Cronaca

La fuga dall'inferno di Lesbo e l'arrivo a Trieste: la storia del piccolo Amir

Il bimbo iraniano, affetto da una malattia rara, ora si trova finalmente al sicuro presso la Fondazione Luchetta.

Questa è la storia di Reziah, una mamma afghana cresciuta in un campo profughi in Iran, fuggita con il figlio malato Amir dall'inferno del campo profughi di Lesbo (Grecia). Da lunedì scorso i due sono finalmente al sicuro a Trieste, ospiti della Fondazione Luchetta Ota D’Angelo, punto d’arrivo di una lunga catena di solidarietà iniziata quasi per caso un anno fa dal giornalista della Rai, Nico Piro, che ha incontrato proprio a Lesbo la mamma 26enne con il figlio colpito da una malattia sconosciuta, entrambi soli in mezzo a migliaia di migranti ammassati nel campo dell’isola, vittime di un sistema di gestione europeo di rifugiati e richiedenti asilo che purtroppo continua a mettere le persone all’ultimo posto.

Il "corridoio umanitario"

A vedere il servizio di Piro è stato il professore Maurizio Scarpa, responsabile del Centro di coordinamento regionale Malattie rare dell’ospedale di Udine, che ha contattato subito il giornalista, identificando la possibile malattia di Amir. A questo punto, Piro ha chiesto aiuto a una delle più importanti Onlus italiane in materia di accoglienza umanitaria, la Comunità di Sant’Egidio di Roma. Dopo alcuni mesi, Reziah e Amir sono stati trasferiti dall’inferno di Lesbo in un centro di accoglienza ad Atene. Tuttavia, neppure sulla terra ferma il piccolo Amir, di soli 11 anni, ha potuto trovare le cure mediche necessarie per quella che è stata diagnosticata effettivamente come malattia rara. Da qui la decisione della Comunità di Sant’Egidio di attivare il corridoio umanitario per i due, insieme ad un altro gruppo di migranti (tecnicamente un ricollocamento di richiedenti asilo all’interno dell’Unione europea). Intanto da Sant’Egidio è stata attivata la rete della solidarietà anche in Italia: oltre al medico capace di curare Amir, ovvero lo stesso professore Scarpa che garantirà almeno sei mesi di terapia gratuita al bimbo all'ospedale di Udine, è stato trovato un luogo sicuro nella Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin.

Tutto era già pronto da gennaio scorso, poi il colpo di coda di un destino cinico: un’epidemia di varicella nel centro di accoglienza di Atene li ha obbligati a una quarantena. Dopo alcune settimane, lunedì scorso è stato finalmente organizzato il volo verso l’Italia con scalo a Roma, dove i volontari della Comunità di Sant’Egidio li hanno accolti con il pranzo al sacco e con tutti i documenti di transito in regola che hanno permesso loro di superare i controlli dell’aeroporto, come ha testimoniato l’operatore della Fondazione Luchetta, Gabriele Zvech, sottolineando come l’organizzazione di Sant’Egidio è stata così efficiente da riuscire a farli imbarcare sul volo per Ronchi dei Legionari, dato oramai per perso.

Finalmente al sicuro

All’arrivo a Trieste, Reziah e Amir sono stati accolti da una mediatrice culturale, dal professor Scarpa e dalla presidente della Fondazione Luchetta, Daniela Schifani Corfini, ma soprattutto dalle mamme ospiti della casa di accoglienza, irachene, albanesi, kosovare, che istintivamente hanno creato attorno ai due un cerchio di protezione “assorbendoli” subito nella piccola comunità. La fuga dei due dall’inferno di Lesbo e da un sistema di non-accoglienza che costringe ancora alla disperazione migliaia di persone sulla rotta balcanica, dalla Turchia all’Italia, passando per Grecia, Serbia, Bosnia, verrà raccontata nel reportage di Nico Piro -Premio Luchetta 2009- in una prossima edizione di Tg3 Mondo su Rai3.

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