Pizzo, droga, prostituzione: la GDF di Trieste colpisce la camorra in Veneto

I camorristi legati ai Casalesi si insediarono a Eraclea e dintorni più di vent'anni fa. Da allora hanno messo radici nell'imprenditoria e nella politica. Oggi 50 persone sono state arrestate, tra cui il sindaco di Eraclea. I dettagli dell'operazione "At last"

Foto: Venezia Today

Trattenevano il pizzo da imprese dell'edilizia e della ristorazione. Controllavano il narcotraffico e la prostituzione e rifornivano le aziende di lavoratori in nero. Costituivano ditte destinate alla bancarotta e producevano false fatture. Avevano intrecciato stretti legami con l'imprenditoria locale, diventando protettori, dispensatori di favori, soci in affari. Nell'operazione portata a termine stamattina con la collaborazione della Guardia di Finanza di Trieste rientrano vicende risalenti anche a oltre vent'anni fa. Le indagini dimostrano che la camorra ha stabilito radici profonde nel Veneto orientale: in queste zone le cosche campane si sono insediate mano a mano, prendendo il controllo della criminalità e allacciando rapporti con l'imprenditoria e la politica. La procura distrettuale antimafia di Venezia, la guardia di finanza e la polizia di Stato hanno eseguito oggi il provvedimento cautelare emesso del gip di Venezia nei confronti degli appartenenti a questo sodalizio di stampo mafioso: 50 persone in arresto (47 in carcere, 3 ai domiciliari), altre 11 raggiunte da obbligo di dimora.

I metodi della camorra in Veneto

Il gruppo, affiliato al clan dei Casalesi, controllava il territorio con l'uso delle armi e della violenza. Un sistema consolidato e diffuso, tanto che l'operazione risulta essere la più vasta di sempre, in Veneto, contro la criminalità organizzata. Uno degli arrestati di spicco è il sindaco di Eraclea, Mirco Mestre, indagato del reato di scambio elettorale politico-mafioso in relazione alle elezioni 2016. La "conquista" dell'area era partita proprio da Eraclea, molti anni fa, dopodiché il gruppo aveva esteso la sua influenza criminale nell'est del Veneto, avvalendosi della sua forza di intimidazione per instaurare una condizione di omertà e commettere delitti di ogni tipo: usura, estorsione, rapina, ricettazione, riciclaggio e auto riciclaggio, reimpiego di denaro di provenienza illecita, sottrazione fraudolenta di valori, contraffazione di valuta, traffico di stupefacenti, sfruttamento della prostituzione, intermediazione illecita di manodopera, detenzione illegali di armi, danneggiamenti, incendi, truffe e truffe aggravate ai danno dello Stato, bancarotta fraudolenta, emissione di false fatture.

IN MANETTE IL SINDACO DI ERACLEA

La scalata partita negli anni '90

L'organizzazione risulta costituita già alla fine degli anni '90 da Luciano Donadio (nato a Giugliano in Campania nel 1966 e residente ad Eraclea), Raffaele Buonanno (nato a San Cipriano D'Aversa nel 1959, domiciliato a Eraclea e a Casal di Principe) e Antonio Buonanno (nato a San Cipriano D'Aversa nel 1962, residente a Casal di Principe) assieme ad un nucleo di persone originarie di Casal di Principe e di altri centri dell'Agro Casertano (Antonio Puoti, Antonio Pacifico, Antonio Basile, Giuseppe Puoti, Nunzio Confuorto) via via implementata da altri soggetti sia campani che locali (come Girolamo Arena, Raffaele Celardo, Christian Sgnaolin). I ruoli primari erano rivestiti da Luciano Donadio e Raffaele Buonanno (quest'ultimo imparentato tramite la moglie con esponenti di vertice dai clan Bianco e di Francesco Bidognetti, detto "Cicciotto e mezzanotte", capo della omonima famiglia) i quali rappresentavano l'associazione nei rapporti di natura criminale, pure con i dirigenti e gli associati al gruppo Schiavone e Bianco e le altre "famiglie" Casalesi.

I legami con la mala del Brenta

Il gruppo mafioso avrebbe rilevato il controllo del territorio dagli ultimi esponenti della "mala del Brenta", con i quali sono stati comprovati i contatti. Le strategie criminali erano finalizzate, tra l'altro, ad acquisire, se necessario con minacce e violenza, la gestione o il controllo di attività economiche, soprattutto nell'edilizia e nella ristorazione, ma anche ad imporre un aggio ai sodalizi criminali limitrofi dediti al narcotraffico o allo sfruttamento della prostituzione. Una quota dei profitti dell'attività criminale era destinata a sostenere finanziariamente i carcerati di alcune delle storiche famiglie mafiose di Casal di Principe appartenenti al clan dei Casalesi. Per affermare la propria egemonia sul territorio, i sodali hanno fatto uso e commercio di armi - anche da guerra - utilizzandole per compiere attentati intimidatori anche ai danni di ditte concorrenti.

Gli affari nell'edilizia

L'organizzazione ha operato inizialmente nel settore dell'edilizia, dedicandosi particolarmente all'attività usuraria ed all'esecuzione di estorsioni, da ultimo specializzandosi nel settore delle riscossioni crediti per conto di imprenditori locali. Nel corso delle indagini sono state sventate rapine, anche in abitazione: in una di queste, in provincia di Treviso, sono stati tratti in arresto alcuni dei componenti del gruppo e altri arruolati per l'esecuzione del colpo. Nel tempo, l'organizzazione si è finanziata anche con la produzione di fatture per operazioni inesistenti per molti milioni di euro, grazie ad una fitta rete di aziende intestate anche a prestanome poi oggetto di bancarotta fraudolenta. Oltre alle frodi all'erario per reati tributari, spiccano quelle all'Inps, attraverso false assunzioni in imprese di 50 persone contigue al sodalizio, allo scopo di ottenere indebitamente l'indennità di disoccupazione per circa 700mila euro.

Il sindaco, il banchiere e il poliziotto

Tra gli arrestati, come detto, c'è il sindaco di Eraclea, Mirco Mestre: il reato che gli viene contestato è scambio politico-elettorale riferito all'elezione nel 2016, conseguita per soli 81 voti di scarto sul rivale. La vittoria gli fu assicurata grazie agli oltre 100 voti procuratigli dal gruppo mafioso del quale lui stesso aveva sollecitato l'intervento, indicando anche i candidati della propria lista su cui convogliare le preferenze. In cambio, aveva promesso favori su istanze amministrative presentate da società controllate dagli uomini dell'organizzazione criminale. In carcere anche Denis Poles, direttore di una banca di Jesolo, il quale, come il suo predecessore (indagato a piede libero) consentiva ai camorristi di operare su conti societari senza averne titolo, concordando con loro l'interposizione di prestanome, omettendo sistematicamente di effettuare le segnalazioni di operazioni sospette. Coinvolto anche un appartenente alla polizia di Stato, Moreno Pasqual, accusato di aver fornito informazioni riservate ai malavitosi, inerenti ad indagini nei loro confronti, tramite illecito accesso alle banche dati di polizia, nonché di averne garantito protezione e supporto a seguito di controlli subiti da parte di altre forze di polizia.

Hanno collaborato all'esecuzione del provvedimento cautelare, nell'operazione denominata «At last», il Nucleo di polizia economico-finanziaria Venezia, il Servizio centrale investigazione criminalità organizzata (S.C.I.C.0.) della guardia di finanza di Roma, il Servizio centrale operativo (S.C.O.) della polizia di Stato con l'imponente impiego di oltre trecento unità di polizia giudiziaria.

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