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Domenica, 16 Giugno 2024
Curiosità storiche

Quando "Dal Triestino" era un emporio a New York: la storia di un 'ponte' tra Trieste e gli Usa

Un punto di riferimento per la comunità di esuli giuliani e, in generale, degli italiani a New York. Una storia lunga 50 anni, raccontata da Max Lucich, il nipote dei fondatori e oggi presidente del Circolo Giuliani nel Mondo a Brasilia.

NEW YORK - E’impossibile raccogliere le storie dei tanti triestini emigrati negli Usa nel dopoguerra, ma molte di queste sono legate a un luogo sul Waterfront di Manhattan, per decenni un punto di riferimento per la comunità di esuli giuliani e, in generale, degli italiani a New York. Si tratta dell’emporio “Dal Triestino”, fondato all’inizio degli anni 50 dal capitano Marcello Luciani davanti al molo Pier 23, approdo dei piroscafi transatlantici della Italian Line, le grandi navi che collegavano l’Italia con gli Usa prima che gli aerei prendessero il sopravvento. Il paradiso delle marche più ambite dagli italiani che approdavano negli Stati Uniti per lavoro e per piacere, da Ray Ban a Samsonite, da Max Factor ai blue jeans Levi’s e Wrangler, le creme Pond e le macchine fotografiche Canon. 

Oggi il nipote di Marcello, Roberto Max Storai Lucich, ci racconta la storia di un’ “istituzione” lunga 50 anni, che si intreccia con quella della sua famiglia e con la sua, che oggi si divide tra New York, Trieste e Brasilia, dove vive insegnando italiano e inglese. Tra le varie attività che lo collegano al suo paese, presiede il locale circolo dei Giuliani nel Mondo. Ma andiamo con ordine e facciamo un piccolo passo indietro, più o meno di un secolo. Una storia che è quasi una saga familiare italo - americana dal sapore austroungarico, con un nonno triestino, una nonna rovignese e una bisnonna boema.

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“Nonno Marcello - racconta Max - è arrivato negli Usa da giovane, nel 1924, e ha creato la sua fortuna importando dall’Italia il marmo, che serviva alla costruzione dei grattacieli durante il boom economico. Poi, prima della crisi del 29 è tornato a Trieste”.  A questo punto la Storia con la S maiuscola arriva per scombinare le carte: “Per la famiglia - continua Lucich - andò tutto a gonfie vele fino al bombardamento del ‘44. Dal nulla, in un pomeriggio sereno, queste bombe causarono vittime e disgrazie e distrussero tutte le attività economiche della mia famiglia, una pasticceria e un servizio taxi di lusso che portava i passeggeri dei transatlantici da Trieste a Vienna. Persero tutto e, nel 1948, decisero di tornare negli Usa, dove era nato mio padre Mario perché, per non perdere la cittadinanza americana, era necessario farlo tornare oltreoceano entro i 21 anni”. Qui Mario, che all’epoca portava il cognome di Luciani, è costretto dalle autorità statunitensi a cambiare il nome in Lucich, per una sorta di reazione all’obbligo di italianizzare i nomi durante il regime fascista. 

“A quel punto hanno cercato di rifarsi una vita - racconta Max - e sono stati supportati da una famiglia ebraica perché avevano aiutato molte famiglie ebree a scappare in America durante gli anni bui. Questa famiglia aveva contatti nel business di vestiti usati sul Waterfront di New York. In Italia era proibita l’importazione di vestiti usati dopo la guerra, ma il nonno aveva trovato il modo di avere il permesso per far arrivare questi container pieni di vestiti usati nel porto Franco di Trieste, che all’epoca non era Italia ma Territorio Libero di Trieste”. In questi anni viene fondato l’emporio Dal Triestino, che dal 1952 vede la sua età dell’oro e lavora con i viaggiatori e i marittimi dei transatlantici, che compravano merce da rivendere in Italia. Il personale del negozio è composto interamente da signore esuli istriane ed è un punto di ritrovo per l’ampia comunità triestina a New York. Questo grazie alla brillante gestione dei genitori di Max, Mario Lucich e Norina Storai originaria della toscana e triestina acquisita. 

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Purtroppo una tragedia familiare colpisce i Lucich: il primogenito Marcello, fratello di Mario, muore in un incidente subacqueo a 37 anni, lasciando tre bambine. A questo punto la famiglia fa ritorno a Trieste, vendendo l’attività nel 1960. Tuttavia lo storico emporio, dopo l’abbandono dei suoi padri fondatori, continua la sua crescita. “Noi abbiamo piantato il seme - spiega Max - , poi l’emporio è cresciuto per conto suo. La famiglia ebrea a cui l’abbiamo venduto ha mantenuto il nome, il personale, le signore istriane che vi lavoravano come commesse da decenni. L’attività è continuata anche quando gli aerei hanno soppiantato i transatlantici, l’Alitalia affiggeva la pubblicità sui sedili degli aerei di linea e c’erano gli shuttle che portavano dall’aeroporto al negozio. E’ durato tutto fino al 2000, con la chiusura definitiva, praticamente 50 anni di attività. Ancora oggi a Trieste incontro persone che hanno e usano quegli stessi occhiali Ray Ban e quelle valigie Samsonite”.

Nel frattempo la famiglia Lucich torna a Trieste, in controtendenza rispetto ai concittadini che, all’inizio degli anni ‘60, emigravano a causa degli stravolgimenti in atto nell’ex Jugoslavia. In quel periodo Max ha tre anni e inizia a frequentare l’asilo (alle dimesse, in via Pendice Scoglietto) e le scuole dell’obbligo: “sono diventato triestino e non ho mai smesso di esserlo. La nostra famiglia è poi tornata negli Usa, a Philadelphia, ma per me all’inizio è stato un trauma. Ancora oggi, per me, Trieste è più di un posto dove tornare, è uno stile di vita e una sorta di Mecca. Ci torno appena posso, mentre gli altri rincorrono il sogno americano io inseguo il sogno triestino. Invece di sciacquare i panni in Arno io ho bisogno di ‘lavar le straze’ nel golfo”.

La storia di Max è affascinante come quella dei suoi familiari, dagli studi di italianistica e botanica fino ai primi lavori nell’ambito della moda, per approdare addirittura all’ufficio marketing di Valentino Garavani e all’ICE (Istituto Commercio Estero), con molteplici trasferimenti, dagli Stati Uniti al Canada ai Caraibi. “Poi, negli ultimi anni, mia moglie, brasiliana mi ha portato nel suo paese nella futuristica capitale Brasilia - spiega -, mi sono reinventato come professore all’Ateneo di Brasilia, dove ho insegnato per anni. Conduco diverse attività per far scoprire l’Italia agli studenti brasiliani e rappresento il Circolo Giuliani nel Mondo a Brasilia. Sono stato anche eletto vicepresidente della comunità italo - brasiliana nel COMITES, (il comitato degli italiani all’estero) di Brasilia, una rete associativa creata dalla Farnesina”. Sembra che a Brasilia Max abbia trovato la sua casa e la sua dimensione, in costante contatto con le sue origini. “L’unica cosa che mi manca è il mare - conclude - è difficile vivere senza il mare, perché ci unisce tutti”.

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