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Martedì, 5 Luglio 2022
L'intervista

Detenuti malati di mente al Coroneo, la denuncia: "Aggressioni e violenze, insostenibile"

L'intervista a Graziano Puja, che descrive la situazione all'interno della sezione per detenuti violenti o con problemi psichiatrici tra aggressioni, insulti e sputi: "Non abbiamo le competenze per gestirli, la psichiatria e la politica devono prendersi le loro responsabilità". Solo dieci posti nelle strutture sanitarie dedicate della Regione, intanto Meran è provvisoriamente in carcere a Verona

Il processo a carico di Alejandro Augusto Stephan Meran, giudicato non imputabile per la sparatoria in Questura, ha riportato sulle pagine di cronaca un problema di drammatica attualità: la mancanza di posti nelle Rems (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), che dovrebbero ospitare persone non punibili penalmente, in quanto non capaci di intendere e di volere, e quindi non compatibili con il regime penitenziario. Lo segnala il direttore del carcere di Trieste, Graziano Pujia, che parla di una “situazione insostenibile” all’interno della sezione carceraria ex art. 32 Ordinamento Penitenziario, destinata ai detenuti particolarmente pericolosi e/o con problemi mentali in attesa di essere presi in carico dal servizio psichiatrico.

In questa sezione gli operatori del Corpo di Polizia Penitenziaria devono affrontare disagi che richiederebbero una preparazione psichiatrica e comportamenti che mettono a repentaglio l’incolumità degli agenti oltre a quella dei detenuti stessi, a volte inclini a comportamenti autolesionistici e, in alcuni casi, come confermato dal direttore del carcere, “a rischio suicidario”. Nell’intervista, Graziano Pujia spiega nel dettaglio la situazione attuale nel carcere del Coroneo, individuando precise responsabilità e lanciando un appello “urgente” alle istituzioni.

Qual è la situazione di Meran?

"È in un limbo. C’è una sentenza che lo scagiona penalmente perché incapace di intendere e di volere e gli applica la misura di sicurezza in una Rems perché pericoloso, ma non essendoci posti liberi in queste strutture, si trova provvisoriamente nel Carcere di Verona. Nel frattempo il direttore del carcere, in assenza di un titolo giuridico idoneo a trattenerlo, sarà l’unico responsabile se gli succederà qualcosa all'interno del carcere.  Un caso del genere è già accaduto a Roma Regina Coeli e la collega è stata rinviata a giudizio per omicidio colposo, perché il soggetto cui era stata applicata la misura del ricovero in Rems, si è suicidato in carcere. Ancora una volta il problema viene dirottato sul carcere perché il Dipartimento di Salute Mentale non intende prendersi carico di queste persone".

Cosa succede, ora, nella sezione speciale?

"Questa sezione ospita persone pericolose o con problemi mentali, molti sono lì temporaneamente in attesa che la psichiatria si pronunci per un’eventuale gestione in strutture diverse. Alcuni hanno problemi psichiatrici, altri sono semplicemente violenti. Queste persone non possono essere trattate come gli altri detenuti". 

Può farmi un esempio?

"A uno di loro sono stati revocati un mese fa i domiciliari, appena arrivato in carcere era gentile e collaborava, ora non fa che insultare, sputare e distruggere tutto ciò che gli capita a tiro. La notte sbatte il cancello della cella ed è un problema anche per i residenti nelle vicinanze. Ho da poco ricevuto lamentele da una signora perché la notte non riesce a far dormire la bambina. La situazione con lui è degenerata perché non c’è stato un intervento strutturato della psichiatria. Un altro, un homeless che rubava nei supermercati per fame, lancia le feci agli operatori. Come possiamo gestire questo a livello sanitario? Alcuni seguono le terapie farmacologiche, qualcuno si rifiuta di prenderle e dobbiamo convincerlo. Da tempo gridiamo al mondo che non ce la facciamo più, molti dei nostri poliziotti patiscono questa situazione di disagio e hanno difficoltà a sopportarne gli effetti, accusando stress da lavoro correlato. Oltre a questo, la struttura non offre spazi sufficienti ed è assolutamente inidonea alla cura delle persone con problematiche mentali".

E nella sezione femminile?

"La situazione non è gran che diversa. C’è una donna a cui un mese fa è stato praticato il Tso presso struttura esterna e poi, anziché continuare a curarla li, l’hanno riportata da noi. Uscirà il sei giugno per fine pena, ma avrà bisogno di aiuto e spero che le mie avvertenze che avrò cura di fare per tempo a tutte le Autorità, sortiscano l’effetto sperato. Un’altra, molto più pericolosa, deve essere tenuta in una cella isolata, ho più volte tentato di farle fare vita comune, ma appena entra in contatto con le altre detenute le aggredisce, soprattutto nelle docce. Ha una patologia psichiatrica sviluppatasi dopo una lunga dipendenza da sostanze stupefacenti, un fenomeno in espansione che aggrava situazioni psicologiche complesse. E’necessario attrezzarsi per aumentare i posti in strutture dedicate perché questi casi sono destinati ad aumentare". 

Secondo lei il problema è nazionale o locale?

"Assolutamente nazionale, in tutte le regioni ci sono pochissimi posti nelle Rems e la politica dovrebbe intervenire per trovarne di più, ma non lo fa ed è facile intuirne le ragioni. Da quando hanno chiuso gli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari) nel 2016, il problema della gestione dei soggetti con problemi mentali che commettono reati è stato delegato esclusivamente alle direzioni delle carceri, senza che tutto questo fosse previsto dalla legge, e senza averne le competenze. Mi viene in mente la lezione di Basaglia nella Istituzione Negata. Il carcere oggi, al pari degli Opg del passato, è una istituzione negata, nel senso che è universalmente riconosciuta come necessaria, ma che deve rimanere nascosta. E questo fa comodo a tutti perché ti consente di nascondere un problema. Se pensiamo che in tutto il Friuli Venezia Giulia ci sono soltanto 10 posti REMS, e non basterebbero nemmeno ad ospitare i soggetti che attualmente sono nel carcere di Trieste, tutto torna".

La Regione potrebbe intervenire?

"I presidenti di Regione dovrebbero fare qualcosa per creare più posti in REMS, la legge ha delegato loro, stanziando anche dei fondi. La sanità è su base regionale e dovrebbero occuparsene loro. Rivolgo un appello al presidente Fedriga perché si attivi in tal senso e alla psichiatria perché si assuma le sue responsabilità e che mandi i detenuti in queste strutture anche e proprio perché sono pericolosi. Troppo facile scegliere soggetti mansueti e buoni da tenersi nelle REMS. Ogni mese facciamo una riunione sul rischio suicidario con gli psichiatri del Dipartimento di salute Mentale, ma quando chiedo consigli sulla gestione dei soggetti particolarmente pericolosi e a rischio, in risposta ricevo un silenzio glaciale".

Com’è il rapporto con il dipartimento di Salute Mentale?

"In questo momento di forte contrasto, anche perché molti operatori sostengono che questi soggetti debbano restare in carcere. Dopo la sentenza sul caso Meran ho letto una intervista di un ex capo del Dipartimento di Salute Mentale di questa città in cui affermava che il Meran va gestito in carcere, nonostante la sentenza abbia stabilito il ricovero in Rems. Tutti gli operatori di quel Dipartimento sono sulle stesse posizioni. Sto insistendo per avere una certificazione su alcuni detenuti, per capire se il loro stato di salute mentale sia compatibile con il regime penitenziario, ma non ricevo risposta. Ora sto tentando un altro canale e mi sto rivolgendo al Magistrato di sorveglianza, che può ordinare di produrre la certificazione, ma dubito fortemente che nel merito certificheranno la detenzione in REMS, perché poi dovrebbero occuparsene loro. Insomma, si è creato un corto circuito".

Quale sarebbe secondo lei la situazione ideale?

"Occorrerebbe una Rems per ogni provincia, con capienza commisurata al bacino di utenza. A Trieste ne basterebbe una, ma dev’essere grande. In queste strutture si dovrebbero gestire anche le patologie collegate all’assunzione di droghe. Occorrerebbe anche prevedere delle comunità terapeutiche obbligatorie per tossicodipendenti e alcool dipendenti che commettono reati in ragione del loro status. Insomma, occorre cambiare prospettiva e considerarli dei malati prima ancora che delinquenti, il carcere non può essere la risposta a soggetti che hanno bisogno di cure. Altrimenti non si spiegherebbe una recidiva così alta".

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