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Cronaca

Scuole chiuse, niente congedo parentale per i lavoratori in smartworking: la rabbia dei genitori

Qualità del lavoro compromessa, bimbi che possono mettersi nei guai mentre la mamma deve risolvere un problema al telefono, genitori che lavorano al computer con i piccoli nel marsupio. Situazioni a tratti insostenibili per chi lavora in smartworking e con le nuove regole non può chiedere il congedo parentale

Niente congedo parentale per i genitori che lavorano in smartworking: una normativa nazionale che sta mandando in crisi numerose famiglie triestine, alcune delle quali si sono messe in contatto con Trieste Prima per denunciare situazioni spesso “insostenibili”. Con le scuole di ogni grado e gli asili chiusi, infatti, il Governo ha messo a disposizione lo strumento del congedo, con una retribuzione pari al 50% dello stipendio, ma solo per le mamme e i papà che lavorano in presenza, una categoria che con l’emergenza sanitaria si sta progressivamente assottigliando. I sempre più numerosi lavoratori da casa, invece, vengono gravati di una doppia incombenza: lavorare e in contemporanea badare ai figli. 

“Durante il primo lockdown, con il governo Conte, – spiega Chiara, mamma di una bimba di due anni e mezzo -, anche chi lavorava da casa aveva diritto al congedo, adesso si dà per scontato che in smartworking non si lavori sul serio e quindi si può badare ai figli. In realtà le due attività non sono affatto compatibili perché se questa modalità nasce per lavorare con orari flessibili e a progetto, molte aziende tra cui quella per cui lavoro organizzano il lavoro a distanza con i medesimi orari e obbiettivi del lavoro in presenza. Obbiettivi irraggiungibili se si ha una bimba piccola come la mia, che vista l’età è perfettamente in grado di mettersi nei guai approfittando di un momento di distrazione. Sono condizioni che mettono a repentaglio la stessa vita dei nostri figli”.

“Tutto è stato organizzato molto male, - spiega suo marito Daniele - venerdì sono andato a prendere la bimba all’asilo e non sapevo se avrei potuto riportarla lunedì. Il problema è che anch’io lavoro in smartworking con la stessa azienda e nessuno di noi due può prendere congedo. Una possibilità sarebbe quella di utilizzare i congedi di maternità residui, ma occorre un preavviso di almeno cinque giorni e con queste tempistiche non è possibile. In molti chiedono ferie, rimettendoci di tasca propria, come se già non avessimo speso 8mila euro in babysitter da inizio pandemia. E il peggio è che da lavoratori a distanza non abbiamo diritto nemmeno al bonus babysitter. Molti nostri colleghi vorrebbero licenziarsi o mettersi in aspettativa perché hanno calcolato che senza pagare la babysitter potrebbero addirittura risparmiare”.

La questione è stata sollevata stamattina in una nota stampa anche dalla deputata Debora Serracchiani (Pd), secondo cui "nell'esame del dl Covid si dovranno correggere alcuni criteri per l'accesso ai congedi parentali e al sostegno baby sitter, includendo anche chi lavora da casa in modalità smart working. A trovarsi in questa situazione sono soprattutto le donne, che non possono avvalersi di servizi esterni. Si pone una questione di equità che va affrontata e risolta"

Alessia e suo marito Paolo lavorano entrambi da casa per un’altra grande compagnia e spiegano che “se uno dei due genitori lavora in presenza uno dei due può richiedere il congedo, ma non è il nostro caso se non per qualche giorno al mese, quindi è una magra consolazione. La nostra bimba ha poco più di un anno e frequenta un asilo privato, con una retta di quasi 500 euro che continuiamo a pagare nonostante la chiusura. Dobbiamo ritenerci fortunati perché abbiamo la convenzione con l’azienda. A volte dobbiamo stare al computer con la bimba nel marsupio, è ovvio che la qualità del lavoro così è più che dimezzata”.

“L’altro giorno – racconta una madre single – ho dovuto parlare per mezz'ora al telefono con un mio collega perché entrambi i nostri bambini piangevano e non riuscivamo a capirci. Ovviamente le donne sono esposte ai rischi maggiori, perché sono soprattutto loro a rinunciare al lavoro per la prole. So per certo di alcuni casi in cui il datore di lavoro, specie nei contratti precari, fa pressione sulle madri perché non chiedano il congedo, e se i figli hanno sette anni o poco più vengono lasciati soli a casa per ore se non giornate. Con i rischi che possiamo immaginare, specialmente in contesti di povertà e scarsa scolarizzazione. E tutto per paura di perdere un posto di lavoro, che è un bene sempre più raro”.

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