L'Unione degli Istriani mette in dubbio il manifesto che proibiva lo slavo in pubblico: "Inventato"

Il sodalizio guidato da Massimiliano Lacota ha lanciato un appello al popolo di Facebook. "Si stanno sollevando seri dubbi circa la autenticità di un simile documento”. Tirato in ballo anche Raoul Pupo che ribatte: "Controllerò"

È stato utilizzato, menzionato e citato per anni ma dietro ad esso potrebbe esserci un clamoroso falso storico al pari di una “fake news”. Il celebre manifesto di Dignano nel quale le camicie nere intimavano alla popolazione residente il divieto di parlare in lingua slava è infatti finito nel “mirino” dell’Unione degli Istriani che, attraverso la pagina ufficiale del sodalizio guidato da Massimiliano Lacota, ha messo in dubbio la veridicità del documento, sostenendo il fatto che nelle centinaia di archivi rovistati dai ricercatori della storica associazione di esuli di Trieste “non esiste traccia alcuna di tale foglio”.

Motivi "più che fondati"

Secondo l’UdI il documento potrebbe essere stato “artatamente inventato” e “appositamente invecchiato”, puntando tutto sull’assenza di un originale che possa comprovare le responsabilità del Comando squadristi della cittadina di San Biagio. “Si stanno sollevando seri dubbi – si legge nel post che, a detta di Lacota deve essere ricondotto a lui stesso, anche se a gestire la pagina sono due soci – circa la autenticità di un simile documento”. I motivi “più che fondati” di questa ricerca condotta in “centinaia di archivi” dai ricercatori dell’UdI sarebbero due.

Le ragioni

“Non risulta esserci mai stato un Comando Squadristi a Dignano” e “appare quantomeno bizzarra la necessità di stampare ed affiggere un simile manifesto a Dignano, considerato che la popolazione di questa località era allora pressoché totalmente italiana, mentre nel contado a prevalenza slava, costituito esclusivamente da casolari isolati oppure da minuscoli villaggi, privi di negozi, non esisteva alcuna occasione di conversazione in pubblico”.

L'appello al popolo di Facebook

Per questo, Lacota e i suoi soci hanno preparato la strategia e lanciato un appello al popolo di Facebook. “Siamo a chiedervi un aiuto concreto nel reperire una o più fonti archivistiche che comprovino la autenticità di questo “volantino” o “proclama” che viene ovunque sbandierato e che si trova spesso pubblicato sui libri che parlano delle vicende del Confine orientale e della oppressione fascista della minoranza slovena e croata in Istria”.

La replica di Pupo

La richiesta social dell’Unione degli Istriani non è passata inosservata agli addetti ai lavori. Il fatto che il manifesto compaia sulle pagine di molti volumi che trattano le complesse vicende del confine orientale, diventa quindi il pretesto, anche politico, di puntare il dito contro la “pattuglia di storici di area comunista” che hanno utilizzato lo scritto come un “vanto”, una “prova documentale centrale”. Nel calderone, che secondo l’Unione degli Istriani potrebbe “scoperchiare” un presunto vaso di Pandora, finisce anche Raoul Pupo, storico di fama nazionale che più di ogni altro ha dedicato la sua carriera alla Venezia Giulia.

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“L’unica risposta che posso dare – così Pupo – è che controllerò. Non conosco la collocazione archivistica a memoria. Devo però dire che non cambia nulla ed è irrilevante nell’interpretazione”. La posizione di Diego Redivo, storico e gestore del museo del Risorgimento di piazza Oberdan, è molto netta: “Non ho nessun modo per sostenere il fatto che l'Unione degli Istriani abbia ragione oppure no, quel manifesto l'ho sempre considerato come una fonte vera". 

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