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Tetto agli stranieri a scuola, il Cobas: "Bambini a rischio discriminazione"

Secondo il sindacato "nessun regolamento può determinare l’esclusione di bambini stranieri dal contesto scolastico". La questione delicata anche sulla presenza del crocifisso negli asili: "la norma lo prevede solo per le scuole primarie e secondarie di primo grado"

Riceviamo dal COBAS Scuola e pubblichiamo integralmente. 

Si è detto che il caso di Monfalcone ha fatto scuola. Scuola di esclusione e discriminazione. A Monfalcone, dove tramite un protocollo, che ha bypassato gli organi collegiali delle scuole e l’autonomia delle stesse, si è posto un tetto alla presenza di alunni non italofoni, per favorire l’iscrizione nelle scuole monfalconesi dei residenti italofoni. La carenza degli spazi ed il tetto hanno determinato l’esclusione di decine di bambini stranieri. Non essere italofono mina il diritto all’istruzione anche alla scuola dell’infanzia dove i principi universali del diritto all’istruzione si applicano ugualmente.

La situazione triestina

A Trieste si rischia la stessa cosa, applicando lo stesso modello dscriminatorio. Quale la necessità di porre questo tetto? Ricordiamo che la fonte primaria di diritto, l’art. 45, comma 3 del Decreto del Presidente della Repubblica 31 Agosto 1999, n. 394 (“Regolamento recante norme di attuazione del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero”) prevede esplicitamente che “nelle classi la ripartizione è effettuata evitando comunque la costituzione di classi in cui risulti predominante la presenza di alunni stranieri”. Dunque, al massimo 50% tra stranieri e non.

Le prime reazioni su una questione delicata

La legge Gelmini del 2010

La circolare “Gelmini” del 2010 è peggiorativa, non vincolante e comunque prevede che la distribuzione armoniosamente regolata degli alunni con cittadinanza non italiana, con l’evidente obiettivo di rendere progressivamente sempre più agevole il raggiungimento del loro successo formativo. Infatti, deve essere prevista una serie di iniziative e di misure coordinate e va anzitutto precisato come l’introduzione del limite del 30% costituisca un criterio organizzativo relativo alla specifica composizione delle singole classi di una scuola, la cui definizione spetta al relativo Consiglio di istituto. Ed ancora che “In via ordinaria gli alunni stranieri soggetti all’obbligo di istruzione sono iscritti d’ufficio alla classe corrispondente all’età anagrafica. L’allievo straniero può tuttavia essere assegnato a una classe diversa sulla base di criteri definiti dai Collegi dei docenti tenendo conto della normativa vigente”.

Il commento dell'Assessore alla Cultura

"Esposti alla discriminazione"

Nessun regolamento può determinare l’esclusione di bambini stranieri dal contesto scolastico, proprio perché i bambini sono a forte rischio di essere esposti alla discriminazione ed allo stigma sociale sulla base della loro appartenenza ad un gruppo etnico. E nel caso in cui ci si trovasse nella situazione di avere una classe con la prevalenza di bambini stranieri, piuttosto che escluderli e lasciarli a casa, è preferibile averla come tale. Esistono strumenti normativi che prevedono compensazioni, riduzione del rapporto studenti e docenti, mediatori linguistici e culturali.

"Prendere posizione contro il tetto e il crocifisso"

Così come non capiamo la necessità di estendere il crocefisso alle scuole dell’infanzia. La normativa ereditata dal fascismo lo prevede solo per le scuole primarie e secondarie di primo grado. Siamo consapevoli che la giurisprudenza è favorevole in linea di massima alla difesa del crocifisso nei luoghi pubblici, infatti non è una questione di legalità, ma di legittimità e buon senso. Sono queste battaglie che andranno affrontate, più che nelle sedi “legali”, nella comunità scolastica e con la comunità scolastica che dovrà prendere posizione contro il tetto ed il crocefisso, per una scuola plurale e laica. Arrivando anche a proteste importanti e democratiche se necessario in quanto è oramai evidente l’attacco portato avanti dall’Amministrazione comunale di Trieste contro i principi di uguaglianza, non discriminazione, libertà di insegnamento e laicità della scuola pubblica garantiti dalla Costituzione italiana.

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