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La storia del "triestino" Istvàn Toth, l’allenatore eroe che morì fucilato

Comincia con sette colpi la mattina del 6 febbraio del 1945, ma non sono i rintocchi di nessuna campana. Nell’atrio del palazzo reale di Buda ci sono sette corpi, genuflessi, distesi, vittime dei proiettili appena esplosi dai fucili tedeschi. La storia di Istvan Toth

Continua la partnership con Citysport, il settimanale di sport più letto a Trieste. Questa settimana la storia è quella di Istvàn Toth, allenatore di calcio che venne fucilato dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Un omaggio a qualche giorno di distanza dal Giorno della Memoria, per ricordare la Shoah e dare un piccolo contributo di conoscenza. 

Comincia con sette colpi la mattina del 6 febbraio del 1945, ma non sono i rintocchi di nessuna campana. Nell’atrio del palazzo reale di Buda ci sono sette corpi, genuflessi, distesi, vittime dei proiettili appena esplosi dai fucili tedeschi. Il sapore del piombo prende rapidamente il posto della vita e la vita finisce sotto due dita di polvere che la Memoria deve saper spazzare.

Due eroi

Tra i cadaveri ci sono due allenatori di calcio, due maestri di questo sport. 51 anni il più giovane, Géza Kertész: profilo distinto, alto; una persona intelligente, simpatica e molto, molto pratica. Al suo fianco, in quel cortile, il cinquantaquattrenne István Tóth, che a casa tutti chiamavano Potya, “carpa”. István al calcio dava del tu; attaccante tecnico e brillante nonostante il fisico non certo longilineo, spiccava per la sua velocità e l’abilità fulminea di cambiare passo. In veste di tecnico si dimostrò presto abile e pragmatico.

I suoi allenamenti erano innovativi, moderni nel senso che lo sarebbero adesso, con schede personalizzate per ogni singolo giocatore su cui segnava tutto: una biografia tecnica ad personam sugli esercizi fatti e quelli da fare. Tóth era un motivatore che predicava l’unità spirituale della squadra, la preparazione mentale, l’armonia e la disciplina. In campo proiettava intensità; non esistevano ruoli, tutti dovevano giocare dove il ritmo lo esigeva: creava un movimento costante, una roulette di occasioni che prima o poi avrebbe cambiato il risultato. In Ungheria, sulla panchina del Ferencvaros, di cui fu il primo tecnico professionista, sollevò sei trofei tra cui la Mitropa Cup, nonna dell’attuale Champions League.

Il suo approdo a Trieste 

Nel 1930 Celso Carretti, presidente alabardato, lo porta a Trieste dove resta un anno, il tempo di far esordire nella massima serie Luigi Colausig, Colaussi ai più, che quattro primavere più tardi alzerà la Coppa Rimet ai Mondiali del 1938. Al Comunale (oggi Grezar), arriva un quattordicesimo posto che spingerà Tóth alla corte dell’Ambrosiana Inter dove allenerà un ventunenne Giuseppe Meazza. In Lombardia rimarrà un anno e dopo due stagioni in patria, ritorna a Trieste (nel biennio 1934-36) conquistando un prestigioso sesto posto: è uno dei migliori risultati della Triestina in Serie A; più di lui fece solo Nereo Rocco, allievo, non a caso, dell’ungherese.

Il vento, però, sta per cambiare e se ogni settimana della tua vita architetti una partita di calcio con una passione quasi ingegnera, ti accorgi di subire un contropiede ancor prima di perdere palla. Questa volta però non è un contropiede: il secondo conflitto mondiale è alle porte, Mussolini ha appena proclamato l’Impero dopo l’entrata delle truppe italiane ad Addis Abeba. Di lì a qualche anno, proprio a Trieste sarebbero state annunciate le leggi razziali. è l’inizio dell’orrore.

La tragedia

István decide di tornare in patria dove ritrovò Géza Kertész. Il fragore delle bombe dilania Budapest, l’onda d’urto sposta i sentimenti ma non l’istinto: dall’Ungheria 5000 deportati, per la maggior parte ebrei, raggiungevano Auschwitz-Birkenau ogni giorno per tre mesi; l’Aktion Hoss (così era chiamata l’operazione) è l’apice della capacità di sterminio tedesca.

Fu in questo clima di morte che István e Géza decidono di fondare la Dallam, “melodia” in ungherese: lavorano giorno e soprattutto notte con i servizi segreti americani e le diplomazie alleate per liberare centinaia di ebrei dal ghetto di Budapest, prelevandoli in ogni modo possibile, anche a scapito della loro vita. Funziona. E ne mettono in salvo a centinaia, creano un corridoio umanitario nella disumanità della guerra e dell’odio: salvano bambini, donne, uomini condannati alle camere a gas, ai forni, all’essere ridotti a un numero nella storia più buia. La macchina della morte tedesca fa sei milioni di morti.

La memoria

La melodia finisce poco prima della liberazione di Budapest dai nazisti, il 13 febbraio del 1945. In seguito a una denuncia, Tóth e l’amico vengono catturati e torturati fino al 6 febbraio, quando venne rilasciato l’ordine di fucilazione. In quel cortile Tóth muore da eroe dopo aver sacrificato la sua vita per aiutare gli altri a fuggire dall’Olocausto. Avrebbe dovuto andarsene con una sciarpa al collo e un giro di campo a salutare gli spalti, assicurandosi un posto tra le leggende del calcio europeo. La guerra e la storia gli hanno negato tutto questo; è con la Memoria che dobbiamo cercare di rispolverare il coraggio e l’umanità di István Tóth, che a casa tutti chiamavano “carpa”, e che al calcio, anche triestino, ha dato il suo ritmo, e al mondo, anche alabardato, la sua melodia.

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