nell'agroalimentare per agganciare quella parte d'Europa dove le pulsioni politiche e le divisioni etniche possono diventare una drammatica anticamera della guerra. Non basterà un piatto di pasta, questo il senso. 

"Lotta alla criminalità, fermati 2000 trafficanti", le parole dell'Europa

Il cambio di rotta dell'Europa

"Se non c'è stabilità non c'è futuro" così si può riassumere la giornata di oggi 24 gennaio e il messaggio che il governo Meloni manda all'Europa. A Trieste l'ala forzista del governo è riuscita a portare anche il Commissario europeo per l'allargamento, l'ungherese Oliver Varhelyi. All'ombra di San Giusto esultano tutti, è il segnale che "l'attenzione nei confronti di questo confine è cambiata", così esponenti del centrodestra locale. E così si sprecano i complimenti. "Trieste è città simbolo, un ponte" ha detto Varhelyi. Al di là dei convenevoli, sul tavolo balcanico ci sono questioni che evidentemente non possono essere più rimandate, a partire dall'immigrazione. "Abbiamo cambiato policy nei confronti della rotta balcanica - ha detto il Commissario -, i numeri dei migranti illegali sono in calo. Nell'ultimo periodo abbiamo fermato circa 2000 trafficanti". Il cambio di rotta dell'Europa si traduce nel mettere da parte i campi profughi e creare i cosiddetti campi di detenzione. "Lì devono attendere prima di fare richiesta per entrare in territorio europeo".  

La domanda sui diritti umani che avremmo voluto fare

Alla domanda se la Commissione europea considera le violenze della polizia croata alla stregua di una violazione dei diritti umani, il Commissario ha risposto che "non è area di sua competenza, ma sono convinto che la Croazia stia operando secondo la legge, altrimenti non avrebbe potuto entrare in Schengen". Una domanda che TriestePrima aveva concordato con lo staff del vicepremier Tajani, ma che non è stato possibile rivolgere (questioni di tempo, o forse di opportunità, chi lo sa), è questa. "Negli ultimi dieci anni lungo la rotta balcanica sono morte circa 300 persone, molte delle quali avevano tentato di oltrepassare il confine tra Bosnia e Croazia, venendo rimandate indietro e non senza violenza. Esiste un problema di violazione di diritti umani e se sì, come viene valutato dal governo?". Lo staff del ministro ha chiuso la conferenza, con Tajani non particolarmente di fretta nel trattenersi ancora un attimo sotto il palco, prima di recarsi all'aeroporto e imbarcarsi sul volo per la Capitale. In effetti i Balcani sono molto faticosi e la stanchezza, soprattutto in chi non vi è abituato, può prendere il sopravvento.  

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