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Keber, figlio del grande Edi ma Kristian sembra non risentire di questa responsabilità perché si sente, ed è, un predestinato

Conosco la prima volta Kristian Keber alla fiera dei vignaioli indipendenti di Udine e mi riprometto di andarlo a trovare nella sua cantina. Ed eccoci qua, penna, Moleskine, macchina fotografica, davanti al trattore su cui sta lavorando, tanto per darvi l’idea di che pasta è fatto. Giovane, figlio del grande Edi, uno che ha fatto la storia della viticultura nel Collio, dunque figlio d’arte, ma Kristian sembra non risentire di questa responsabilità perché si sente, ed è, un predestinato. Ci chiede di aspettarlo, sta finendo un lavoro e poi sarà tutto nostro. Che meraviglia scorgere, nella breve attesa, le basse colline di Zegla ricoperte da vigneti, in questa fresca giornata d’autunno riscaldata appena dai raggi del sole. Arriva con piglio deciso, ha l’aspetto del vignaiolo di razza, i modi gentili ma mai affettati . Ci accomodiamo nella taverna. Prende i bicchieri e stappa subito una bottiglia di Collio K. 2015. L’idea era quella di un’intervista, una di quelle tradizionali, una decina di domande brevi, una decina di risposte brevi e tutti a casa. Invece, il vignaiolo di razza, oltre ad avere le mani sporche di terra ha una mente raffinata e, al primo accenno alla FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti), prende il La e non si ferma più. Al diavolo le domande.
“La Fivi non ha uno scopo commerciale, ma quello di rappresentare i piccoli vignaioli davanti alle istituzioni nazionali ed europee, unico modo di fare rete contro la grande industria che, causa il peso dei numeri (ettari compresi), rischierebbe di essere l’unico interlocutore con le istituzioni. Non è un sindacato che offre servizi, non abbiamo dipendenti né uffici di accoglienza, ma siamo una voce potente e sempre più forte che tutela gli interessi del territorio, dalla sua salvaguardia alla sua promozione”.

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