Venerdì, 25 Giugno 2021
Cronaca

Premio Urania d’argento a Sergio Martino, il regista "trash” che fa impazzire Tarantino

Da “Giovannona Coscialunga” a “2019: dopo la caduta di New York”, una carriera senza confini di genere premiata al Trieste Science+fiction Festival 2017

Il regista Sergio Martino ha ritirato ieri (2 novembre) al teatro Miela il premio Urania d’argento alla carriera nell’edizione 2017 del Trieste Science+fiction Festival. 66 regie, 44 scenegggature e 5 film come direttore di produzione, una carriera con numeri da record che spazia dalla commedia all’italiana, all’horror, al poliziesco per approdare anche alla fantascienza. Film che l’hanno portato in giro per il mondo, soddisfacendo in parte una mancata carriera di geologo. Mondi inimmaginabili, che possono essere rappresentati solo spingendosi appena oltre l’opinabile linea del buon gusto, che si sposta a seconda dei tempi. Lo dimostra la recente rivalutazione dell’opera di Martino, oggi apprezzata da registi quali Quentin Tarantino e Matteo Garrone e da sempre etichettata come "trash".

È il caso di “L’isola degli uomini pesce” (1979), girato in parte ai Caraibi, che raffigura un’Atlantide a migliaia di metri sotto il livello del mare. Da qui l’icona della creatura marina che ha fruttato miliardi di vecchie lire solo per la sua riproduzione. «Guadagni inimmaginabili – commenta il regista – nei tempi che corrono. Negli anni 70-80 il cinema era un’industria davvero fiorente, adesso, con la pirateria e lo streaming, non esistono più le sale piene e il tifo da stadio. Gli imprenditori non credono più in quello che fanno e si occupano soprattutto di racimolare fondi pubblici e “sostegno culturale” da molte piccole fonti. Ma il solo ritorno economico senza la passione non porta a grandi risultati».

«La crisi del cinema è anche sociale – continua Martino – una volta era fonte di incontri e socialità, ci si andava con le ragazze per pomiciare e ci si portava la famiglia per poi andare tutti a cena. Ora i costi sono troppo alti, le famiglie sono costrette a preferire la televisione, che io non riesco a guardare. Forse lo spettacolo cinematografico ha fatto il suo tempo, anche se ci sono registi italiani che stimo, come Matteo Garrone. Tra noi c’è una stima reciproca, amiamo entrambi spaziare tra generi differenti».

Titoli che fatichiamo a ricondurre a uno stesso regista, tra cui “Giovannona Coscialunga disonorata con onore” (1973), con Edvige Fenech, “L’allenatore nel pallone” (1984) con Lino Banfi, tuttora presente nei programmi di alcuni corsi universitari sul cinema, “I corpi presentano tracce di violenza carnale” (1973), ispirato al reale ritrovamento di corpi sezionati nelle cronache romane dell’epoca. E poi “Vendetta dal futuro” (1986), a cui Martino è legato dal tragico ricordo dell’amico Claudio Cassinelli, morto sul set. «Un enorme cruccio con cui devo convivere – spiega il regista -, mi rimane il senso di colpa per non avergli impedito di salire su quell’elicottero. Voleva una storia da raccontare a suo figlio e non ho saputo dirgli di no. Una volta gli stunt-man, come quello sfortunato pilota morto insieme a lui, rischiavano la vita davvero, non come oggi: ora saltano in studio con una parete blu sullo sfondo».

Al termine dell’evento è stato proiettato “2019, dopo la caduta di New York”, film del 1983 che descrive un mondo post-atomico, popolato da un’umanità malata e sterile, in una corsa (su cavalli bianchi) alla ricerca dell’unica donna fertile. Un lavoro che è stato d’ispirazione per l’acclamatissimo “I figli degli uomini” (Alfonso Cuarón 2006). «Che non ho visto», confessa Martino. Nel film precursore vediamo effetti speciali “vintage”, tra cui alcuni grattacieli diroccati letteralmente costruiti con casse di frutta e che, forse in un riflesso nostalgico per i tempi d’oro di cui sopra, ci colpisce più di alcuni gelidi sfondi ricostruiti al computer.  

«Adesso viene da ridere – commenta il regista – ma all’epoca dovevamo arrangiarci con i mezzi che avevamo. E questo, per fortuna, l’hanno capito anche grandi registi come Tarantino (che una volta si è grottescamente inginocchiato davanti a me) ed Eli Roth, che hanno saputo contestualizzare il mio lavoro. Una bella soddisfazione dopo essere stato definito “regista trash emerito” e ben altri epiteti molto vicini all’insulto. Per fortuna qualcuno si è accorto che, quantomeno, sono un bravo “artigiano”. A questo punto potrei iniziare a occuparmi di armadi a muro».

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