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Omelia di San Giusto, il Vescovo: «Famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna»

Di seguito l'omelia del vescovo di Trieste Gianpaolo Crepaldi in occasione della ricorrenza di San Giusto, Patrono della città: «Trieste città viva e multiculturale, dialogo con altre religioni. La fede cristiana è un dono inestimabile»

Di seguito l'omelia del vescovo di Trieste Gianpaolo Crepaldi in occasione della ricorrenza di San Giusto, Patrono della città.

Eccellenza Reverendissima, Eccellenza Sig. Prefetto, Sig. Sindaco, amici fraterni delle Chiese e comunità ecclesiali, distinte Autorità civili e militari, cari presbiteri, fratelli e sorelle, bratije in sestre!

Celebriamo oggi, con ricordo devoto e grato, la festa di San Giusto, Patrono della Chiesa e della Città di Trieste. È veramente una grazia quella che ogni anno il Signore ci concede di poter andare con la memoria alla figura del martire cristiano che professò la sua fede in Gesù Cristo fino al dono della sua vita. E l’atto della memoria ci sollecita l’impegnativo interrogativo se il nostro presente sia degno e conforme alla testimonianza cristiana del nostro santo Patrono, che visse nei primi secoli dell’avventura storica del cristianesimo. Rifarsi alla testimonianza martiriale di San Giusto non significa limitarsi alla coltivazione della curiosità dello storico, ma, nel nostro caso, significa dare soddisfazione a un bisogno profondo del cuore cristiano: conformare il valore della testimonianza odierna sul paradigma offertoci da colui che, con il suo martirio per amore del Vangelo del Signore Gesù, gli è stato riconosciuto lungo i secoli per la sua valenza fondazionale, carica di suggestive implicazioni spirituali, ecclesiali e civili.  Tornare con la memoria a San Giusto e alla sua testimonianza evangelica di credente è quindi una garanzia per dare spessore di autenticità al nostro presente e per guardare con fiducia anche al futuro della Chiesa e della Città. Egli ci ha lasciato un’eredità che continua ad essere feconda di bene, nel segno della fede e di un’operosa carità.

Carissimi fratelli e sorelle, predragi bratije in sestre, questa solenne circostanza, per le incalcolabili risonanze che presenta, è stata scelta come quella più adatta per concludere il cammino triennale del Sinodo diocesano: alla testimonianza di fede del martire San Giusto si collega idealmente il Sinodo che ha inteso essere il Sinodo della fede. A fronte dei tanti problemi che si trova a sperimentare l’esperienza credente – da problemi indotti da pervasivi processi culturali tipici del secolarismo e nichilismo odierni a quelli tutti interni alla Chiesa spesso in affanno nel suo rapporto con il mondo e la modernità – il Sinodo è stato in grado di indicare un illuminante e convincente tragitto di fede: una fede da vivere intensamente per essere donata, con gioia e in un rinnovato sforzo di evangelizzazione missionaria, trasmettendola soprattutto alle nuove generazioni; una fede alimentata dalla Parola e dai Sacramenti per celebrare quotidianamente, in Cristo e nello Spirito Santo, il Padre nostro che abbiamo nei cieli, il Padre che attende con impazienza la nostra conversione e il nostro ritorno; una fede testimoniata con la santità della vita e con lo sguardo educato dalla speranza cristiana, che si concretizza nei mille atti e iniziative di carità e di solidarietà verso il prossimo, soprattutto verso gli ultimi e i poveri; una fede contemplata nella sua bellezza e nella sua forza liberante, capace cioè di purificare l’esperienza credente da tante pesantezze creaturali poste in essere dalla nostra umana fragilità. Il motto del Sinodo è stato un versetto della Lettera ai Colossesi dell'apostolo Paolo: “Permanetis in fide fundati et stabiles - … purché restiate fondati e saldi nella fede” (1,23).  Quel versetto ci ha guidato nel cammino sinodale consentendoci di non perdere mai di vista il cuore pulsante della fede, Gesù Cristo, nostro Signore e nostro Salvatore. Egli è il mediatore unico e universale tra Dio e il mondo creato; tutto avviene per mezzo di Lui, dalla creazione fino alla salvezza e alla riconciliazione; il Padre celeste Lo ha posto a capo dell’intero universo; noi - personalmente e come comunità cristiana - siamo stati uniti a Lui, morti e risorti con Lui e, se restiamo fedeli a Lui, non dobbiamo temere nulla e nessuno; radicati in Cristo nessuna realtà terrena e mondana può ormai renderci schiavi, condizionarci, condurci a qualsiasi tipo di alienazione, con la certezza che la fede in Cristo ci procura, già ora, una vita buona caratterizzata da vera sapienza e serena libertà.

Carissimi fratelli e sorelle, predragi bratije in sestre, il Sinodo diocesano ha guardato con simpatia alla vita civile della nostra Città e del suo territorio reso particolarmente ricco da una popolazione multietnica e multiculturale, confermando la volontà della Chiesa di essere, nel rispetto delle sue competenze religiose e morali, un fattore sincero e disinteressato del loro sviluppo e della loro necessaria rinascita. Ne sarà prova il Messaggio alla Città che, a nome dei Sinodali, verrà letto alla conclusione di questa santa Eucaristia. C’è nel Messaggio la conferma di una rinnovata disponibilità della Chiesa al dialogo ecumenico ed interreligioso, al confronto sano e positivo con le istanze culturali più vive del territorio nel segno della promozione integrale dell’uomo, alla prossimità verso le famiglie, i giovani e i lavoratori, in particolare, che anche a Trieste vivono una prolungata stagione di difficoltà e di crisi. Tramite il Sinodo, la Chiesa che è in Trieste ha riaffermato il valore non negoziabile della vita dal suo concepimento fino alla sua fine e della famiglia fondata sul matrimonio fecondo e indissolubile tra un uomo e una donna. Ha fatto  proprio, inoltre, l’invito dell'Esortazione Apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco dedicato alla “scelta preferenziale per i poveri”. Nella salutare prospettiva del Papa, l’inclusione sociale dei poveri diventa qualcosa di più che una politica sociale. Diventa la prospettiva stessa del vivere in società, che continuamente ricorda il motivo ultimo per cui esiste la comunità politica. Anche il tema del lavorare ha ricevuto una attenta considerazione, con la conferma di una visione del lavoro corrispondente all’altissima dignità della persona umana, che del lavoro deve essere sempre il soggetto e il fine. Anche la politica, per le questioni che quotidianamente solleva, è stata considerata dal Sinodo e proposta come una vocazione, che riguarda le persone dei politici ma anche la politica stessa. «La politica – scrisse papa Francesco sempre nell'Evangelii gaudium – è una vocazione altissima, è una delle forme più preziose della carità».

Carissimi fratelli e sorelle, predragi bratije in sestre, nel fare tesoro dei documenti del Sinodo diocesano che oggi ho la grazia di firmare e rendere pubblici ci si accorgerà che l’elemento che li unifica e li valorizza nella loro coerente visione prospettica è il seguente: la fede cristiana è un dono inestimabile, un dono di grazia divina e di salvezza umana, un dono che libera le anime e le persone appesantite dal peccato, dal male e dalla disperazione, aiutandole a guardare con speranza al futuro e ad operare nella società con carità e amore. Da qui, il Sinodo propone come condizione basilare ed essenziale un itinerario di conversione proiettata verso una vita di santità personale. La vocazione delle vocazioni del cristiano è, infatti, la vocazione alla santità. Tutta la storia della Chiesa è lì a testimoniarci che le grandi stagioni di rinnovamento ecclesiale sono state animate dai santi: sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino, san Francesco e santa Chiara, santa Caterina da Siena, sant’Ignazio di Loyola, san Giovanni della Croce e santa Teresa d’Avila, il curato d’Ars, santa Teresa del Bambin Gesù, san Giovanni Bosco….fino a san Pio X, a san Giovanni XXIII e a san Giovanni Paolo II.  In questa singolare occasione, a loro vogliamo unire tutti i santi della nostra Chiesa, dal martire san Giusto fino al martire Francesco Bonifacio, che versarono il loro sangue prezioso per salvaguardare anche per noi il dono della fede cristiana. E per avvalorare il legame spirituale tra la nostra Chiesa, i suoi propositi sinodali e la loro coraggiosa testimonianza, per questa santa Eucaristia utilizzerò il calice che fu del beato Don Bonifacio.  

Carissimi fratelli e sorelle, predragi bratije in sestre, con la firma del Decreto per la pubblicazione dei Documenti, la significativa esperienza di comunione e di corresponsabilità ecclesiale del Sinodo diocesano volge al suo termine. Termine non concluso dentro una cornice di questo evento isolato, ma inscritto dentro l’ampio orizzonte della vita della Chiesa universale che, per volontà di papa Francesco, si troverà impegnata tra poco in un Anno Giubilare Straordinario caratterizzato dal riferimento alla sovrabbondante misericordia del Padre che si è pienamente rivelata e donata nei misteri santi dell’Incarnazione, Morte e Risurrezione del Figlio suo Gesù Cristo e che continua, con dono ininterrotto di grazia per il bene delle anime, ad essere vivificata dall’infaticabile azione dello Spirito Santo. Così papa Francesco: “Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza. Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato”. Un tratto singolare che andrà a caratterizzare l’Anno giubilare della misericordia sarà la sua dimensione locale. Infatti, per volontà di papa Francesco ogni Chiesa Cattedrale avrà la sua Porta della Misericordia. Anche la nostra Cattedrale avrà la sua Porta della Misericordia che avremo la grazia e la gioia di aprire il prossimo 13 di dicembre. In questo modo, il Sinodo diocesano, con i suoi intendimenti di rinnovamento spirituale e pastorale, avrà nell’indizione dell’Anno Giubilare una sua prima verifica. L’aver riflettuto per tre anni sulla fede – annunciata, celebrata e testimoniata – si rivela ora come la promettente premessa che apre la nostra Chiesa diocesana ad accogliere la grazia della misericordia divina e, nello stesso tempo, a farsi evangelizzatrice e missionaria della stessa grazia. In questa salutare prospettiva spirituale la Chiesa di Trieste sarà segno e sacramento della misericordia divina.

Carissimi fratelli e sorelle, predragi bratije in sestre, affido alla materna protezione di Maria i frutti del Sinodo diocesano, il Sinodo della fede, implorandola a renderli fecondi di rinnovamento spirituale e pastorale. Maria, come Madre di Gesù, è anche Madre nostra, Madre della Chiesa, Madre della nostra Chiesa tergestina e Mater civitatis. Da soli, noi peccatori, saremmo - cantava Dante - come degli uccelli che vogliono «volar sanz’ali»; inve­ce, guardando all’esempio altissimo di Maria e sostenuti dalla potenza del Suo patrocinio di Madre presso il Figlio Gesù, noi possiamo fare della nostra vita e della nostra Diocesi una presenza aperta e generosa di fede, di speranza e di amore.


 
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