Esof 2020, l'immunologo Mantovani: "Il virus non si è indebolito, ma la ricerca non si ferma"

Nell'incontro di ieri a Trieste uno dei ricercatori italiani più citati al mondo ha fatto il punto non solo sul Covid 19 ma anche sui progressi della terapia immunologica nella cura del cancro: "Vivo un sogno a lungo atteso, nuove armi contro il cancro"

"Il virus non è diventato più gentile, la malattia si è attenuata come succede a tutte le malattie respiratorie durante i mesi estivi. Non dobbiamo abbassare la guardia e dobbiamo essere pronti ad affrontare l'autunno e l'inverno, spegnando i focolai in anticipo e aumentando il monitoraggio". Solo uno dei concetti espressi dall'immunologo Alberto Mantovani nell'incontro di ieri in occasione di Esof 2020 a Trieste, dove si è parlato delle nuove frontiere nello studio del sistema immunitario, dal cancro al Covid 19.

Oltre alla corsa al vaccino e ai tamponi, spiega Mantovani raggiunto al telefono da Trieste Prima, i farmaci che agiscono sul sistema immunitario "sono quelli che al momento forniscono la terapia più efficace e supportata da prove scientifiche. In particolare si parla del desametasone, un vecchio farmaco che, se usato in uno stadio adeguato della malattia, riduce del 25 – 30% la mortalità. Non c'è invece evidenza dell'efficacia della terapia con il plasma, semmai ci sono prove che dimostrano il contrario, come ribadito in questi giorni dall'istituto Nazionale della Salute degli Stati Uniti. C'è sicuramente uno spazio per l'uso degli anticorpi, ma in questo momento non ci sono evidenze certe".

Quali sono le nuove scoperte sul fronte dell'immunologia?

"Il sistema immunitario è un mondo complesso e in buona parte sconosciuto, essenziale non solo nelle malattie autoimmuni ma anche nel caso del cancro, nelle malattie cardiovascolari e nel Covid 19, che in alcuni casi causa una risposta infiammatoria abnorme. In questo momento vivo l'avverarsi di un sogno lungo cent'anni: usare le armi dell'immunità e le terapie immunologiche contro il cancro. Esistono terapie che tolgono i freni (i cosiddetti "checkpoints") del sistema immunitario e frenano i "poliziotti corrotti", ossia le difese immunitarie che sono passate al servizio della patologia oncologica. Poliziotti che possono essere rieducati anche attraverso terapie cellulari, le quali hanno un impatto importante nelle leucemie del bambino e leucemie e linfomi dell'adulto"

Come si comporta il sistema immunitario nel Coronavirus?

Stiamo iniziando a capire le prime linee di difesa: l'immunità innata degli asintomatici, la comparsa tardiva degli anticorpi, che non sappiamo quanto siano protettivi e quanto duri la risposta immunologica. Gli anticorpi sono tuttavia la spia di una risposta immunitaria più complessa. Ci sono persone senza anticorpi ma hanno i direttori dell'orchestra immunologica attivati. Si chiamano cellule T e sono in grado di ricordare l'incontro con il virus. Nei pazienti che stanno male c'è una risposta infiammatoria fuori controllo e i freni dell’infiammazione non sono in grado di controllarla. Per questo un antiinfiammatorio come il desametasone è efficace".

È vero che il virus è diventato meno pericoloso?

"No. Ci troviamo davanti a un nemico di cui sappiamo ancora poco e ultimamente si è confuso il virus con la malattia: il Sars Cov 2 non si è attenuato, non ci sono prove a riguardo. Ci sono state delle piccole variazioni ma si tratta di un virus sostanzialmente stabile mentre è la malattia ad essersi attenuata, a causa della stagione, del fatto che stiamo di più all'aria aperta e che proteggiamo le persone fragili. L'età media dei contegi ora è al di sotto dei 30 anni e le persone giovani sono più resistenti al virus ma possono comunque finire terapia intensiva. È ciò che è successo al cosiddetto paziente 1, un 38enne maratoneta che ha vissuto una vera via crucis. In questi casi la morte è la punta dell'iceberg del problema".

A che punto siamo coi vaccini?

"I dati disponibili (non quelli raccontati dai leader politici) parlano di due vaccini cinesi, uno dagli Stati Uniti e uno da Oxford. Esiste anche un vaccino italiano, che sta entrando in sperimentazione clinica, sul quale sono piuttosto ottimista. Sappiamo tuttavia che si può indurre la risposta immunitaria ma non sappiamo se protegge e se i candidati vaccini inducano una risposta nei soggetti fragili. Un percorso lungo, difficile stabilire quanto, ma l'importante non è arrivare per primi ma arrivare bene, con un vaccino efficace e sicuro. Non ci interessa che il cavallo arrivi per primo, ma che più cavalli in buone condizioni taglino il traguardo. Al momento siamo partiti, ma bisogna vedere dove arriveremo."

Oltre ai vaccini, su cosa deve puntare la ricerca?

"Su molti livelli: dobbiamo migliorare la diagnostica e infatti fino a poco tempo fa Humanitas ha reso pubblica quella che fino a poco tempo fa era la più grande indagine sierologica, circa 4000 persone. Il segreto della lotta contro la pandemia sono le tre T: Testare, Tracciare e Trattare. Soprattutto non dobbiamo abbassare la guardia in vista dell'autunno – invermo, è questa la mia più grande preoccupazione".

Perché in Italia il Covid 19 ha colpito più forte rispetto agli altri paesi europei?

Ormai sappiamo con precisione cos'è successo in Lombardia, dove è stata effettuata la più grande indagine di sequenziamento di 350 isolati virali. Ci sono stati due tsunami indipendenti, Entrambi arrivati dal Nord Europa intorno a metà gennaio, sia in zona Codogno che, indipendentemente, a Bergamo. Due tsunami in mezzo alla tempesta delle infezioni polmonari di stagione, così il virus ha circolato indisturbato per un mese e mezzo. Poi ci sono state delle scelte sbagliate, e tutto ha contribuito a creare una situazione senza precedenti".

Quali sono stati gli errori più gravi?

"La colpa dell'Italia è stata quella di non vedere cosa stava succedendo in Cina e la colpa gravissima dei governi degli altri paesi è che non hanno imparato da ciò che è successo a noi, in una delle regioni più ricche del pianeta, perché se è successo in Lombardia significava che il problema era grande. Infatti uno dei tre eroi della pandemia -così li ha chiamati la rivista medica Jama (Journal of the American Medical Association) - è stato l'intensivista Maurizio Cecconi, che a fine febbraio ha cercato di avvisare tutte le terapie intensive del mondo su ciò che stava succedendo".

Alla ricerca medica sono arrivati più aiuti dal pubblico o dal privato?

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"Abbiamo lavorato in sinergia tra pubblico e privato, ho due esempi molto concreti. Il primo in Lombardia, in cui la rete delle terapie intensive pubbliche e private hanno lavorato insieme e l'hanno insegnato al resto del mondo. Poi il vaccino di Oxford, lo studio finora più valido, basato su uno studio portato avanti da più soggetti: l'accademia universitaria di Oxford, poi una piccola compagnia fatta partire da un brevetto degli scienziati stessi. Il tutto in collaborazione con istituti in Germania e una piccola industria italiana, più il finanziamento di una grande multinazionale e del servizio sanitario inglese. Inoltre la mia ricerca è stata finanziata subito da moltissime donazioni, tra cui una da parte di Dolce e Gabbana, che continua a sostenerci. La chiave della risposta a questa emergenza è mettere insieme le forze tra accademia, industria, pubblico e privato".

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