Qual è la soglia massima di casi al giorno che farà scattare i lockdown?

Secondo Massimo Clementi, professore di Virologia al San Raffaele di Milano se si supereranno i 10mila contagi quotidiani bisogna intervenire a livello locale. Ma alla Stampa dice: "Non vanno demonizzati i ristoranti e i locali. Si può fare quasi tutto, ma con molta prudenza"

Foto Aiello

"Per continuare a vivere quasi normalmente bisogna stare molto più attenti, altrimenti subiremo delle chiusure" lo ha detto alla Stampa Massimo Clementi, 68 anni, professore di Virologia al San Raffaele di Milano. Le cose sono sensibilmente peggiorate in estate, dice l'esperto medico, per colpa anche delle vacanze in Spagna, Grecia e Croazia che "hanno reimportato cariche virali importanti, mentre da noi si era scesi a pochi casi al giorno e gli ospedali erano vuoti".

Clementi: "Oltre 10mila casi al giorno bisogna intervenire"

A quel punto il rientro al lavoro, i viaggi sui mezzi pubblici e l'aperture delle scuole hanno causato un ulteriore aumento dei contagi. "Il prossimo picco sarà più basso e gestibile, perché abbiamo farmaci ed esperienza" dice Clementi, anche se non ci sono certezze sulla minore aggressività del Sars-CoV-2: "Penso che il processo di adattamento sia inevitabile e potrebbe essere iniziato, rispettoalla prima ondata si infettano di più i giovani e il 95 per cento risulta paucisintomatico o asintomatico"

Quale è il numero di contagi quotidiani oltre il quale il governo potrebbe decidere di adottare misure molto più restrittive?

«Diciamo il livello francese. Oltre i 10mila casi al giorno bisogna intervenire con chiusure almeno locali». Come avvengono i contagi attuali? «Prevalentemente in famiglia e al lavoro, per questo non vanno demonizzati i giovani, i ristoranti e i locali. Non è stato spiegato che si può fare quasi tutto, ma con molta prudenza».  Cosa intende? «Se non usciamo più di casa l’economia muore, mentre con le dovute cautele bisogna continuare a vivere».

Gli asintomatici, assicura Clementi, non sono i maggiori diffusori dell'infezione: "I super-diffusori asintomatici sono rarissimi. Più che tanti tamponi si potrebbero fare dei test salivari, meno affidabili ma low cost, nelle scuole e nelle aziende. Più diagnostichiamo in maniera semplice più risolviamo problemi".

Si è rotta la formula magica del 3 per cento

I Paesi che se la sono cavata meglio sono stati finora quelli capaci di mantenere il rapporto tra i casi positivi e le persone testate attraverso il tampone al di sotto del 3%. Questa percentuale di soglia è particolarmente importante perché, come spiega al Fatto Francesca Colaiori, ricercatrice del Cnr, “questo parametro dà una misura di quanti test stiamo facendo in proporzione al reale numero di casi attivi presenti nella popolazione. In un regime controllato in cui il contact tracing funziona si fanno tanti tamponi e i casi che sfuggono al monitoraggio sono relativamente pochi, perché molti dei sintomatici e presintomatici vengono trovati tramite il tracciamento dei contatti, e il tasso di positività è basso. Quando comincia a salire significa che stiamo perdendo un sacco di casi, cioè che non riusciamo più a tracciare bene".

In Italia dal 3 ottobre siamo stabilmente sopra al 4%. Il significato è molto chiaro: i test non sono più sufficienti a individuare i casi positivi reali, molti ne per- diamo e questo produce una dinamica di diffusione del virus che non siamo più in grado di controllare. Aumentare il numero di test pare essere l'unica via per scendere sotto la soglia del 3%. Occorre farlo in fretta.

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