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Giorno della Memoria: l'orrore delle deportazioni, le storie dietro alle pietre d'inciampo

Tredici pietre in memoria di altrettante persone che vennero deportate nei lager nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Le storie, per non dimenticare

Sono tutte storie vere che straziano il cuore di ognuno di noi. In occasione della Giornata della Memoria, anche quest'anno sono state posate le pietre d'inciampo che ricordano le tragiche vicende della Shoah. A Trieste le opere d'arte realizzate dall'artista tedesco Gunter Demnig (che a causa dell'emergenza sanitaria non ha potuto presenziare alla cerimonia ndr) sono 13 e sono state collocate per iniziativa della Comunità ebraica del capoluogo regionale. 

Tredici persone che vennero deportate nei lager nazisti, vittime del tragico clima che anche in Italia attraverso la promulgazione delle Leggi razziali (avvenuta proprio a Trieste ndr), andò a colpire la folta comunità ebraica triestina. Affinché il ricordo non svanisca e la memoria di vite spezzate possa essere trasmessa alle giovani generazioni (ma soprattutto agli scettici e ai negazionisti ndr), di seguito vi proponiamo le tredici storie raccolte dal museo Carlo e Vera Wagner di Trieste in occasione di questo 27 gennaio.   

Denunciato dal negoziante dove lavorava: Samuele Levi

Samuele Levi era nato ad Alessandria d’Egitto nel 1903 da Sabatino e Diana Misan, originari di Corfù, e con loro era arrivato a Trieste da bambino. Aveva poco più di quarant’anni quando fu denunciato dal negoziante presso il quale lavorava saltuariamente come fotografo. Gli venne quindi ingiunto di presentarsi presso gli uffici della Risiera. Sottrarsi a questo obbligo avrebbe messo in pericolo la sua famiglia e quindi il 20 giugno del 1944 si presentò e venne arrestato. Dopo più di un mese venne deportato ad Auschwitz e da lì a Kaufering, un sottocampo di Dachau dove il lavoro forzato lo uccise, il 19 marzo del 1945. Dopo il suo arresto i tre figli e la moglie, che era in stato di gravidanza, vennero ospitati per un breve periodo nel sottoscala della sede dei Civici Musei in via della Cattedrale, nascosti a pochi passi dalla loro abitazione. Il custode del museo, Augusto Fabbro, non esitò infatti ad aiutare chi conosceva da sempre e li mise in salvo. 

Evaso dal confino, catturato nella Venezia Giulia

Vincenzo Gigante è stato un antifascista e partigiano italiano, medaglia d'oro al valor militare. Nato a Brindisi nel 1901, si trasferì da giovane a Roma con la famiglia e nella capitale partecipò attivamente al movimento sindacale degli edili, aderendo al Partito comunista. Con le “Leggi Speciali” del 1926 dovette entrare in clandestinità, evitando l'arresto con spostamenti continui all'estero. Nel 1931 sposò a Lugano Wanda Libera Caterina Fonti e l'anno successivo nacque Miuccia, la loro unica figlia. Vincenzo era sorvegliato dall’OVRA, la polizia segreta del fascismo, come nemico politico. Nel 1933 rientrò in Italia e venne arrestato e condannato a 20 anni di carcere dal Tribunale Speciale. Scontò parte della pena nelle prigioni di Civitavecchia, poi fu inviato al confino, prima ad Ustica e poi a Renicci, da dove evase al momento dell'armistizio dell’8 settembre 1943, raggiungendo la Venezia Giulia per aderire alle formazioni partigiane italo-jugoslave e organizzare le brigate Garibaldi nel settore di Trieste. Ma nell’autunno del 1944 venne catturato, a causa di una delazione. 

Ucciso a poco più di un anno di vita: la storia di Gino

Anna era la figlia minore di Sabato-Sabatino Israel e Sara-Sandra Romano. Aveva tre fratelli, Isacco, Davide e Marco, e una sorella Diamantina, a cui è stata dedicata una Pietra d’inciampo l’anno scorso in Piazza Cavana. Era sposata con Samuele-Sami Israel, di mestiere shochet (macellatore rituale), custode e chazzan (cantore) del vecchio Tempio in via delle Beccherie. Nel 1942 avevano avuto un figlio: Gino Isacco. Nel settembre del 1943 tutta la famiglia Israel fuggì da Trieste per mettersi in salvo. All’arrivo a Firenze, le donne e i bambini trovarono accoglienza nel convento delle suore del Carmine, mentre gli uomini non poterono restare, perché non vi erano ammessi. Isacco non si sentiva tranquillo e perciò portò via subito la moglie Ester e il figlio David, in un altro nascondiglio. Armando e Sami, invece, lasciarono mogli e figli nel convento, non riuscendo a trovare un altro rifugio. 

La notte del 26 novembre 1943 ci fu una retata eseguita da italiani fascisti e tedeschi. Anna, il suo figlioletto Gino e la sorella Diamantina furono catturati con le altre donne e bambini ebrei nascosti nel convento. Solo Elio, il figlio di Diamantina che aveva 4 anni, si salvò grazie a una suora che lo nascose sotto la tonaca. I prigionieri furono portati a Verona e tenuti là fino al 6 dicembre 1943, giorno in cui partirono alla volta di Auschwitz. Non si sa la data esatta della loro morte, ma probabilmente furono uccisi immediatamente, come accadeva quasi sempre nel caso di mamme con figli piccoli come Gino, che aveva poco più di un anno di vita. Comprendiamo perché, nel suo caso, la Fondazione Demnig abbia deciso di indicare per intero la data di nascita, e non solo l’anno.

Prima il Coroneo e poi la deportazione ad Auschwitz

«Il sig. Enrico Almagià, impiegato bancario in pensione, viveva con la cugina sig.ra Peppina, al primo piano dello stabile sito in via San Francesco 1, attuale piazza Giotti. Non erano sposati e non avevano figli, ma tra i conoscenti che frequentavano la loro casa c’era pure la mia futura suocera Maria e suo figlio Bruno Zobec, mio futuro marito. Loro erano sloveni e abitavano a Boršt – Sant’Antonio in Bosco nel comune di Dolina - San Dorligo della Valle; la mamma Maria faceva la domestica in casa Almagià e non avendo la possibilità di dare in custodia il piccolo Bruno lo portava con sé al lavoro: egli ebbe così modo di conoscere il sig. Almagià, ma anche le tristi vicende vissute da queste persone negli anni che precedettero la guerra e durante la guerra stessa, in quanto ne fu testimone oculare.

Ricordava con nostalgia i momenti della sua infanzia passati con il sig. Almagià e li raccontava a me e ai nostri figli con sentita partecipazione. Quante volte ci ha parlato della sua eccitazione quando il sig. Almagià s’apprestava a portarlo ai giardinetti dove gli avrebbe noleggiato una bicicletta e dove vedeva materializzarsi, seppur per un solo pomeriggio, i suoi sogni di bambino; ma ricordava con altrettanta riconoscenza anche la condizione postagli dal sig. Almagià: bisognava prima leggere una pagina del libro in italiano. Per un bambino vissuto fino ad allora in un ambiente esclusivamente sloveno ciò rappresentò una vera opportunità. Ma c’era pure tristezza nei suoi racconti quando ci parlava della sinagoga deturpata da scritte infamanti che si ergeva davanti all’abitazione del sig. Enrico, il quale commentava con rassegnata preoccupazione: “…stiamo andando incontro a tempi brutti…”.

Inaspettatamente tra ottobre e novembre del 1943, il sig. Enrico e la cugina Giuseppina, a distanza di pochi giorni l’uno dall’altra, furono costretti ad abbandonare la loro abitazione e rinchiusi nelle carceri del Coroneo. Il sig. Enrico fu deportato dopo poco più di un mese ad Auschwitz, dove fu immediatamente ucciso e analoga sorte ebbe anche la sig. Peppina, che però passo rinchiusa in quelle carceri due mesi. Dai racconti di mio marito mi rimane impresso un altro episodio vissuto da lui e da sua mamma Maria: in quei giorni fu recapitata alla mamma una lettera dal Coroneo intestata alla “lavandaia Maria” nella la quale il sig. Enrico la pregava di fargli avere della biancheria pulita. Mio marito ricordava di averla vista piangere davanti a quella lettera, lei si recò comunque al carcere nel più breve tempo possibile ma fu inutile… non riuscì a consegnargli quanto richiesto, non riuscì nemmeno a salutarlo per l’ultima volta perché il sig. Almagià era già stato deportato e quando mio marito le chiedeva del sig. Enrico, lei piangeva…».  

"Salvando una vita si salva il mondo intero"

«La nonna paterna Lucia Israel e sua figlia Rachele Cesana furono arrestate a Trieste il 29 ottobre 1943 e condotte alle carceri del Coroneo da dove partirono per Auschwitz con il primo convoglio “21T” il 7 dicembre 1943; arrivarono a destinazione l’11 dicembre 1943 e qui vennero immediatamente gasate. Il figlio Davide Cesana, arrestato lo stesso giorno, partì per Auschwitz con lo stesso convoglio, e poi fu trasferito in altri campi di concentramento. Da recenti ricerche, eseguite per la sua Stolperstein, emerge che fu trasferito il 26 gennaio 1945 (ironia della sorte il giorno prima della liberazione del campo) direttamente da Auschwitz a Buchenwald, dove morì il 29 aprile 1945, dopo la liberazione.

L’altro figlio di Lucia, Giacomo Cesana, fu arrestato l’11 giugno 1944, mentre era nascosto presso la fidanzata Angela, anche lei deportata pur essendo cattolica. Quest’ultimo dopo essere stato portato alla Risiera di San Sabba, fu mandato ad Auschwitz e da là a Mauthausen come risulta nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 130 del 22 maggio 1968 alle pagine 299 e 471. Io stesso, mio padre Vittorio, mia madre Alessandra e mio fratello Samuele eravamo tutti nascosti a Trieste in luoghi diversi presso famiglie compiacenti che rischiavano ogni giorno la loro vita per proteggerci. A tutto ciò posso aggiungere che allora i mezzi finanziari erano molto scarsi poiché mio padre era impossibilitato a lavorare e quindi abbiamo sofferto fame e miseria. Questo grande aiuto ricevuto da persone semplici e generose, fu l’esempio più alto di solidarietà umana che forse riscatta in parte anche i casi di collaborazionismo e delazione. Nella Torà si afferma una grande verità, che salvando una vita si salva il mondo intero».

Nessun discendente della famiglia

Zoe Russi, figlia di Giulio Russi e Nina Maestro, era nata a Trieste il 5 giugno 1905 ed era una casalinga. Essendo il suo cognome da sposata Walluschnigg, pensava ingenuamente di non correre pericoli. Fu invece arrestata a Trieste il 12 novembre 1943 e dopo due mesi di detenzione al Carcere del Coroneo, deportata nel campo di sterminio di Auschwitz dove fu uccisa. Nello stesso campo giunse qualche mese dopo anche la madre settantenne, Nina Maestro Russi: fu vittima di delazione a Venezia, dove aveva cercato di nascondersi con l'altra figlia nubile, Pia. Quest'ultima si salvò dall'arresto grazie all'aiuto di alcune prostitute, che la nascosero. Invece Nina fu catturata il 18 agosto del 1944, portata alla Risiera di San Sabba e da lì trasportata ad Auschwitz, dove venne immediatamente selezionata per la camera a gas. Un altro suo figlio, Giacomo, si salvò nascondendosi a Milano, dove abitava, aiutato da un parroco. Non vi sono discendenti della famiglia Russi, e la Pietra verrà posata per volontà della signora Loredana Orbach, cara amica di Giacomo e Pia.

Mario non era mai appartenuto alla Comunità ebraica

Madre cattolica e padre ebreo, Mario Levi non era mai appartenuto alla Comunità ebraica di Trieste. Per le sue origini ebraiche fu incluso nel censimento razzista del 1938 e poi nella famigerata rubrica B del 1942 “elenco misti”. Fu la sua presenza in questi elenchi meticolosamente aggiornati a condannarlo, venendo messi a disposizione dei nazisti dopo l’Armistizio. Era un pensionato di quasi 60 anni quando fu arrestato, nel giugno del 1944 e poi deportato ad Auschwitz passando per la Risiera di San Sabba. Non si conosce la data del suo assassinio. La pietra è stata richiesta dalla pronipote Cinzia Stefanucci.

La storia di Alberto Levi

Alberto Levi era nato nel 1878 a Trieste. Nel 1913 si era sposato con Ermenegilda Kobler, che per lui si era convertita all’ebraismo e gli aveva dato otto figli, di cui due morti in tenerissima età. Lavorava come impiegato presso il Ministero delle Finanze ma era anche musicista: era maestro di clarinetto e suonava nella Banda Cittadina “Giuseppe Verdi”. A partire dal 1938, con l’avvento delle leggi razziali, fu estromesso dal suo lavoro. Durante la persecuzione non volle nascondersi e rimase nella sua casa di via dell’Eremo 71, mentre la moglie andava a cucire per le case di parenti e conoscenti, per procurare il sostentamento alla famiglia e i sei figli si erano dispersi qua e là. Si preoccupava per i figli lontani: Mario, emigrato da solo, quindicenne in Palestina nel 1939 e che poi diverrà celebre come “il profeta israeliano dell’agricoltura biologica”; e Renato, che, dopo essere stato cacciato dalla Marina Militare e varie vicissitudini diverrà agente alleato e, come radiotelegrafista, parteciperà alla guerra di Liberazione in Toscana. Ma non si preoccupava per sé: nonostante avesse subito una brutale aggressione all’uscita dalla Sinagoga già nel gennaio 1943, Alberto, come tanti correligionari, sottovalutava la gravità della situazione e non si mise in salvo. Il 10 giugno 1944, venne preso, proprio sotto casa, dai nazifascisti e condotto alla Risiera di San Sabba. Durante la deportazione riuscì a dare notizie, scrivendo un biglietto alla moglie quando era già sul convoglio per il campo, e consegnandolo ad un carabiniere compassionevole, che lo recapitò:

«Carissima Gilda,

come avrai appreso martedì mattina siamo partiti con la famiglia Zaban e molti altri per la Polonia. Oggi a mano un simpatico Brigadiere dei Carabinieri della scorta ti invio la presente sperando che ti sarai ristabilita. Ti prego di rimettere i saluti a tutti e di riferire ai miei creditori, specialmente alla ditta Lupecle (?) che telefonerà, al caso disastroso successo assicurerò che i soldi ci sono e speriamo tra breve rivederci. Ti raccomando di avere prudenza e mettere in salvo i clarini e quanto di valore, ma spero non succedano altri guai. Tanti saluti e baci a tutti»

                                                                                      aff. Alberto

Vi fu, poi, un ulteriore biglietto che Alberto gettò dal treno una volta giunto al campo: «Sono arrivato a destinazione; ho visto durante il viaggio enormi rovine. Abbiate fiducia: la guerra finirà presto. Arrivederci a presto» Invece, arrivato ad Auschwitz, venne subito ucciso, il 25 giugno 1944. Così la nipote Rossella Levi, che ha fornito tutte le informazioni e che col fratello Alberto ha chiesto l’installazione delle Pietre:

«A quella data ancora i miei genitori non erano sposati e né io né mio fratello eravamo nati. Dato che la generazione dei nostri padri è ormai del tutto scomparsa, neppure io ho potuto conoscerlo di persona ma, passo dopo passo, sono venuta in contatto con lui attraverso le mie ricerche sulla storia della famiglia, con il ritrovamento delle lettere che lui stesso aveva scritto al figlio Mario, emigrato in Palestina nel ’39. È stata una scoperta entusiasmante: quella di un uomo apparentemente comune ma interiormente straordinario, che aveva affrontato le problematiche del suo tempo con fede e coraggio, oggi si direbbe con “resilienza”».

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