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Ecco cosa dice il fascicolo

Oltre 2600 pagine e 400 giorni di indagine: perché per la Procura il caso Resinovich è chiuso

Le ragioni che hanno portato il sostituto procuratore Maddalena Chergia a richiedere l'archiviazione sono contenute in nove pagine, di cui TriestePrima pubblica i punti salienti. Dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali, fino alle analisi sui video della Trieste Trasporti e sul "gps auto", tutto ciò che ha spinto gli inquirenti verso la tesi del suicidio

TRIESTE – Il fascicolo di indagine sulla morte di Liliana Resinovich è composto da più di 2600 pagine. Dal 21 dicembre 2021, giorno in cui nel faldone viene indicato il decreto del pubblico ministero Maddalena Chergia, fino alla richiesta di archiviazione del 21 febbraio, passano 427 giorni. Il lavoro degli investigatori della squadra mobile della questura di Trieste, coordinata dagli inquirenti della locale procura, si è snodato lungo diverse fasi: dalle persone intercettate al telefono alle segnalazioni “tramite mail”, passando per la richiesta di intercettazioni ambientali, le informazioni contenute nel fascicolo sono migliaia e, spesso, sono totalmente distanti da tutto ciò che l’opinione pubblica – spinta soprattutto dal “circo mediatico” – pensava di aver colto.

Le motivazioni a conclusione delle indagini

A darne conferma sono le nove pagine che compongono le motivazioni sulla base delle quali il sostituto procuratore Maddalena Chergia ha richiesto al giudice per le indagini preliminari l’archiviazione del caso. Un primo elemento significativo riguarda le telecamere di sorveglianza della Scuola di polizia di via Damiano Chiesa (le cui immagini sono state mostrate da Chi l’ha visto nell’ultima puntata) e, più in generale, i movimenti di Lilliana nell’orario poco dopo le 8:40 del 14 dicembre. Quando parla dell’uscita di casa della sessantatreenne, la Procura scrive che “certamente” non è salita “su alcuno dei mezzi pubblici presenti nel piazzale, né si portava alla fermata degli autobus e nemmeno svoltava a sinistra verso viale Sanzio […]”.

Telecamere, televisioni e circo mediatico

Le telecamere dell’autobus che la riprendono (sebbene alcune immagini siano sgranate, come molte altre telecamere installate a Trieste, ma questo è un altro discorso che meriterebbe un approfondimento diverso, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza di alcuni luoghi “sensibili” e di recente diventati teatro di episodi di cronaca non ancora risolti) sono quelle della linea 6, vettura 1927. “La donna è sola – continua il documento – e non vi è evidenza alcuna di soggetti che la seguano, la precedano o che possano comunque condizionarne i movimenti”. La sottolineatura, da parte della Procura, è sul “notevole clamore mediatico” che avrebbe indotto “molti soggetti a fornire il loro personale contributo alla soluzione del caso”. Insomma, proprio il famoso “circo mediatico” più volte menzionato dal procuratore capo Antonio De Nicolo e, in generale, mal digerito da investigatori e inquirenti.

La moltiplicazione delle narrazioni

L’autoalimentazione di una certa narrazione, data soprattutto dalla presenza nella storia di personaggi dai tratti “curiosi”, viene indicata come una “moltiplicazione mediatica” che tuttavia non trova riscontri rispetto alle informazioni presenti nel fascicolo, ovvero “le uniche con cui ci si deve confrontare”, come puntualizza la Chergia. Un elemento che, dopo l’entrata in campo delle televisioni, è diventato appuntamento settimanale fisso per milioni di italiani. Il caso, infatti, ha tenuto – e per certi versi continua a farlo – con il fiato sospeso una larga fetta dell’opinione pubblica italiana.

Mesi di intercettazioni, richieste e proroghe

Le intercettazioni telefoniche ed ambientali compaiono nel faldone per un periodo di circa quattro mesi. Da una iniziale richiesta della squadra mobile – non c’è una data precisa, indicata nell’indice degli atti – ci sono tre richieste di proroghe a gennaio (nelle date 10, 20 e 24), un’altra richiesta di intercettazioni (trascritta il 24 febbraio, il giorno dopo che Sterpin mostra la medaglietta a Chi l’ha visto) con cinque richieste di proroghe a marzo (nelle date 1, 8, 15, 21, 23); il 29 aprile c’è l’ultima richiesta di intercettazioni, questa volta ambientali. Queste ultime, a dire il vero, fanno la loro comparsa già l’8 marzo, il 15 e il 23. È sicuro che le persone intercettate siano più d’una, nelle indagini, ma è altrettanto vero che non sembrano esserci elementi di particolare rilievo investigativo.

Le memorie famigliari e quel "5-amino-acido salicilico"

L’analisi dei video della Trieste Trasporti viene trascritta il 19 gennaio, vale a dire più di un mese dopo la scomparsa di Liliana. Nella nota compare anche un “gps su auto”, senza però che si possano avere ulteriori informazioni a riguardo. Nell’ultimo periodo – dal 5 dicembre scorso al 13 gennaio – la famiglia di Liliana (Sergio e la nipote Veronica) rilascia ben tre memorie, che diventano quattro con quella di Claudio Sterpin. Il passaggio successivo viene dedicato alla consulenza tossicologica dove si continua a indicare le tracce di 5-amino- acido salicilico come “potenzialmente indicative di assunzione pregressa di un’aspirina o di una comune tachipirina”. Su questo, sono diverse le versioni, dove quel “5-amino-“ potrebbe corrispondere alla mesalazina, farmaco che si ottiene su ricetta medica e utilizzato per la cura di disturbi intestinali più o meno gravi (viene usato anche in caso di morbo di Crohn, per esempio).

DNA e il suicidio

Sul cordino ritrovato attorno al collo viene rilevata “la presenza di [DNA] un profilo misto parziale ad almeno due contributori, dei quali perlomeno uno di sesso maschile”. Ma le indagini (che non chiariscono di chi fosse) appurano che quella traccia non è di Sebastiano, né di Sterpin, né infine del vicino di casa Salvatore Nasti. Negli hard disk sequestrati non c’è “alcunché di rilevante” scrive la Procura. La rilevanza, al contrario, la Procura la individua tra i “plurimi elementi acquisiti durante le investigazioni” che hanno portato a ritenere il suicidio un gesto “niente affatto sorprendente” e non “estraneo al carattere ed alle condizioni psichiche della donna”. Un pensiero che la Procura riporta citando sia ciò che Liliana aveva detto ad un’amica (di cognome Gruden) in piena pandemia – “la sua vita ormai l’aveva già fatta” –, ma anche attraverso le testimonianze di Covalero e Sterpin. Inoltre, nel documento viene citata una sensazione di insofferenza “verso le uscite con i soliti amici, accusati di non far nulla se non ‘mangiare come dei porci’”.

"Liliana era stanca di essere la persona che gli altri vogliono"

“Pur avendo concordato con Sterpin di lasciare il marito – si legge – […] o forse anche di trasferirsi a casa sua, nella settimana precedente la scomparsa di fatto non lo chiami e non gli scriva mai”, viene definita una “condotta anomala” da parte della Procura visto che chi “sta programmando di iniziare una nuova vita con il suo ritrovato primo amore” dovrebbe “avere grandi emozioni da condividere”. Tutto ciò, però, non succede. Liliana, scrive la Chergia, “sembra soffrire l’ingombrante personalità del marito, di cui appare quasi succube”, ma ha “autonomia di uscire, incontrare amici senza renderne conto al coniuge”, vuole aiutare Veronica in maniera “regolare”, ma si oppone alla “prospettiva di elargizioni al figlio del marito”. Secondo la Procura non è difficile ipotizzare che Liliana fosse “stanca di essere la persona che gli altri vogliono, stanca di fare quello che gli altri si aspettano”, alle prese con “un matrimonio insoddisfacente” e l’avvio di una relazione “dalle scarse prospettive”. Tutto questo, secondo gli inquirenti, avrebbe portato Liliana a pensare che l’unica soluzione possibile fosse quella “estrema”.

Il cadavere: "Singolare concorso di circostanze ha ingannato i medici legali"

Sullo stato di conservazione del cadavere e sull’ipotesi che Liliana possa aver vissuto per due settimane “in un luogo non meglio precisato” la Procura parla di “singolare concorso di circostanze […] tale da ingannare i medici legali” e di circostanza che “non pare possibile approfondire ulteriormente (né […] che debba essere approfondita in questa sede, una volta esclusa la sussistenza di reati in danno)” di Liliana. Il presunto “pugno o schiaffo” è da ricondurre a “mera ipotesi”. Non c’è prova di “diverbio o colluttazione”, né di “congelamento” visto che le indagini non hanno portato all’acquisizione di “alcun elemento in tal senso”.

Reato di lesioni? Senza querela è improcedibile

E allora il sangue sul cordino e sui sacchetti? “E’ facile ipotizzare che dopo essere caduta o aver sbattuto contro un ramo o un albero, abbia portato la mano al volto, sporcandosi così di sangue”. Le motivazioni chiudono poi ogni possibilità così: “Over pure si voglia ritenere provata la sussistenza di lesioni, non può osservarsi come il reato sia comunque improcedibile per difetto di querela, a prescindere dalla possibilità o meno di identificarne l’autore”. Per la Procura caso chiuso.

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