Il mondo di Marina, da 50 anni in Ponterosso tra caffè, giornali e jeansinari

La zona del canale racconta diverse storie, ma una delle più interessanti è probabilmente quella della titolare del bar latteria, uno dei pochi esercizi commerciali rimasti in attività da quell'epoca magica. "Ho bellissimi ricordi di quel periodo"

Foto Aiello

"Ponterosso", piazza Ponterosso: il luogo dove capitalismo e socialismo si sono fusi. Il cuore pulsante della vendita dei jeans dagli anni '70 agli anni '90, porta dell'occidente per generazioni e generazioni di jugoslavi. E pensiamo di non dire poco se persino l'attore e musicista Rade Šerbedžija, come ha ricordato nel documentario "Trieste-Yugoslavia", le aveva dedicato una canzone durante i suoi trascorsi a Londra. D'altronde, come ha ricordato anche il grande musicista Goran Bregovic "tutti compravano i jeans di contrabbando che venivano da Trieste".

Guidate dal desiderio di avere ciò che il socialismo non poteva offrire, frotte di persone dalle più svariate città di quella che fu la Jugoslavia, raggiungevano quella piazza a bordo di treni, corriere o alla guida della loro Zastava 750. Notti in bianco, adrenalina ed un solo obiettivo: fare shopping. Oggi è difficile immaginare la vita di quegli anni, ma fortunatamente restano ancora gli occhi e la memoria di chi ha vissuto quel periodo. E' stata una delle età d'oro di Trieste e, come tutte le cose, anche la fortuna dà e poi toglie.

Piazza Ponterosso, circa quarant'anni fa

E' un sabato di circa quarant'anni fa. Sono le cinque del mattino e siamo in piazza Ponterosso in un piccolo bar-latteria che si affaccia sul canale. Ci sono delle persone - molte persone - che aspettano davanti alla porta, in attesa dell'apertura. Tra poche ore la piazza sarà completamente gremita di persone provenienti dalla vicina Jugoslavia, pronte a far scorta di jeans e caffè, per portarsi un po' di occidente nelle loro terre e respirare la meraviglia di ciò che li attende oltre il confine.

Sono le cinque del mattino e Marina, la titolare del bar-latteria, è pronta per un'altra redditizia, ma faticosa giornata. Ha esposto la merce sugli scaffali ma, in quel momento, la sua paura più grande è che il quantitativo non basti a soddisfare le richieste di un mercato senza regole e senza precedenti.  E fuori, come vi abbiamo detto, c'è già la fila.

JeansinariPonterosso_27-11-19__Giovanni Aiello 8-2

"Su questo lato (sinistro, spalle alla chiesa di Sant'Antonio ndr) c'erano tanti negozi di frutta e verdura e sì, tanti jeansinari. Addirittura, quando ho cominciato a lavorare, proprio agli inizi, c'erano jeansinari anche sul canale. Io aprivo il locale alle cinque del mattino e già a quell'ora c'era la fila di gente che aspettava. Non una fila, ma una fila, fila, fila, per intenderci".

Il ricordo di Marina, oggi, non è sbiadito. La luce dei suoi vispi occhi lascia intravedere la forza, la determinazione e il suo grande carattere. E mentre parla, sembra di essere lì con lei, davanti a quella saracinesca e il freddo delle prime ore del mattino, pronti per un nuovo giorno. "Venivano di mattina presto e si finiva di lavorare alle otto di sera. Il ritmo era serrato, lo era fino all'ultimo minuto e quella fila sembrava non terminare mai. Non si fermavano a bere solo caffè. Compravano chili e chili di caffè. Adoravano la Nutella, ma non acquistavano un vasetto, bensì cinque confezioni da 24. Poi gli ovetti kinder e tante, tante Brooklyn".

JeansinariPonterosso_27-11-19__Giovanni Aiello 4-2

JeansinariPonterosso_27-11-19__Giovanni Aiello 9-2

"Si guadagnava molto: i signori delle corriere spendevano. E si faticava altrettanto - ci ha raccontato Marina -. Le donne venivano con delle ampie gonne sotto alle quali nascondevano i jeans arrotolati e fissati con lo scotch. Lo facevano anche qui davanti; vedevo quei grandi mutandoni. Compravano anche grandi bambole, arance, limoni, banane. E sì, c'erano anche quelli che compravano per rivendere. Giravano con molti soldi, li mettevano nei fustini dei detersivi. Anche il caffè lo dovevano nascondere perché altrimenti non avrebbero potuto portarlo oltre il confine. Erano molto organizzati. I commercianti, invece, guadagnavano sulla merce venduta e sul cambio. C'erano persino vecchietti e vecchiette in strada che cambiavano le valute. Non mancavano i pataccari che vendevano orologi d'oro dalla dubbia autenticità e certo, i jeansinari con tutti quei jeans".

 "C'erano in totale circa un'ottantina di bancarelle e c'era tantissima confusione che oggi, qualche volta, mi manca - ha aggiunto -. Devo dire che mi sono davvero divertita molto, ma mi sono anche arrabbiata. Dovevo sempre stare all'erta perché avevo paura che potessero rubare qualcosa o andare via senza pagare. Le brutte persone, come quelle belle, sono ovunque". "Ci sono stati anche momenti di grande stress perché la merce doveva arrivare ogni giorno. Ricordo bene un 25 aprile, giorno di festa. Qui in zona erano tutti chiusi mentre io avevo tenuto il bar aperto: alle undici del mattino avevo già finito tutta la merce in negozio". 

Marina ricorda anche "molti episodi terribili a cui ho assistito: un infarto, una crisi epilettica, un cadavere in acqua; ad una donna era anche scoppiata la vena di una gamba e una fioraia, che si era appena fatta la patente in tarda età, dopo aver posteggiato qui davanti, invece di mettere la retromarcia, aveva messo la prima finendo nel canale".

JeansinariPonterosso_27-11-19__Giovanni Aiello 1-2

"E quante litigate! - continua Marina -. Ogni tanto penso che avrei potuto trascrivere tutte queste memorie per avere un ordine cronologico e poterle disporre nel tempo, ma credo anche che l'importante è ciò che è rimasto dentro di me e che, inevitabilmente, resterà per sempre". Mentre Marina ci racconta questa storia, volge spesso lo sguardo verso l'alto, a sinistra. Facciamo quasi tutti così, quando cerchiamo di focalizzare un ricordo. La sua mente oggi conserva uno scrigno importante che è storia. E lei lo sa bene. In questo modo i ricordi vanno ancora più in là nel tempo, fino ad arrivare ad un'edicola che oggi non c'è più.

L'edicola

"Prima di questo locale, avevo anche un'edicola proprio là all'angolo dove c'è ora un muretto. Lì, gli slavi venivano a comprare molti giornali di moda e soprattutto la rivista "Quattroruote"...erano fissati! E giornali pornografici: se non te stavi attento i te li fregava".

JeansinariPonterosso_27-11-19__Giovanni Aiello 7-2

"Di quel periodo ricordo un episodio che mi è rimasto particolarmente impresso. Avevo questi amici della piazza e ricordo che la domenica uno di loro doveva andare a comprare una cosa in fabbrica e, per questo, doveva cambiare i soldi. Così è venuto da me e mi ha chiesto se poteva per caso contarli all'interno dell'edicola. E' arrivato con un sacco, si è seduto, l'ha svuotato e ha iniziato a contare centinaia di marchi e dinari. Alla fine del conteggio, tra venerdì e sabato, aveva incassato quello che io in edicola incassavo in due mesi".

"Poi ci sono stati altri episodi piuttosto buffi. Uno che vendeva borse, aveva messo tutti i suoi soldi in una delle borse in vendita. E sai cos'è successo? L'ha venduta senza volerlo. Un altro invece, che era solito metterli in un sacco dell'immondizia, una volta, senza volerlo, ha buttato i rifiuti e con essi anche il sacco pieno di soldi - ha detto sorridendo -. E' corso dietro al camion e, prima che arrivasse all'inceneritore, è riuscito a recuperarlo".

JeansinariPonterosso_27-11-19__Giovanni Aiello 2-2

Oltre 18mila albe sul canale

Sono stati anni d'oro, anni che probabilmente non torneranno mai. Ma più di ogni altra cosa, è stata un'occasione che non tutti hanno saputo cogliere: "Giravano davvero tanti soldi: quel periodo è stato sì una fortuna, ma anche una disgrazia per alcuni, soprattutto per quelli che credevano che non sarebbe finito mai. Invece, non è andata così".

"Se ci ripenso sono più di cinquant'anni sul canale - ha detto sospirando - quindici nell'edicola con il babbo e trentasette in bar. E pensa, ci sono ancora clienti che vengono a trovarmi e che si ricordano di me. A quel tempo c'erano dei ragazzini che venivano qui con le loro madri. Oggi sono adulti e vengono a fare shopping nelle boutique".

"Mi manca un po' quel periodo. Ho avuto tante soddisfazioni allora e ne ho tante ancora adesso. Una cosa però non è cambiata nel tempo: comincio a lavorare sempre alle cinque. Le cose vanno bene e sono contenta, proprio per questo non voglio mollare, anche se potrei farlo. Amo questo posto come amo i clienti di oggi e di ieri. E amo tutti quei triestini che, ancora oggi, vengono qui a bere il caffè" ha concluso sorridendo fiera.

JeansinariPonterosso_27-11-19__Giovanni Aiello 5-2

Trieste-Jugoslavia: non solo jeans, non solo Ponterosso

Trieste in quegli anni non è stata solo Ponterosso, ma qualcosa di più: era un simbolo. Punto di riferimento per la moda e per l'italian style, la nostra città era lo scrigno che avrebbe rivelato agli jugoslavi il futuro. "Non sono stata una di quelle persone che andava a comprare i jeans in Ponterosso. O perlomeno non ci andavo spesso. Ricordo però molto bene quel periodo, quando si partiva alla volta di Trieste per acquistare qualcosa che nessuno in Jugoslavia poteva avere, qualcosa di unico" ci ha raccontato una donna sulla sessantina che da giovane era solita fare shopping a Trieste.

"Succedevano cose molto divertenti. C'erano certe signore che indossavano diverse paia di jeans, uno sopra l'altro: finivano per diventare delle grasse donne con la testa piccola. Loro erano quelle che noi chiamavano "svercare", ovvero coloro che poi rivendevano la merce a chi non poteva permettersi il viaggio". La mente corre al periodo "in cui andavano di moda i jeans "Uno" - ha aggiunto -, o perlomeno noi li chiamavamo così perché avevano il numero uno sulla tasca posteriore. Li volevano tutti e c'era solo un posto dove trovarli, vale a dire una delle bancarelle di Ponterosso. A quel tempo se avevi quei jeans eri qualcuno. Era una specie di status".

"Oltre ai jeans, noi giovani guardavamo sempre le vetrine dei negozi per capire cosa andasse di moda. Si cercava sempre qualcosa che fosse speciale. Osservavamo da lontano le commesse che dopo lavoro sfrecciavano a bordo delle loro Vespe: volevamo vedere com'erano vestite per rubare qualche idea, qualcosa che sapesse di Occidente".

JeansinariPonterosso_27-11-19__Giovanni Aiello 10-2

"Si arrivava solitamente alle sei del mattino e si aspettava l'apertura delle bancarelle e dei negozi. Ed in quel lasso di tempo "studiavamo" la moda per sapere cosa acquistare. Alle 17:30 dovevamo prendere la corriera per tornare a casa. Molti facevano shopping last minute solo per portare dall'altra parte del confine ancora qualcosa. Accadeva spesso che le commesse spogliassero i manichini per fare in fretta". "Ogni tanto capitava di arrivare addirittura con l'intero stipendio per comprare una borsa e un paio di scarpe. Solo questo, purchè fosse di qualità. Se ci penso oggi sorrido, per il fatto che rischiavamo ci venissero confiscati i soldi e la merce. Lo facevamo solo per la moda".

Il fascino di un mondo che non c'è più

"Però, oltre ai vestiti - ha concluso -, io e le mie amiche eravamo affascinate da quel mondo. Qualche volta decidevamo di passare lì la notte e la sera ce ne stavamo sedute sulle panchine di fronte alla chiesa di Sant'Antonio ad osservare un qualcosa che sembrava essere proprio un'altra vita. Come si divertivano quei giovani".

In quel periodo Trieste è stata un simbolo, una parte importante della storia della Jugoslavia, non solo per quella piazza, ma anche per la gioia che ha trasmesso a chi veniva a comprare, ma anche e soprattutto, a chi restava dall'altra parte in attesa di una testimonianza di un altro mondo. 

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Individuare i primi segnali di una polmonite con il saturimetro: come funziona e i migliori modelli

  • Rischio zona rossa, ecco l'ordinanza Fvg: no caffè fuori dai bar e stop ad allenamenti

  • Covid, morire a 45 anni: il pizzaiolo Abbas lascia cinque figli e la moglie

  • Il Friuli Venezia Giulia rischia la zona rossa

  • La Regione valuta la stretta: nel mirino il caffè fuori dai bar e le cene tra amici

  • Famiglia "picchiatrice" entra in casa di una coppia e la pesta a sangue: quattro arresti

Torna su
TriestePrima è in caricamento