Cronaca

Il Covid si “annida” nel tartaro? Lo studio dell'Università di Trieste

Il tartaro come “cartina tornasole” della diffusione della pandemia ancor più affidabile dei test: l’ipotesi alla base dello studio pilota pubblicato su Clinical Oral Investigation (Springer) dall’Università

Tracce di materiale genetico di Sars-Cov-2 sono state trovate nel tartaro dentale di ex pazienti COVID conclamati e in quello di persone con test negativo e sintomi “sospetti” (che siano stati o meno a contatto con casi accertati). Il tartaro come “cartina di tornasole” della diffusione della pandemia ancor più affidabile dei test attualmente utilizzati è quindi l’ipotesi alla base dello studio pilota pubblicato su Clinical Oral Investigation (Springer) dall’Università di Trieste. Uno studio in via di sviluppo che potrebbe offrire un’ottima base per futuri studi epidemiologici o rilevazioni post mortem.

Il ruolo del tartaro

Condotto su un campione limitato di 12 soggetti, il lavoro ha sfruttato la tecnologia RT-PCR perl’estrazione di RNA virale dal tartaro, un substrato mai esplorato prima nello studio di COVID – 19. E’ importante sottolineare che la presenza di tracce del virus nel tartaro non significa che i pazienti al momento della rilevazione fossero malati o potessero trasmettere l’infezione, ma offre un’indicazione sicura dell’avvenuto contatto con l’agente patogeno.

Il tartaro, risultato della mineralizzazione della placca dentale, rappresenta infatti una sorta dimemoria fossile del microbioma orale, tanto da essere utilizzato anche in studi archeologici. Analizzando la dentatura di uomini o animali vissuti in passato è possibile riscostruirne non solo la dieta alimentare ma anche appunto le malattie sofferte. Il lavoro è frutto della collaborazione interdisciplinare tra il Dipartimento di Scienze Mediche - Clinica di Chirurgia Maxillofacciale e Odontostomatologia ASUGI (Federico Berton, Katia Rupel, Matteo Biasotto, Roberto Di Lenarda) e il Dipartimento di Scienze della Vita di UniTS (Fiorella Florian, Alberto Pallavicini). 

Lo studio è consultabile su https://doi.org/10.1007/s00784-021-04001-8

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