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Il racconto dal confine

La Romania e la poderosa macchina dell'accoglienza

Dal valico di Sighetu Marmatiei fino al dramma dei profughi che arrivano a Siret, frontiera nord tra la Romania e l'Ucraina, passando per i Carpazi. Racconto di una giornata passata sul bordo. Il racconto dei nostri inviati

Sighetu Marmatiei (Romania) - Nella hall del motel è affisso un orologio di legno di ciliegio che ha smesso di battere le ore. L’immobilismo delle sue lancette segna l’era del più drammatico esodo di profughi mai scatenatosi in tutto il continente europeo, dai tempi della Seconda guerra mondiale. Dalla porta della sala da pranzo entrano cinque donne. Si muovono con calma e, prima di accomodarsi sulla sedia, appoggiano lentamente il cellulare sulla superficie del tavolo. Una volta sedute, sbloccano lo schermo ed aprono l’applicazione per la traduzione simultanea. La cameriera che le serve avrà sì e no 17 anni. Chiede se desiderano caffè o caj, e se alle omelette con salame, formaggio e pomodoro, preferirebbero un croissant. La nonna incalza la nipotina sulla scelta e, per tenere alto il morale della truppa, fa l’occhiolino alla figlia. Passa qualche secondo, giusto il tempo di lasciare che quell’odiosa incapacità di comprensione reciproca svanisca sotto l’effetto di un sorriso.

Sul confine romeno-ucraino di Sighetu Marmatiei, dove convivono un memoriale per le vittime del comunismo e trentottomila ebrei del Maramures vennero sterminati dalla furia nazifascista, arrivano ogni giorno circa 2.000 profughi. Donne e bambini. Scappano dalla guerra che Putin ha scatenato contro Kiev. “È una questione di tempo, questa guerra” ripetono i tanti volontari che accolgono nel nome di una solidarietà mai vista prima. I tempi cambiano, eppure quando c’è di mezzo una guerra non cambiano mai. “È la più grande partecipazione popolare romena dai tempi della Rivoluzione che rovesciò il regime di Ceausescu” racconta Ion Marius, reporter del network locale Salut Sighetu. Il sole inonda di luce il viale che conduce al valico. La frontiera è madre di mille lingue. Gli interpreti indossano badge colorati e i gilet gialli o arancioni finalmente servono solo a chi ha bisogno e non per coprirsi di ridicolo. “Sono qui dall’inizio – racconta Silviu, fotografo freelance arrivato sulle sponde agitate del Tibisco il 27 febbraio – e ho visto migliaia di persone, ma posso dirti che ne arriveranno molte di più”.

Il tempo non sembra essere dalla parte di nessuno e tutto viene modificato di continuo. Camion, pullman, furgoni, camper targati United Kingdom, o scuolabus provenienti da Mirandola che sgommano avanti ed indietro lungo la linea di confine. “I primi giorni regnava il caos” così un interlocutore che fa da megafono ad alcune indagini che la polizia romena sta portando avanti. Si parla di sciacalli, anzi di lupi, travestiti da angeli. “C’è chi si approfitta della situazione. Passaggi dati in macchina, offrendo sorrisi e chiedendo, dopo qualche chilometro, soldi. Estorsioni, profughi abbandonati in aperta campagna, rapinati, oppure grandi suv da decine di migliaia di euro che saltano la fila, oppure quegli uomini in età d’armi che scelgono – ed ottengono – di non combattere, fuggendo dal proprio Paese. “Traditia, basta pagare, anche fino a 3.000 euro per attraversare il fiume”. Una tradizione che fa rima con corruzione, non esattamente standard che dovrebbero essere in cima alla lista dei requisiti per far parte dell’Unione Europea. Evidentemente, per il malaffare, i tempi non cambiano mai.

“Ho in mente gli occhi dei bambini. Piangono, come piangono le madri, stremate, quando arrivano da questa parte del confine” racconta un volontario della Fight for Freedom, associazione che raggruppa volontari cristiani da tutte le parti del mondo. Siret è un imbuto alla fine di una larga pianura. Alle sue spalle il limite orientale dei Carpazi, gli stessi monti dove il mio bisnonno italiano in divisa austroungarica combatté contro i russi nella Grande guerra. È passato un secolo, eppure le lancette sembrano segnare tempi molto simili. Dalla piana prima di arrivare al confine con l’Ucraina ad est si intravede il saliente di Tisa Tudora. Laggiù è già Moldavia. La polizia ci ferma, il ghigno non sembra amichevole, anche se è solo una sensazione ingiustificata. La contrapposizione – il pregiudizio – annichilisce le certezze, sempre. La puzza di gasolio che assomiglia a cherosene rende utile la mascherina che il Cremlino ha fatto dimenticare (quasi) a tutti. È stato un attimo, nessuno in fondo se l’aspettava. Nessuno, tranne quell’orologio nella hall del motel Buti che di colpo, chissà perché, ha ripreso a battere. (Fonte: Today.it)

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