Teatro Verdi: lunghe ovazioni per l'inizio la stagione autunnale

Pubblico entusiasta per il maestro Bernàcer, Marcelo Álvarez, Maria José Siri, il Coro e l'Orchestra della Fondazione Lirica triestina 

Aveva qualcosa di surreale l'atmosfera al Teatro Verdi ieri sera, mentre si attendeva l'inizio dell'inaugurazione dell'Attività Artistica Autunno 2020: vi regnava una calma insolita, accentuata dalle mascherine rigorosamente indossate e dall'impeccabilmente rispettato distanziamento sociale, sia nella sala sia sul palcoscenico. Faceva uno strano effetto sapere il Teatro esaurito – 550 posti secondo le norme anti covid che includono anche l'igienizzante distribuito all'entrata sulle mani di ogni spettatore -, eppure vedere una su due sedie vuota, e i professori d'orchestra ed i coristi disposti nell'ampio spazio disteso sul palcoscenico, proscenio e il piano di copertura del golfo mistico.

Le dinamiche della pandemia e le regole conseguenti sembravano trasformare lo storico tempio lirico in una scenografia del teatro sperimentale e d'avanguardia, eppure il programma della serata offriva le perle tra le più note ed amate del repertorio operistico. Una domanda affiorava spontaneamente: per quanto celebri e bravi, riusciranno i protagonisti dell'evento a riscaldare l'atmosfera, a comunicare le emozioni e trascinare il pubblico in simili condizioni, considerata soprattutto la struttura frammentaria dei concerti composti dagli svariati brani operistici?

Nella silenziosa attesa, sul podio sale il maestro Jordi Bernàcer che ha sostituito in extremis il suo collega Francesco Ivan Ciampa, il cui esordio al “Verdi” è stato impedito da un grave lutto familiare. Anche se l'inizio della Sinfonia da I Vespri siciliani del maestro di Busseto palesa un lieve nervosismo, man mano sembra che un respiro di sollievo contagi l'intero Teatro: le competenze e la passionalità del direttore spagnolo sono assolutamente degne del suo ragguardevole curriculum. Il gesto di Bernàcer è tanto sicuro e preciso quanto forbito e ben calibrato, la lettura di ampio respiro e piuttosto esauriente nelle rifiniture fraseologiche abbonda di dettagli, di colori, di metamorfosi dinamiche ed agogiche.

Uno scroscio di applausi e approvazioni rivolti a lui ed all'Orchestra in pregevole forma, non privo di una commozione maggiormente comprensibile a coloro che amano o fanno l'arte, comincia a dissipare i quesiti riguardanti l'esito della serata, che in quel momento vede guadagnare la scena il grande tenore Marcelo Álvarez. Ammirato agli inizi della carriera a Trieste in Rigoletto e Lucia di Lammermoor, nel 2002 trionfò in un indimenticabile Werther, scatenando con l'aria un pandemonio e facendo piangere persino la sua compagna di scena che aggiunse i propri applausi a quelli della platea. Passati quasi due decenni, la voce di Álvarez mantiene il timbro incantevole e la fluidità, dei bellissimi piano e mezzo piano anche nelle note di passaggio e negli acuti, la potenza dei forte ben controllati e, innanzitutto, il suo contrassegno fatto da un'eccellente sensibilità interpretativa. E se viene percepita la possibilità di una marginale titubanza in qualche passo, l'immensa esperienza del cantante argentino sa girarla a proprio favore, trasformandola in un accento teatrale particolarmente sentito.

Ogni aria è un suadente racconto di floride emozioni, puntualmente insinuate in un coinvolgente atteggiamento scenico che con versatilità attoriale si abbandona al Lamento di Federico da L'Arlesiana di Cilea, alla preghiera "Ô souverain, ô juge, ô père" da Le Cid di Massenet, alla disperazione di Cavaradossi (“E lucevan  le stelle”  da Tosca) e all'esultanza di Calaf (“Nessun dorma” da Turandot). Álvarez decisamente sa – per dirla con Tosca - “l'arte di farsi amare” dal pubblico, per la bravura e simpatia, ma Maria José Siri di sicuro non è un soprano che si fa rubare la scena nemmeno da un artista di tale calibro.

Inizia con “Pace, pace mio Dio” da La forza del destino palesando immediatamente l'ottima tecnica, abilità e intensità vocale in tutte le tessiture, l'infinita resistenza dei fiati abbelliti dall'intelligente uso di sfumature e filati che amplificano la suggestività delle interpretazioni. Il suo canto opportunamente s'innalza verso un'elevata aura poetica, spesso sui pianissimo quasi sussurrati ma per questo ancor più struggenti, oppure si tinge di una drammatica ad accusatoria asprezza, spazia dalla rassegnazione all'ingannevole luce di un'astratta speranza. Entusiastiche acclamazioni vengono generate equamente dalla soprannominata aria verdiana, da “La mamma morta” da Andrea Chénier di Giordano e da “Vissi d'arte” da Tosca. Ed è proprio questo capolavoro pucciniano con il duetto amoroso del primo atto ad offrire l'apice emotivo ed artistico di questa fortunata serata.

La sinergia ed empatia tra la Siri e Álvarez crea scintille. Privati di qualsivoglia espediente di una messa in scena, i due sono capaci di evocare la magia del teatro, la veridicità di una sublime illusione, di dare quel brivido e quell'eccitazione che sono l'essenza della lirica, della musica, dell'arte in genere. Evidentemente, sortire l'effetto sarebbe difficile, se non del tutto impossibile, senza l'ispirata bacchetta di Bernàcer e un organico impegnato diligentemente ed efficacemente a dare il proprio meglio, brillando nell'Intermezzo da Manon Lescaut. Apprezzato ugualmente il Coro del “Verdi” preparato da Francesca Tosi, che intervalla le esibizioni dei solisti con le pagine da I lombardi alla prima crociata, Macbeth e l'immancabile “Va pensiero”. A questo punto, dopo le prolungate ovazioni, era quasi impossibile non proporre fuori programma il Brindisi da La traviata che, seppure scontato come bis, vantava una inconsueta dignità e ricercatezza.

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