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La storia

Neonata rischia di finire in comunità senza la madre: “Separate perché non c’è posto"

La donna aveva fatto uso di stupefacenti in passato, ma ai controlli del Sert risulta “pulita”. Alla nascita la bambina era risultata positiva ma una perizia, secondo l'avvocato della donna, rileva forti dubbi sul test tanto da far ricorrere in appello

TRIESTE - Una madre e la figlia neonata vengono collocate dal Tribunale dei Minori in una comunità, ma in settimana la bimba rischia di essere separata dalla mamma ad appena due mesi di vita. Alla donna, una triestina tra 30 e i 40 anni, è stato infatti comunicato che la neonata sarà trasferita “perché al momento non si trova un posto per farci stare assieme”. Il suo avvocato ha presentato quindi ricorso in corte d’appello. Una storia delicata e complessa che dev’essere raccontata dall’inizio. La giovane madre ha dichiarato di aver fatto uso saltuario di cocaina in passato, e di aver smesso appena resasi conto di essere incinta. Soffrendo di una neuropatia cronica e dolorosa dai vent’anni d’età, in seguito a un grave incidente d’auto aveva continuato, anche in gravidanza, ad assumere cannabis a scopo (a suo dire) antalgico e terapeutico.

La nascita della bimba e i test

Facendo presente la situazione al personale sanitario del Burlo al momento del parto, lo scorso settembre, erano stati disposti dei test sulla madre e la figlia, che era risultata positiva alla cocaina una volta nata. Da quel momento sono stati avvertiti i servizi sociali. Su questo test, tuttavia, è stata richiesta dall’avvocato della donna, Giovanna Augusta de’ Manzano, una perizia di parte, che solleva dubbi sull’esame medico. Il documento, redatto dal dottor Alessandro Peretti, specifica infatti che “i suddetti accertamenti sono incongruenti, oltre a non assumere alcuna validità a fini medico legali”, con una metodica “caratterizzata da ridotta specificità ed elevata inaccuratezza”. Inoltre si spiega che, nonostante il test rilevasse un valore molto alto nella bambina, questa “non risulta per quanto noto aver manifestato alcun segno o sintomo atteso rispetto al valore”.

I prelievi e la posizione dei legali

Si segnala inoltre un “drastico calo” del valore stesso appena qualche giorno dopo, a un’ulteriore rilevazione. Infine, i prelievi alla madre effettuati nei due giorni precedenti, sarebbero risultati “negativi”. La consulenza conferma poi che la donna soffre di una patologia accertata da evidenze cliniche e compatibile con il dolore cronico e la necessità di assumere cannabis per alleviare il dolore. Da qui la positività alla sostanza. Poco dopo la nascita il Tribunale dispone che la bimba, insieme alla madre, se consenziente, siano affidate a una idonea struttura comunitaria terapeutica. La donna, che accetta ogni percorso per non staccarsi dalla figlia, si reca quindi al Sert, dove si sottopone a controlli costanti per accertare la sua negatività agli stupefacenti, smettendo subito anche di assumere cannabis per poter allattare.

Si aprono le porte della comunità

Dopo un periodo di monitoraggio di due mesi gli specialisti del Sert non rilevano i presupposti per collocare in una comunità terapeutica la donna, che risulta sempre negativa ai controlli, e contemplano l’ipotesi di collocarla in una comunità socio-educativa. Nel frattempo, per i primi due mesi di vita, la bimba è sempre rimasta al Burlo, con la madre costantemente presente. Ora, dopo la comunicazione dei servizi sociali, l’avvocato de’ Manzano ha presentato reclamo in sede di appello con istanza di sospensiva al trasferimento, definendo il provvedimento "sproporzionato”.“Ritengo ingiusto che mi tolgano mia figlia - conclude la madre -, che amo tantissimo e con cui sono sempre stata dal momento della nascita, senza mai lasciarla un giorno, per collocarla in una struttura da sola, solo perché al momento non si trova una Comunità per noi due, dove stare insieme. Ho una rete familiare di sostegno e quello sarebbe il luogo più consono dove stare". 

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