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L'esodo da Fiume, il campo profughi e la carriera nel Toro: la storia di Franco Sattolo

Nato nel capoluogo quarnerino nel settembre del 1936, Sattolo visse una carriera in serie A di tutto rispetto difendendo le porte di Sampdoria e Torino. A dodici anni la fuga da Fiume, il campo profughi a Marina di Massa, l'impiego come operaio alla Fiat e l'approdo nel calcio che conta. La storia

“Il giorno in cui ce ne siamo andati non abbiamo portato con noi praticamente niente. L’unica cosa che ricordo sono 500 lire che papà mi aveva dato da nascondere dentro una scarpa. Un dolore indescrivibile per tutto il viaggio”. Franco Sattolo nasce a Fiume nel 1936 e quando la sua famiglia decide di abbandonare la città per andare in Italia ha solo 12 anni. Convive con le bombe che vengono sganciate sulla città e suona il violino perché suo padre, parrucchiere, lo iscrive ad una scuola dedicata. Buona parte degli uomini che trattano capelli e barba sono sempre rimasti piacevolmente ossessionati dalle melodie e dal canto, non si sa per quale motivo. Dopo la guerra però, le persone si rendono conto molto presto che la musica sta cambiando e i toni assumono un carattere molto più austero. "In alcuni casi, la richiesta per potersi trasferire sarebbe stata decisa dallo stesso capo casa del condominio" ricordano in tanti fiumani.

La fuga dall'Adriatico e l'arrivo sul Tirreno

L’atmosfera si incupisce ogni giorno di più. Nel dopoguerra circa duemila persone partono dalla zona di Monfalcone e dintorni e giungono a Fiume spinti dall’idea di dare il loro contributo alla costruzione della società socialista. Il loro sogno, come raccontato ormai in moltissimi libri, si infrange a causa del maniacale e violento controllo del regime di Tito nei confronti di chi crede nell’internazionalismo. È il 1948 e sullo sfondo c’è la rottura tra Stalin e il dittatore jugoslavo. Chi non si allinea al partito rischia di finire nel mirino della polizia segreta di Josip Broz e il “premio” (una violazione dei diritti civili a tutti gli effetti ndr) è quello di una vacanza a tempo indeterminato sull’isola di Goli Otok. Anche in Adriatico l’obiettivo dei campi di concentramento è quello di confinare chi dissente. Tra lager e gulag, spesso cambia solo il nome.   

Il campo profughi di Marina di Massa

In piena adolescenza, Franco subisce la portata degli eventi e si ritrova a rimodulare il proprio presente. Trieste, poi gli smistamenti in un primo, poi in un secondo campo profughi, fino al definitivo arrivo a Marina di Massa, ai piedi delle Alpi Apuane e a due passi dagli ombrelloni. Per cinque lunghissimi anni i "capricci" del piccolo Franco prendono forma dentro ad una stanza di qualche metro quadrato, dove l’unica manifestazione di riservatezza è una barriera costruita con delle coperte. Non c’è nessun modo per isolare la propria quotidianità, né per sognarne una normale. Passeranno oltre venticinque anni prima che Franco torni a rivedere la sua città. E quando lo farà, la memoria giocherà un brutto scherzo: l’epifania di quel 1948 non sortirà alcun effetto a causa dell’odore sgradevole annusato nell’atrio del palazzo.

La minestra della sera, il vivere in una casa che casa non è

Franco adora il calcio e nei campetti della Versilia inizia a scegliere da che parte stare. Per lui è naturale mettersi in porta, nel ruolo dell’ultimo baluardo di difesa. Le aule dove imparare a buttarsi e a difendere non hanno insegnanti; le sfide vanno avanti fino a quando il sole non si nasconde dietro la Corsica e sono organizzate dall’oligarchia degli esuli più grandi, in quella sorta di modello autogestito che nessuno, tuttavia, ha intenzione di riproporre o di menzionare. La polvere dei campetti sporca le braghette e affanna il respiro. Quando torna in quella che nessuno degli esuli riesce a chiamare “casa”, Franco ascolta i discorsi dei suoi genitori ed è lì, davanti ad un piatto di minestrone la sera o al latte in polvere della mattina che capisce che qualcosa sta per succedere.

Destinazione Torino, inizia un'altra vita

All’inizio degli anni Cinquanta la situazione nel campo profughi a Marina di Massa tende progressivamente a normalizzarsi e gli esuli, che nel frattempo riescono a trovare qualche lavoretto al di fuori dell’area recintata, sono in grado di mettere da parte qualche risparmio che va ad aggiungersi alle 108 lire a testa che ricevono come sussidio. Grazie a quei pochi soldi (oggi sarebbero poco meno di due euro al giorno) la famiglia di Franco per la prima volta ha la possibilità di essere trasferita altrove. La destinazione, in questa occasione, è la città di Torino, il posto dove tutti vogliono andare. Il capoluogo piemontese rappresenta uno dei sogni di moltissimi italiani, non solo del sud. Qui la Fiat dà lavoro a migliaia di persone ed è il simbolo di quell’Italia che inizia lentamente a risorgere dalle macerie della guerra. Complice anche la tempesta di dollari del piano Marshall che comincia ad inondare la penisola – ed il conseguente “ricatto” occidentale – le speranze della gente aumentano.

Il lavoro alla Fiat, reparto aeronautico

Sattolo, quindi, trova un impiego come operaio proprio alla Fiat, reparto aeronautica. Gli Stati Uniti hanno infatti da poco concluso un accordo con l’Italia per la realizzazione di un modello di aereo da fornire a tutte le forze Nato. Durante il giorno Franco lavora alla costruzione dell’ala dell’F86, un caccia da guerra il cui progetto era stato portato in Italia anche per incentivare la produzione nelle fabbriche del nord così da evitare le crescenti tensioni scatenate dall’attivismo comunista. La Fiat conosce i segreti d’Italia meglio di chiunque altro. La situazione non può dirsi reciproca.

Il calcio sullo sfondo

Il giorno in cui Franco arriva al Ciriè, squadretta a nord di Torino, non ha né scarpe né pantaloni corti. Dopo avergli fatto un “provino”, la società decide di tesserarlo. La partita d’esordio contro il Lanzo finisce 0 a 0 e il giovane fiumano è raggiante. Per un portiere, il fatto di non subire goal trasforma qualsiasi partita in una vittoria. Poi il pallone inizia a rotolare molto rapidamente e il Toro chiede di visionarlo – niente, il Ciriè chiede troppi soldi – ed allora Franco passa al Venaria Reale, poi l’Ivrea ed il cancello spalancato verso il professionismo. “Arrivò persino la Juventus ma non se ne fece nulla” mi raccontò molti anni fa davanti ad un caffè in quella che era la sua casa di via Rossetti a Trieste, prima del trasferimento a Barcola.

Il mancato ingaggio alla Juventus

“Charles, Sivori, Boniperti: davanti a me avevo delle vere icone del calcio mondiale, non ci potevo credere”. L’allenatore dell’Ivrea è Teresio Dutto che, dopo i tentennamenti degli Agnelli, decide di portarlo a Genova, sponda blucerchiata. La prova è quella classica, insomma, “ti metti in porta e cerchi di non prendere goal e di fare del tuo meglio” sembra dirgli a Franco che però non ha idea che davanti a sé avrà il Barcellona di Luisito Suarez. “Hai giocato bene, tre, quattro interventi sono stati buoni. Penso che ti porteranno in tournee in America”. Franco non ci crede. Una tournee, roba dell’altro mondo. Arrivano a New York e qui capisce che il calcio è tutta un’altra cosa lì. Lì è spettacolo, show supportato dal business, dai soldi. Quando entrano in campo vengono chiamati per nome, “come i giocatori di basket”. Sono gli anni Cinquanta e negli Stati Uniti il modello è già questo. Quegli annunci urlati da noi ci metteranno quasi mezzo secolo ad arrivare ed alcuni telecronisti di grandi emittenti, riprendendoli ancora oggi, non faranno altro che alzare il volume di una evidente pigrizia professionale che porta alcuni mestieri a copiare, piuttosto che a mettere la firma sui cambiamenti.

Il ricordo di Fiume

Ma tant’è, quel passaggio oltreoceano fa sì che il fiumano dalle lunghe braccia - che nel primo periodo della sua carriera gli valgono, assieme al suo lavoro di operaio, il soprannome di “pinza” - resti a Genova. La Sampdoria lo acquista e, dopo moltissima gavetta seduto quella panchina che ancora non esiste, lo fa esordire in serie A. È il 5 maggio 1963 e, guarda caso, l’avversario è il Torino. Franco incassa quattro reti ma è felice. Il sorriso eguaglia – e per certi versi lo supera – quello dell’esordio tra i dilettanti con il Ciriè. Quel giorno a vederlo allo stadio sono venuti tutti: i suoi amici, quelli incontrati nei campi di periferia e quelli conosciuti negli anni della vita a Torino. Quella dei suoi primi 12 anni di vita a Fiume, nei fatti, è un lontano e malinconico ricordo. 

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