Il virus frena il loro ritorno a casa, l'odissea dei triestini da Hong Kong, Mosca e Oporto

Le storie sono state raccolte per TriestePrima da Dino Perco, giovane storico triestino. Nell'articolo le testimonianze di Marco, Giulia e una ragazza che si trovava in Russia e che ha chiesto l'anonimato

Il trattato di Schengen è stato sospeso, uno dei massimi risultati dell’Unione Europea. Per affrontare la pandemia si è deciso di limitare la libera circolazione delle persone chiudendo tutte le frontiere interne ed esterne per 30 giorni. Molti triestini sono ancora all’estero e vogliono tornare. Altri stanno tornando mentre qualcuno ha deciso di rimanere fuori. Il giovane storico triestino Dino Perco ha raccolto queste testimonianze per TriestePrima. 

Da Mosca è tutto, la triestina costretta a tornare in Italia 

“Sono stata forzata ad andarmene” racconta una studentessa triestina di 24 anni che sta completando un percorso di International Management alla MGIMO, l’Università Statale per le Relazioni Internazionali a Mosca. “Stavo affrontando un tirocinio presso un’agenzia per la promozione delle imprese italiane e a maggio avrei dovuto discutere a tesi”. La decisione di tornare in Italia non è stata semplice. “All’inizio sembrava che la Russia fosse al riparo dai contagi del Corona Virus ma sapevamo che le cose non erano così o non sarebbero state ancora così”.

C S Mosca-2

Scuole e università chiuse, poche notizie: c'è da aspettarsi il peggio

Mosca quindi consiglia di “assentarsi dal frequentare le scuole e le università, evitando dannosi assembramenti, ma – un po’ come in Italia all’inizio dei contagi – nessuno è stato obbligato a rimanere a casa. Dopo la sospensione dei tirocini e delle lezioni ci è arrivata la comunicazione che il nostro dormitorio avrebbe chiuso nel giro di qualche giorno”. Senza un posto dove stare, racconta la giovane triestina “si è aggiunto il fatto che hanno sospeso il rinnovo per i visti per motivi di studio. Bisognava andarsene prima che chiudessero i confini. Finora in Russia trapelano poche notizie ma le misure che stanno prendendo stanno facendo pensare al peggio”. Dopo qualche giorno, la 24enne riesce a salire a bordo di un aereo di linea diretto a Fiumicino e da lì la possibilità di salire su un treno diretto a Mestre e, infine, a Trieste. “In aeroporto a Roma – conclude la giovane - siamo passati attraverso degli scanner termici per controllare se avessimo la febbre e abbiamo compilato l’autocertificazione”.

Hong Kong tra proteste e la grande consapevolezza collettiva

Dall’altra parte del mondo la situazione è leggermente diversa. “Qui ci sono stati un centinaio di casi e non si è dovuto costringere a casa nessuno” racconta Marco, un triestino di 25 anni da poco laureato in psicologia e che due mesi e mezzo fa ha deciso di seguire la fidanzata ad Hong Kong. L’atmosfera che si respira nella regione amministrativa speciale della Cina, nonostante le violente proteste nei confronti del governo filocinese, a detta di Marco è “piuttosto tranquilla”. All’inizio dell’epidemia Marco ha avuto paura. “Si temeva che essendo gratuite le cure negli ospedali si riversassero molti malati. Così non è stato e non è stato neppur necessario chiudere completamente i confini, semmai aumentare drasticamente i controlli sulle vie principali di collegamento e imponendo la quarantena a chiunque venisse dalla Cina”.

"Speriamo sia un insegnamento per il futuro"

Le scuole e le università nel frattempo sono chiuse e la batosta per l’economia si è fatta sentire anche lì. “Molti ristoranti rimangono vuoti e alcuni centri commerciali hanno dovuto chiudere. Chi lavora in azienda lo fa a turni con un orario ridotto in modo da garantire le dovute distanze di sicurezza” continua il 25enne triestino. Il ricordo della Sars ad Hong Kong è ancora bene impresso nella mente dei residenti. “Qui c’è una grande consapevolezza collettiva e individuale su come affrontare l’epidemia, tutti si lavano continuamente le mani e indossano le mascherine”. Marco infine spera che “questa battaglia contro il corona virus sia un insegnamento per il futuro”.

Al limite occidentale dell'Unione Europea, l'odissea di Giulia

Il virus che sta tenendo il mondo con il fiato sospeso ha colpito duramente l’Europa. Se l’Italia è il centro mondiale della pandemia, anche gli altri paesi dell’Unione non se la passano meglio. Giulia ha 22 anni, laureata in beni culturali e, prima di far rientro a Trieste, il 5 marzo scorso era partita per il Portogallo. Dovevo iniziare un periodo di workaway lì che sarebbe dovuto durare dai 2 ai 3 mesi – racconta la 22enne -. Avevo in programma di stare un mese a Oporto e un mese a Lisbona, poi avrei deciso se trovare qualche altro lavoretto o fare un viaggio a tappe attraverso Spagna e Francia per tornare indietro".

L'unica a cui hanno chiesto di misurare la febbre due volte al giorno

"Lì in Portogallo però non mi sentivo più sicura e dormendo in un dormitorio non avevo una stanza in cui mettermi in quarantena”. Nell’ostello dove lavorava Giulia viene “schedata” come italiana. “Dicevano a noi questa cosa non tocca” racconta la giovane triestina che aggiunge il fatto che le è stato chiesto di misurare la febbre due volte al giorno. “Di tutto lo staff l’hanno chiesto solo a me, nonostante fossimo costantemente a contatto con persone che erano in viaggio da tutte le parti del mondo”. Il viaggio di ritorno quindi si trasforma in una lunga odissea. Giulia contatta l’ambasciata in Portogallo ma nessuno le fornisce un aiuto concreto. Quindi prende “un aereo da Porto per Lisbona, poi Lisbona- Vienna, poi un treno fino a Villacco”. 

Giulia K Oporto-2

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Ottanta euro per 15 minuti di taxi, poi a piedi fino alla frontiera

È qui alla frontiera con l’Italia che il viaggio di Giulia subisce una brusca frenata anche perché l’ambasciata a Vienna l’avvisa di possibili “scene di sciacallaggio” che, puntualmente, si verificano. “Ho cercato un taxi che mi portasse fino al confine. In tre mi hanno detto di no, il quarto mi ha chiesto 80 euro per 20 chilometri di strada. Alla fine, mi ha “mollato” alla stazione di servizio di Thörl-Maglern a due chilometri dall’Italia”. Giulia a quel punto si mette in cammino per raggiungere il confine italiano. “Lì la polizia italiana mi ha chiesto l'autocertificazione e mi ha fatto passare il confine, dove mi aspettava mia sorella che è venuta a prendermi in macchina. Ora siamo in auto quarantena in una casa libera di un nostro parente”. 

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