"Io, infermiera volontaria in una zona rossa": la storia di Silvia, pronta a tornare a casa

La storia di Silvia, che il 10 aprile è partita per Pescara per combattere in prima linea contro il virus. Dopo sacrifici e ritmi frenetici, è pronta a tornare a Trieste.

L'infermiera Silvia Quispe

Lasciare casa, famiglia e colleghi. Fare le valigie e partire per una zona rossa. Questa è la storia di Silvia, infermiera peruviana ma triestina d’azione che lo scorso 10 aprile ha salutato la sua amata città ed è partita alla volta di Pescara per combattere, a fianco degli abruzzesi, il nemico invisibile che in questi mesi ci ha portato via tanto, troppo: il Covid-19. Una scelta non facile, ma quando il dovere è legato alla vita delle persone, non c'è spazio per molti dubbi o domande.

La partenza

È il 4 aprile quando Silvia riceve la mail con la chiamata a Roma: “Era un sabato, me lo ricordo. Dovevo organizzarmi in poco tempo perché avevo a disposizione meno di una settimana. Fortunatamente ai colleghi avevo già anticipato che sarei partita con la Croce Rossa o la Protezione civile. Il tempo di organizzare i turni, salutare la famiglia, preparare i bagagli e, soprattutto, fare il tampone”. Il 9 aprile arriva l'esito: negativo. “Quel giorno ho finalmente avuto la certezza di stare bene. È stata una gioia perché finalmente ho potuto riabbracciare mio figlio; non lo facevo da marzo”. Per affrontare un viaggio del genere sono necessari sangue freddo, professionalità, una buona dose di organizzazione ma anche tanto coraggio e determinazione. Venerdì 10 aprile arriva il fatidico giorno: “Quella mattina è stata mia sorella ad accompagnarmi in stazione. Ho preso il treno per Roma ma non sapevo ancora dove mi avrebbero mandata. Una volta giunta nella capitale ho saputo che la mia destinazione sarebbe stata l'Abruzzo. Dopo avermi fatto salire su un pullman militare assieme ad altri nove colleghi, ho saputo che mi era stato assegnato il reparto infettivo Covid-19 dell'ospedale di Pescara. Sabato pomeriggio ero già operativa”.

Reparto infettivi Covid-19, Pescara (Abruzzo)

Il nemico è comune, ma sono gli strumenti che abbiamo che ci differenziano, non solo da un Paese e l'altro, ma anche da una Regione e l'altra. “Non sono mai stata più a sud di Roma. Sono arrivata in una struttura sanitaria che aveva ben poche risorse se paragonata alla nostra. Però, devo dire, nonostante le condizioni in cui riversava, ogni singolo operatore sanitario ha dimostrato un grandissimo impegno e forza di volontà”. “Avevamo tutti i dispositivi necessari per garantirci la sicurezza, questo sì, ma si lavorava tantissimo. Il reparto, 30 posti, era sempre pieno. Non appena si liberavano uno o due posti letto, venivano immediatamente occupati da altri pazienti Covid-19. C'erano ragazzini di 19 anni, come anziani di 92 e, purtroppo, ho visto ammalarsi anche colleghi”. “I primi giorni sono stati i più difficili perché mi dovevo adattare al ritmo di lavoro. Arrivavo in ospedale, mi vestivo e per sei ore non potevo né bere, né mangiare, né andare ai servizi. Non è stato facile, ma alla fine, grazie ad una buona organizzazione, ci sono riuscita”.

Pazienti Covid-19 e rischio Covid-19

“Ho avuto molte soddisfazioni, ma ho anche provato grande amarezza. Nessuno di noi era preparato a combattere un virus del genere. Ho visto persone distrutte emotivamente. In questo contesto una frase, una battuta fatta al momento giusto potevano rivelarsi preziose. Ci sono stati anche sorrisi e, anche se avevo la mascherina, li vedevano i miei occhi”. “Ricordo in particolare un giovane paziente che sembrava stesse migliorando. Poi un giorno le sue condizioni sono precipitate ed è finito in rianimazione. Fortunatamente si è ripreso e, quando l'ho rivisto, mi sono illuminata. “Che ben che ti vedo”; gli ho detto, “devi essere forte”. È stato dimesso qualche tempo dopo”. Ma, oltre al susseguirsi di persone positive e il legame che può nascere, c’è anche una paura che non lascia, nemmeno per un attimo, il personale sanitario: quella di poter contrarre il virus. "Non sai mai se a fine giornata hai contratto il virus o meno. Gli ultimi tre giorni li ho passati in una struttura della curia arcivescovile adibita a 'Covid-19 residence', dove tenevano i pazienti in quarantena, tra questi anche molti colleghi. Dopo 20 giorni, è arrivato il momento dei saluti. Ho trovato persone meravigliose e grate: dal macellaio alla fruttivendola, nessuno ha dato per scontato il mio lavoro. ‘Verrai a cercarci e ti faremo vedere la nostra città, quanto è bella’ mi hanno detto”.

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Il rientro

“Avevo già scelto di partire quando ho visto la Lombardia in ginocchio. A 26 anni ho lasciato la mia casa, dovevo proteggere quella nuova, Trieste. Non volevo che il virus si diffondesse a tal punto da raggiungere la mia vita, mio figlio. Sono andata ad aiutare i colleghi per contenere questo nemico terribile. Oggi (ieri per chi legge ndr) andrò a Roma, dove passerò la notte perché i primi treni partono il mattino. Raggiungerò Venezia e poi Trieste, dove ci sarà mia sorella ad aspettarmi. Sarò contenta ed emozionata: non vedo l'ora di riabbracciare non solo i miei cari, ma anche i miei colleghi che in questo periodo si sono preoccupati per me e mi sono stati vicino. Lunedì farò il tampone e poi tornerò al mio lavoro.”

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