La storia del capitano di vascello Luca Pellegrini, un friulano in quarantena a Trieste nel 1836

L'episodio viene narrato all'interno del libro "L'inquieto navigare", tratto dal diario ancora oggi conservato all'Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano e vincitore dell'omonimo premio due anni fa. Il racconto è parte dell'iniziativa "Italiani in quarantena, diari dall'isolamento". Come fare per inviare il proprio manoscritto

foto tratta da Trieste di ieri e di oggi

Una quarantena di sei settimane vissuta a Trieste tra gennaio e febbraio del 1836 riporta il tema della salute pubblica e dei regolamenti sanitari dell’epoca facendoli diventare di inevitabile attualità. Al di là dell’anacronismo – peccato mortale per gli storici – e degli elementi soggettivi della vicenda, quella del giovane marinaio friulano Luca Pellegrini è una delle tante storie che dall’inizio della pandemia l’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano ha deciso di mettere in rete attraverso l’iniziativa “Italiani in quarantena, diari dall’isolamento” e che viene raccontata nel libro “L’inquieto navigare – Le avventure di un capitano di vascello dell’Ottocento” (Milano, Terre di mezzo Editore, pp. 312, 14 euro).  

Luca Pellegrini, il ritratto del giovane friulano

Luca nasce a Palmanova nel 1806 e ha 16 anni quando, nel 1822, dopo la perdita improvvisa del padre decide di imbarcarsi su un veliero che fa la spola tra il golfo di Trieste e quella Venezia ormai non più Serenissima. Le quinte di questo racconto sono le acque dell’Adriatico controllato dagli Asburgo. La sua vita, durante gli anni di navigazione, amplia la sua visuale e allarga il mondo da lui conosciuto fino ad allora.

I viaggi, i dubbi e le riflessioni

Grazie al suo peregrinare di porto in porto lungo le coste del mar Mediterraneo, Luca si imbatterà più volte nelle epidemie – soprattutto quelle di peste orientale – e riporterà, nelle pagine di quel diario ancora oggi conservato nella città dei Diari e vincitore del Premio Pieve due anni fa, le sue esperienze e le sue emozioni in giro per gli scali d’Europa. Nonostante le sue parole lascino intravedere molti dubbi sull’utilità delle misure intraprese dai governi dell’epoca per contrastare la diffusione dei morbi, la testimonianza ottocentesca fa emergere delle riflessioni generali sulla complessa situazione che il mondo sta affrontando e infine, restituisce ai lettori una Trieste capace di dare alla luce il suo personale desiderio di ricominciare a vivere dopo la quarantena. Trieste Prima, grazie alla segnalazione dell’Archivio dei Diari, ha recuperato per i suoi lettori parte di quel diario che riportiamo nella sua versione integrale, in quell’immagine che fotografa la nostra città a metà del XIX secolo.   

L'iniziativa "Italiani in quarantena, diari dall'isolamento", scopri di più

La testimonianza

Trieste, anno 1836 Gennaio Febbrajo

La mia provenienza m’assoggettava ad una quarantena di 6 settimane. Convengo che trattandosi della pubblica salute, le più minuziose precauzioni non devono parere superflue e che meglio vale il troppo che il troppo poco in fatto di rigorose misure. Ma sei settimane di prigionia, sei settimane d’isolamento! Non è egli spingere un poco troppo queste misure di rigore? Io ebbi, ed a più riprese, occasione di trovarmi dove la peste orientale faceva strage, per esempio a Varna ed a Siropoli nell’anno 1829.

Dove questa malattia s’annunziava per casi sporadici come a Smirne, in Egitto, a Tripoli ebbi altresì campo d’accertarmi che se nessun sintomo siasi sviluppato si può esser certi che il pericolo è svanito, a meno che non si conservino in bauli, casse ecc. ecc., ermeticamente chiusi degli indumenti che dopo esser stati in contatto con persone od oggetti riconosciuti infetti furono rinchiusi senza prima averli esposti per qualche giorno ad una libera e possibilmente forte ventilazione.

Questo caso non è ammissibile in una quarantena perché non si tosto giunge un bastimento in un Lazzaretto viene egli immantinente scaricato e gli oggetti appartenenti all’equipaggio, come pure gli oggetti d’inventario del bastimento stesso, vengono esposti ad una ventilazione che con nome d’uso dicesi sciorino. Terminato questo sciorino il bastimento ed il suo equipaggio potrebbero, e senza pericolo di sorte, venir ammessi a libera pratica senza far perdere al primo un tempo prezioso e condannare il secondo ad una inazione che talvolta seco porta conseguenze funeste.

Forse verrà giorno in cui non solo i commercianti alzeranno la voce sull’assurdità degli attuali regolamenti sanitarj, ma che i rispettivi governi si convinceranno dell’inutilità delle severe misure ora in vigore, misure che presentano non lievi inciampi al moto rapido e benefico che la moltiplicazione delle ferrovie e della navigazione a vapore ogni giorno aumenta e che finirà col far d’Europa tutta una sola provincia.
Intanto aspettando tempi migliori io dovetti consumare le mie sei settimane in Lazzaretto S. Teresa che per dire il vero, grazie alla società di alcuni miei compagni di detenzione, non mi parvero tanto lunghe quanto altre volte. Forse che l’essere io padrone delle mie azioni, il poter scendere a terra quando voleva benché colla massima precauzione di non avvicinare chi aveva più lunga prigionia di me, abbia non poco contribuito a rendermi men nojosa questa contumacia.

Ai 10 di Febbrajo spirava la mia quarantena e lo stesso giorno io passava colla mia Triestina nel Canal Grande ove in tutta sicurezza attesi a noleggiarmi non trascurando anche di approfittare dei leciti divertimenti che il carnevale offeriva a chi aveva la possibilità di disporre di quando in quando di qualche fiorino. Quei pochi giorni rimasti a Trieste posso dire d’aver cominciato a vivere.  

Vuoi inviare il manoscritto della tua quaratena? Ecco come fare

L'iniziativa dell'Archivio dei Diari

"Italiani in quarantena | diari dall'isolamento" è un'iniziativa promossa dalla Fondazione Archivio Diaristico Nazionale e dal Piccolo museo del diario di Pieve Santo Stefano in occasione dell'emergenza coronavirus. “È il nostro modo per abbracciarvi idealmente – scrivono dalla direzione -, il nostro modo per stare insieme, il nostro modo per condurvi idealmente nelle stanze della memoria dell'Archivio e del museo, in attesa che possiate farlo di persona, molto presto. È il nostro modo per dirvi che ce la faremo, come ce l'hanno fatta gli autori di queste storie che abbiamo deciso di condividere con voi. Perché alla fine di un tunnel, anche del più lungo, anche del più oscuro, c'è sempre la luce ad aspettarci”.

L'appello agli scrittori di diari

Infine, l’importante realtà voluta dal giornalista Saverio Tutino lancia un appello agli scrittori di diari. Ci piace immaginare che ci sia, fra di voi, chi sta scrivendo proprio in questi giorni il suo diario della quarantena; sarebbe bello, una volta che tutto sarà finito, ricevere questi vostri scritti, farli partecipare magari al Premio Pieve e rileggerli qui a Pieve quando tutto sarà finito, quando volgendo indietro lo sguardo ci renderemo conto di esserci lasciati tutto alle spalle, felici della nostra normalità, della nostra quotidianità; felici di essere lì, gli uni accanto agli altri, circondati ancora una volta dalle storie”.

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A questo link trovate le istruzioni per inviare il vostro diario.

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